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Non qui, non ora

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Illustrazione di Agrin Amedì
«Dai, entra. Cosa stai aspettando?» Il mio amico si ferma, ha un casco in mano e sorride. Gli angoli della bocca si increspano beffardi e gli occhi, due fessure scure, scintillano di sfida e di malizia. Lo detesto quando si impunta così.

«Dai, entra. Cosa stai aspettando?»
Il mio amico si ferma, ha un casco in mano e sorride. Gli angoli della bocca si increspano beffardi e gli occhi, due fessure scure, scintillano di sfida e di malizia. Lo detesto quando si impunta così. Alle sue spalle c’è una casa in pietra con i mattoni grigi e il tetto scuro, spiovente, che incombe su di lei come se volesse schiacciarla. Dalle due finestre della facciata principale si intravedono delle inferriate nere dalle quali filtra una luce tremolante.
«Non lo vedi» dico io, cercando di mantenere la voce salda «che è abitata? C’è gente dentro?».
«E allora?» insiste lui, senza lasciarmi andare, senza mollare la presa del mio sguardo «bussiamo e qualcuno ci aprirà».
Faceva così anche quando eravamo ragazzini. Mi voleva sempre accanto a lui, ma solo per precedermi di un passo; solo per farmi sentire secondo rispetto a lui. Sembrava fossi io il suo metro di misura per avanzare nella vita. Non potevamo fare a meno l’uno dell’altro. E appena io sparivo per un po’, per via dello studio o per una ragazza, lui mi cercava, febbricitante e impaziente. Ma suoi erano i giocattoli ultimo modello, i voti migliori all’università, il lavoro più remunerato… ‘L’amicizia talvolta è così’, mi dicevo. E quel senso di sfida e di avventura mi attraversava il corpo come una scossa sottile.
«Hai paura…» sentenzia tranquillo.
«Paura?» ripeto io «siamo nel bel mezzo di un bosco nel cuore della notte. C’è una casa completamente isolata in mezzo alla neve. Per quale ragione dovrei entrare? Mi sembra una bella cazzata. Stasera non posso fare tardi, lo sai che devo andare al cinema con Valentina, no? Devo passare a prenderla tra poco, mi starà già aspettando».
Ho paura, molta paura. E sento freddo. Un senso di repulsione invincibile mi spinge ad allontanarmi da lì ma mi accorgo che i miei piedi invece di indietreggiare avanzano e supero il mio amico. Lui continua a fissarmi, irremovibile. Solo quando gli sfioro la spalla mi sembra di percepire un tremolio nelle sue pupille, un’esitazione che dura solo un attimo e che mi dà coraggio. Sono davanti la porta. È nera, di mogano lucido, e solo ora mi accorgo che non è chiusa completamente.
«Dai, entra! Devo spingerti a forza? Proprio come quando eri piccolo…» Dalla sua bocca esce una leggera condensa bianca, anche se sembrerebbe trattenere il respiro.
Mi decido a spingere la porta che cigolando un po’ si apre. Non riesco a credere ai miei occhi, qualcosa si intravede. Mi guardo attorno col fiato sospeso, incantato, ammaliato come sotto la fascinazione di una stregoneria. La casa è immensa. Una luce calda di candelabri getta lunghe ombre tremolanti lungo le pareti. Ho la sensazione di trovarmi in un altro tempo, in un altro luogo, ma non so dire quale. Sul soffitto di legno scuro sono accese decine e decine di lampade ad olio che lo illuminano come stelle: mi ricorda un po’ la casa sugli alberi della mia infanzia. L’atrio è ampio, confortevole, con grandi divani pieni di cuscini di velluto. Intorno le vetrate sono immense; che strano, dall’esterno sembrava tutto molto più piccolo. Mi avvicino a una di queste e guardo fuori dalla finestra: il paesaggio è immerso nella neve. Sobbalzo, per un attimo il cuore si arresta. Dalle sbarre di ferro intravedo il viso del mio amico, bianco come la neve, che sembra farsi sempre più piccolo fino ad allontanarsi. Lui non è entrato – penso – il solito scherzo scemo. Infatti mi sembra di scorger un sorriso sul suo volto un istante prima di voltarsi. Ma ora che sono qui, tutto ciò è fuori mi appare senza alcuna importanza. Noto che dalla sala principale si aprono molte altre stanze. Percepisco dei suoni che provengono da una di esse; sembrano rumori di piatti e posate. Saranno i proprietari di casa – penso.
«Permesso, scusate…» provo a dire. Di fronte a me appaiono due figure sedute a un lungo tavolo imbandito. C’è un cestino con del pane, rosette un po’ bruciacchiate come piacevano a papà. E una mano sottile, snella, rugosa che sbuccia lentamente una mela. Sono un uomo e una donna e la donna, appena mi vede, si alza di scatto.
«Claudio!» esclama. Ora li riconosco, sono mia madre e mio padre. Una gioia violenta, inaspettata, incredula mi pervade tutto il corpo… Non sono morti! I miei amati, adorati, vecchi… Mia madre indossa il suo vestito a fiori e sulle spalle ha una maglia azzurro polvere; ricordo quando fosse freddolosa… E mio padre ha la barba grigia e ben tagliata. Ci teneva molto al suo aspetto prima di ammalarsi, di incurvarsi. La mamma non aveva retto al dolore e lo aveva seguito poche settimane dopo. Mentre le lacrime mi rigano il viso mi accorgo che i miei genitori non sembrano felici come me di vedermi. Mi muovo per abbracciarli ma la mamma mi ferma con lo sguardo un po’ appannato e scuote la testa. Papà continua a sbucciare la mela, senza alzare gli occhi su di me.
«Non mangiarla» mi dice «non qui, non ora».
Il chirurgo si sfila la mascherina dalla bocca con un gesto di sconfitta mentre l’infermiera alle sue spalle armeggia con alcuni recipienti. Accanto si intravede il corpo disteso di un giovane uomo dai capelli scuri. Una camicia bianca, intrisa di sangue, ricade aperta su petto. Ha gli occhi sbarrati, vitrei, dall’espressione stupefatta.
«Com’è successo? Il solito incidente d’auto, immagino…» domanda il chirurgo.
«Sì, dottore, di moto» risponde l’infermiera «ho già parlato con la fidanzata che lo aspettava. Erano in due, lui e un suo amico. Dovevano rientrare da una gita. L’amico è rimasto del tutto illeso, neppure un graffio. Mentre lui è stato sbalzato in una scarpata».
«Già…» mormora i medico «ce l’abbiamo messa tutta ma la caduta ha provocato più di un’emorragia».
C’è un silenzio pesante e difficile nella camera asettica, come succede in questi casi, rotto solo da un bip. Il chirurgo esce dalla terapia intensiva e percorre un lunghissimo corridoio freddo e bianco. Arriva nella sala d’aspetto, che è semideserta. Di fronte a lui una ragazza dai lunghi capelli ricci piange mentre un ragazzo le tiene le mani, accarezzandole le spalle.
«Fatti coraggio Valentina, resto io accanto a te.»
Il chirurgo si presenta, sta per dare loro il triste annuncio quando si ode un grido. I tre si guardano attoniti. Probabilmente deve esserci stato un altro incidente, qualcuno sta molto male, viene da pensare, anche se il reparto di pronto soccorso si trova in un’area molto lontana. Si sente un altro grido, più profondo e spaventoso del primo, prolungato. Di lupo affamato, di agnello sgozzato. Proviene da un pozzo profondo. Il medico aggrotta le sopracciglia e scuote lievemente la testa, incredulo. I muri dell’ospedale sembrano a tremare, l’intonaco cedere, frantumarsi. D’un tratto un rumore di tacchi affrettati lungo il corridoio, sempre più vicino.
«Dottore!» ansima l’infermiera tenendosi lo stomaco per la corsa «Presto! Deve correre. Deve tornare in sala operatoria. È successa una cosa».

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