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Alice e il binario fluido

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Illustrazione di Agrin Amedì
Mi chiamo Alice e ho undici anni. Sono in treno ed è la prima volta che viaggio da sola. Vado a Senigallia, ma a Sulmona devo scendere e cambiare.

Mi chiamo Alice e ho undici anni. Sono in treno ed è la prima volta che viaggio da sola. Vado a Senigallia, ma a Sulmona devo scendere e cambiare. Dopo un primo momento di eccitazione, però, comincio ad annoiarmi; così mi metto a guardare con più attenzione le persone sedute intorno a me. Ci sono dei tipi interessanti e qualcuno davvero bizzarro, come quel signore con i baffi e le lenti azzurre. Prima si è alzato, ha cercato qualcosa nella sua valigia e dopo un attimo è sparito. L’ho cercato in giro con lo sguardo e di colpo era di nuovo al suo posto. Ha dei movimenti fluidi, quasi felini. E un sorriso strano. Certo che quelle lenti gli danno un aspetto proprio buffo… Ecco, siamo arrivati a Sulmona. Ora bisogna scendere e attendere venti minuti per la coincidenza. Intanto mi è venuta fame, sarà il freschetto che c’è qui in mezzo alle montagne. Mi aspetto il solito bar di stazione con panini gommosi e tramezzini asciutti. Ma… Wow! Che bel chioschetto colorato a tinte brillanti! E che odorino… A quanto sembra vende fagottini cotti sulla piastra. Mmm… Quasi quasi ne mangerei uno, sì. Mi avvicino e leggo la tabella: ce ne sono di tre tipi con nomi fantastici; gli ingredienti, poi, sono da sballo…
1. Pentimento: peperoni rossi, un po’ di senso di colpa e tre lacrime di coccodrillo.
2. Stupido mare d’agosto: gamberetto catturato col retino in emulsione di onda di risacca su un letto di alghe di scoglio.
3. No, la signora non c’è: perle di ostrica avvolte in un foulard di tonno affumicato con due gocce di assenzio.
La ragazza dietro al bancone nota la mia faccia stupefatta e subito mi incoraggia: «Il tuo viaggio è ancora lungo, vero? Vai al mare?». È giovane e carina, ha gli occhi quasi viola e i capelli con i ciuffi colorati. «Prendi il n. 2, ti sfamerà» mi dice «e il n. 3 mettilo nello zaino, ti sarà d’aiuto all’occorrenza». Ringrazio e pago, iniziando a sbocconcellare il primo. Mentre sono assorta a pensare a come si raccolgano le lacrime del coccodrillo, noto che il treno sul binario è già pronto alla partenza. Faccio appena in tempo a salirci sopra che subito riparte. Muovendomi per i vagoni in cerca del mio posto, mi accorgo che questo treno è davvero tanto diverso dal precedente. Su questo vagone, per esempio, c’è un corridoio con piccolissimi scompartimenti separati da una porta scorrevole. Finalmente rintraccio il mio posto e con un cenno saluto i miei nuovi compagni di viaggio: sono un signore paffuto con dei basettoni candidi vestito tutto di bianco, che sbuffa impaziente guardando l’ora da un orologio da taschino; una signora vestita in modo sfarzoso dall’espressione dura e autoritaria, che non mi piace proprio; e un signore alto e magro che dev’essere straniero visto che quando parla usa i verbi all’infinito e fa un sacco di domande. Certo che questa situazione mi imbarazza un po’. Decido di fare due passi per il corridoio e arrivata alla fine del vagone mi accorgo che per raggiungere quello successivo devo attraversare un passaggio; un collegamento piuttosto buio dove fa freddo e c’è rumore. Decido comunque di procedere. Ormai sono troppo curiosa di sapere se il prossimo vagone sarà differente. La porta è dura e ci vuole forza ad aprirla… Ecco, sono dentro. Wow! Questo è proprio stravagante! C’è la musica ad alto volume e una luce che non si capisce bene da dove provenga. Il pavimento è in resina fluorescente e i sedili sono messi intorno a un lungo tavolo; ci sono degli stewarts con divise davvero folli, tutte ricoperte con applicazioni di carte da gioco. Chissà, forse il vagone è stato noleggiato per una festa… Boh. E quel tale con il cappello a cilindro? Sembra così agitato… Sarà il festeggiato. Wow… E quel tavolo pieno di dolci e bevande? Chissà perché però tutti stanno all’altro capo intorno a una roulette. Aspetta… Le fiches sono di caramello. Che forza! Sono tutti euforici… Sono tutti così gentili e mi offrono da bere un succo rosso vivo con le bollicine. Che ci sarà dentro? Sarebbe scortesia rifiutare, credo. Allora bevo. Accipicchia quanto è forte questo succo! Mi gira la testa. Non so più neanche che ore sono; l’orologio del mio telefono segna le cinque ma è impossibile. Poco fa erano appena le due! Qualcosa non torna… Forse è il caso di tornare indietro… Oppure proseguire? Ma sì! Sono proprio curiosa di vedere come è fatto vagone successivo. Mi avvio verso il fondo del vagone. Che strano, la porta d’uscita mi sembra parecchio più piccola di quella da cui sono entrata. Il fatto è che curiosamente riesco a passarci. Mi sono rimpicciolita? Boh.
Ancora il collegamento buio-freddo. Passo, e apro un’altra porta. No, vabbè! Ma dove sono finita? Qui c’è un delirio! Il pavimento è di erba sintetica e i presenti stanno giocano una partita di uno sport che non conosco. Assomiglia tanto a padel, ma con le racchette i giocatori colpiscono delle sfere leggerissime che sembrano palle di natale; infatti, a ogni colpo, si frantumano in mille pezzi. Sullo sfondo una signora nervosissima urla contro il cellulare, seduta su una specie di palchetto. La riconosco, sì. È quell’antipatica che sedeva accanto a me nello scompartimento… Ma mica mi ero accorta che avesse la testa così grande! E sembra pure parecchio maleducata… Si sta arrabbiando con uno dei giocatori che ha fatto un errore e deve essere fermato. Ecco che arrivano altri steward che bloccano uno dei giocatori. Lo vogliono portar via, ma che modi sono? Protesto e finalmente qualcuno si accorge della mia presenza. La capocciona mi guarda malissimo e inizia a urlare qualcosa agli stewarts che pronti si dirigono verso di me. Aiuto! Provo a scappare, ma mi bloccano e mi fanno entrare in una stanza vuota. Qui le pareti sono tutte fatte di specchi deformanti. La mia immagine si riflette in tante forme. Alcune sono buffe, ma altre mi spaventano abbastanza. Non voglio stare qui… Come faccio a scappare? Sfilo lo zaino dalle spalle alla ricerca di qualcosa che possa servirmi nella fuga. Non trovo nulla, ma in mano mi finisce il secondo fagottino. Che diceva la ragazza? Che mi sarebbe servito in caso di bisogno? Allora ne mangio un pezzo, vediamo che succede… Mmm… È buonissimo! Ha un sapore sconosciuto, ma mi piace tanto. Dà una sensazione di… Di leggerezza, sì. Sento il mio corpo quasi gassoso e fluttuo a mezz’aria. Ecco, adesso mi sembra di poter passare attraverso lo specchio e uscire fuori. Sì. Sì, sono fuori dalla stanza! La ragazza del chiosco aveva proprio ragione… E questo viaggio è davvero incredibile.
Adesso sento una sirena, forse stiamo per arrivare; dev’essere la voce del capotreno che annuncia la prossima stazione. No… No. Ha un suono più familiare, e sembra quasi la voce di mio padre… «Alice. Alice, svegliati! È tardi. Ricordi? Oggi andiamo al mare…»

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