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Dietro lo specchio

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Illustrazione di Agrin Amedì
Stavolta no. Stavolta strillo. Se non mi lascia andare io… Infila le mani nel pigiama. Ha mani morbide. A me piacciono le sue mani. Quando mi dà la mano io sono felice. La mia è piccola, scompare nella sua. Calda, avvolgente.

Ma non puoi sfuggire da te stesso.
Non puoi decidere di smettere di vederti.
O di spegnere il rumore che hai in testa.
Jai Asher – Tredici

Non si può toccare l’alba se non si sono percorsi i sentieri della notte.
Kahlil Gibran – Sabbia e spuma

E adesso, la seduta è tolta.
Colin Firth – Il Ministero del Nulla

Stavolta no.
Stavolta strillo.
Se non mi lascia andare io…
Infila le mani nel pigiama. Ha mani morbide.
A me piacciono le sue mani.
Quando mi dà la mano io sono felice.
La mia è piccola, scompare nella sua. Calda, avvolgente.
Mi sento bene quando mi dà la mano. Al sicuro.
Ma non gliela do più, no, che poi lui…
Mi sta toccando i seni.
Tutt’e due le mani sui miei seni. O sulle tette – a scuola ho sentito così.
Siamo davanti allo specchio, quello lungo sopra le scale, e lui mi afferra le tette e stringe. Mi sta facendo male, io non voglio, stavolta glielo dico, stavolta io…
Mi rigira per le spalle, mi prende per i fianchi, il mio bacino sbatte contro le sue gambe, la mia schiena aderisce alla sua pancia.
«Sta ferma» sussurra nel mio orecchio. E io sto ferma.
È vestito. Sono vestita. È un gioco. Qui, nel disimpegno delle camere da letto, mamma che dorme accanto. Non posso vederla perché sono vicino al muro e lui mi tiene indietro. Lo specchio davanti, lui ed io, riflessi.
Mi sbottona, frenetico, ha dita frenetiche, ha fretta, tira giù la mia camicia, giù per le maniche, con forza, un bottone salta e schizza sullo specchio, lo guardo rimbalzare, rotola dentro la stanza di mamma. Forse si sveglia. E intanto sento l’aria fresca sulla pelle. Ma è solo un attimo, le sue mani mi sono addosso a lambirmi i cosi che vengono in fuori, ubbidiscono, lui conosce il modo per farli uscire.
Li accarezza poi ne afferra uno saldamente. Poi l’altro. E poi a mano piena su entrambi i seni – dice che entrano perfetti in una coppa di champagne. Una volta ho fatto la prova ed è vero.
Lui non mente mai.
Mi palpa. M’impasta come una torta. Come mamma quando prepara la frolla per la crostata. Mi pigia i cosi in dentro e poi spreme. E quelli si riaffacciano fuori. Fa male e io non voglio, m’inghiotto un gemito che però rigurgito come un raglio. Mamma non sente? No che non sente. Sta dormendo e ha preso pure la pastiglia.
È buio. È notte.
Di solito lui viene di notte. Di solito viene quando lei dorme e ha preso la pastiglia.
Io lo aspetto.
Lo so che prima o poi arriva.
Lo aspetto e vorrei prenderlo a calci, ma poi non ci riesco.
Perché lui s’inginocchia vicino al mio letto e mi fa segno di stare zitta. Fa: «…shhh» col dito indice poggiato sulle labbra.
E io ho paura.
È un segreto tra me e lui, bisbiglia.
Un gioco segreto.
E mi tocca dappertutto. E mentre lo fa io però smetto di guardarlo. Mi paralizzo. Non lo so perché.
Una volta l’ho raccontato a mamma, avevo nove anni suppergiù. Gliel’ho detto d’un fiato. E lei stava lì friggendo le ciambelle che a noi piacciono un sacco. Con Paolo ci sta insieme da tanto e lui provvede a tutto, che mamma fa la domestica e da sola non ce la fa. Paolo sta sempre a lagnarsi che ci paga questo e quello. E mamma non risponde. Sta sempre zitta lei.
Pure quella volta mi ascoltava in silenzio, mentre io le dicevo… insomma sì, le dicevo di quello che mi fa Paolo.
E quando ho finito, lei è rimasta zitta. Il suo silenzio annegava nello sfrigolio della padella. E poi è rimasto solo quello: l’olio che continuava a friggere. E lei lì, immobile, con il cucchiaio a mezz’aria e la faccia di pietra.
Dopo un po’ si è ammorbidita, mi ha fatto un sorriso e mi ha dato una carezza sulla guancia: «È solo un sogno, Giulia. Hai fatto un brutto sogno».
Io lo so che non è un sogno – sarò piccola, ma mica scema – lei però aveva quel velo amaro in fondo agli occhi e quella faccia scura e io non volevo rattristarla. E poi mi sentivo pure un po’ in colpa per aver infranto il nostro segreto. Quello con Paolo, intendo. Così ho annuito.
«Hai ragione. Un brutto sogno» ho ripetuto.
Le ciambelle si sono bruciate e mamma non le ha mai più cucinate da quel giorno.
Così è alle ciambelle che sto pensando mentre lui mi spoglia.
Non ho più la camicia del pigiama.
Mi vergogno a vedere quelle sue mani avide che mi scorrono addosso, ha come delle ventose sulle dita. Adesso grido e sveglio mamma. Sto per farlo. Se non la smette io…
Sta infilando la mano nei miei pantaloni. Arriva alle mutandine. Scivola dentro.
Un “no” rauco mi sgorga dalla gola.
«Sta zitta!» fa lui. E mentre lo dice, mi stringe il seno che sto per piangere. Ma poi smette. Allora sbircio nello specchio e m’imbatto in una cascata di riccioli bruni, occhi dilatati e neri su un viso tremolante e labbra rosa, sigillate, che risaltano come una ferita.
Sono io.
Vedo i nuovi segni rossi sul mio corpo accanto agli altri più scuri. Non vanno più via. Ma lui non è cattivo, non può esserlo perché dopo mi cura sempre. Mette un po’ di crema sui lividi più evidenti e un cerotto sui graffi.
Lui non vuole che stia male.
Nello specchio osservo le sue mani che si affannano sul laccio dei pantaloni. E io prego, prego, dio mio fa che non si sleghi, ho paura e il cuore mi batte nella tempia.
Ma dio deve stare dormendo, perché il laccio si scioglie.
Dio dorme come mamma e forse si svegliano tutti e due se strillo. Lo faccio. Adesso grido, adesso io…
«Toglili».
«Come?».
«Toglili, tesoro. Facciamo un altro gioco. Un gioco nuovo».
Ha la voce impastata e un odoraccio nell’alito che sa di quelle cose schifose che beve lui.
Quando si ubriaca è più cattivo. Ho paura. Così guardo verso lo specchio e tiro un po’ giù i calzoni. E nel frattempo sento un fruscìo di lenzuola nella camera da letto. Forse mamma si è svegliata. Forse da lì, se sta coricata sul lato verso la porta, forse mi vede. Forse se apre gli occhi può vederci riflessi.
Io davanti e lui dietro.
Mi respira tra i capelli e quell’alito dolciastro mi dà il voltastomaco. Beve per dimenticare, dice.
Vorrei essere io da me stessa dimenticata.
Con la mano si fa strada nei miei slip, spinge, ma io sono forte. Mi alleno tutti i giorni, corro e faccio le flessioni nell’ora di ginnastica e i piegamenti, anche. E le gambe le tengo chiuse.
Allora mi accarezza la schiena. Mi sfiora le spalle, mi scompiglia i riccioli e il suo doppio nello specchio sorride. Ha un sorriso rassicurante. Poi mi abbassa le mutande scoprendomi un po’ più di dietro, percorre con un dito il giro della vita e il solco tra le natiche. Sento gli slip scivolare giù, fino ai piedi, lui mi solleva un poco per i fianchi e li scalcia via insieme ai calzoni. Sono nuda e il cuore picchia contro il torace.
Mi tasta il sedere adesso, come a sentirne la consistenza, poi infila una mano in mezzo alle gambe.
Mi sfiora piano. Gentilmente.
E io lo guardo, nello specchio, con gratitudine. Il suo doppio però fa un’espressione strana. Non è gentile. Non è rassicurante. Le sue labbra si curvano a metà, come in un ghigno di soddisfazione e d’un tratto mi afferra per i polsi e mi schiaccia sul muro.
Il cuore batte così forte che sembra staccarmi le costole una ad una. Con una mano mi tiene le braccia tese in alto, come se potessi scappare. Ma urlare sì, potrei. Così mamma si sveglia e lo vede coi suoi occhi che non è un sogno. Adesso lo faccio, adesso giuro che urlo. Ma come faccio? Ho paura.
Con la mano libera m’impone di tacere e io trattengo un singhiozzo. Scende sul mio ventre, arriva giù, sotto. Più sotto.
Chiudo gli occhi, serro i denti.
«Basta…» imploro sottovoce. Ma anziché intenerirlo, sembro incitarlo. Ansima come una bestia. E spinge più a fondo. Mi fruga dentro e non ce la faccio più.
Allora forzo i polsi. Ma niente. Lui mi ha appiattita contro il muro e mi tiene ben stretta.
«Lasciami!» dico. Un po’ più forte.
«Sta zitta, puttana. T’ho visto fuori scuola con i maschi».
È ubriaco, è fradicio!
Gli sferro un calcio, ma niente. Gli pesto un piede. Niente. Sembra fatto di acciaio.
«Che ci fai coi maschi? Cose zozze, vero?».
La sua lingua mi rovista nell’orecchio, il suo fiato puzzolente mi strozza la gola. Sto per vomitare. Vomito.
«Che cazzo fai?!».
Ma io gli sto vomitando addosso, sporcando il pavimento, inzuppandogli la camicia, conati su conati e non riesco a fermarmi.
E d’un tratto lui mi agguanta e mi trascina brutalmente nel gabinetto, sbattendosi la porta dietro – odo il gancio di metallo che si serra.
Mi scaraventa sulla parete piena di scaffali, con il dentifricio e il sapone e la carta igienica, la lima per le unghie e quel che c’è. Un fracasso infernale. E mi ritrovo per terra, con la testa dentro il piatto doccia, sotto un mucchio di roba che mi è franata sopra.
«Che ti salta in mente di vomitare?!» sibila.
«Scusa, scusa …» piagnucolo io.
Lui però avanza minaccioso, con la mano alzata e io mi copro il volto con le mani. Ma invece sento un dolore perforante alla cute. E in quel momento il rumore della maniglia che fa su e giù.
«Chi c’è là dentro?! Giulia!».
«Mamma!» urlo con una voce terribile. Urlo. Sì, sto urlando. Un gemito rabbioso, feroce.
E lui s’arrabbia ancora di più, mi ha acciuffato per i capelli e mi strattona.
«GIULIA!» odo gridare di là dalla porta. La maniglia che scalpita sopra e sotto. Sopra. E sotto.
Mi aggrappo a tutto ciò che trovo, alla tazza, alla colonna del lavandino, al bordo del bidè, continuando a urlare e a singhiozzare.
«È chiuso a chiave!!» strepita mamma dall’altra parte.
La sento forzare la maniglia, ma lui intanto si è slacciato i pantaloni e dalle mutande esce un cilindro di carne rivoltante.
Non sta succedendo davvero. Sta succedendo. Non so più cosa succede.
Urto lo scopino che mi ruzzola sul braccio, lo abbranco e glielo schianto lì in mezzo alle cosce, con una forza che non so d’avere. La bestia si ritrae e una bocca più in alto latra insulti mai uditi, molla la presa sui miei capelli, barcolla sul lavandino e io allungo il braccio, sollevo il gancio sulla porta dove lo so, dietro c’è mamma che sta farneticando.
E lei apre convulsamente. Ha il braccio levato, un luccichio nella mano. E gliele conficca dietro al collo, le forbici.
Il sangue fiotta come una pompa e il corpo della bestia si dimena spasmodico e a rallentatore vedo una pozza scura che si allarga sotto i miei piedi, odo i lamenti esaurirsi in un rantolo.
E mamma mi stritola in un abbraccio. Mi soffoca di baci.
Di carezze. Ripete il mio nome allo sfinimento: «Giulia, Giulia, Giulia, Giulia…». Telefona al 118. O al 113. O a tutt’e due.
Allora mi do una pulita, mi rivesto, chiudo la porta del gabinetto e quel che c’è dentro.
Poi guardo mamma che prepara le ciambelle, ne mangio così tante da scoppiare, ma ce la stiamo proprio spassando adesso, io e lei, con l’olio che sfrigola, la pastella e lo zucchero.
Così mi fa strano udire quella voce.
«Rimettiti il pigiama, piccola. E dormi bene».
E d’un tratto, mi scopro. Riflessa nello specchio. Un manichino nudo, ossuto, contuso, sporco di vomito e d’altro.
Mamma sta russando e Paolo è sceso in cucina.
Si accende una sigaretta.
Aspira.
E il fumo disegna nell’aria incomprensibili spire.

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