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Polvere da sparo

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Illustrazione di Agrin Amedì
Non ho mai avuto grandi capacità a rivivere i miei ricordi attraverso il corpo. Ma tutto è cambiato da quando sono in guerra. Tutto è cominciato con quella granata esplosa vicino alla nostra trincea.

Non ho mai avuto grandi capacità a rivivere i miei ricordi attraverso il corpo. Ma tutto è cambiato da quando sono in guerra. Tutto è cominciato con quella granata esplosa vicino alla nostra trincea. Il sapore della terra è ferroso, e lo senti penetrare nella lingua quando la polvere sollevata dalle esplosioni ti riempie la bocca e le narici. Senza accorgertene cominci a morderti l’interno della guancia così forte finché un’altra gradazione di ferro, quella del sangue, si mescola a quel sapore terroso, minerale, inconfondibile, fatto di tutti quei granelli che ti ricoprono la bocca e che si muovono, trasportati dalla lingua, a disintegrasi sotto i denti.
L’odore della polvere da sparo la senti a chilometri distanza, figurati quando un ordigno costruito per ucciderti esplode a pochi metri da te. La testa ti si confonde in un caleidoscopio di sensazioni. E nonostante gli occhi chiusi al riparo dalle schegge, se sei fortunato da sopravvivere, queste cominciano a funzionare in modo diverso, come se proiettassero un rullino di immagini confuse all’interno della mente. La realtà ti dice che vedi solo il colore delle tue palpebre filtrato dalla luce esterna, ma milioni di immagini passano davanti a te in un microsecondo, vivide, in movimento, accompagnate da suoni connessi a quei ricordi. Una risata, forse…
È sempre la stessa storia. Tutte le volte che ora stringo in mano un fucile per ricaricarlo, il freddo delle cariche appuntite mi riportano indietro nel tempo. Le mani serrate fino a far male, stringendo il metallo duro e sudato sporco di polvere da sparo, mi ricorda quanto siamo fragili noi uomini.
Quando la granata esplose, un fischio assordante mi fece perdere l’equilibrio e mi ritrovai a pancia in su sulla terra umida. In un microsecondo la mia mente mi riportò a mio fratello: eravamo piccoli e rincorrevamo le farfalle, ci lanciavamo sull’erba, sorridevamo.
Confuso e disorientato, potevo far affidamento solo sui miei sensi ovattati; i piedi premuti con troppa forza verso il basso, come a sostenermi; il volto stretto contro la canna del fucile, troppo fredda e troppo asciutta a contatto con la terra umida. Qualcosa di caldo e bagnato mi schizzò sul viso. La recluta accanto a me era stata uccisa da una scheggia di granata. Il suo sangue era sul mio viso. Parole ottenebrate che la mia mente non capiva si avvicinavano correndo. Il sapore metallico della canna, del sangue e della terra che mi trascinavo sotto le mani era tutt’uno con quella nebulosa in cui emergevano due corpi che mi sollevavano. Un uomo e una donna mi legavano alla barella. Lei mi parlava, e forse sorrideva, ma non riuscivo a sentire altro che il suo profumo misto a quello della polvere da sparo. Poi ricordo solo il lenzuolo accartocciato sotto le mie mani, come fosse stata la veste di lei che avrei voluto stringere fino ad addormentarmi. E lontano, una voce profumata che gridava: «È salvo!».

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