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La crepa sul muro

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Illustrazione di Agrin Amedì
Per tutto il tempo del viaggio in auto cercai di non pensare a quello che mi aspettava. Era una cosa che mi toccava, nessuna via d’uscita. Dovevo solo affrontare la questione e poi avrei continuato ad andata avanti con la mia vita.

Per tutto il tempo del viaggio in auto cercai di non pensare a quello che mi aspettava. Era una cosa che mi toccava, nessuna via d’uscita. Dovevo solo affrontare la questione e poi avrei continuato ad andata avanti con la mia vita. Erano tanti anni che non mi avvicinavo a quella zona della città, l’avevo evitata con cura. Così come avevo evitato di parlare con i miei ‘amati genitori’, che tanti anni fa mi avevano cacciata via di casa senza tante cerimonie quando rimasi incinta.
 Mia figlia, la mia bellissima Sara, loro non l’avevano mai voluta incontrare. E lei, come me, non aveva mai sentito la mancanza di quelle figure inesistenti. Ma adesso, per ironia della sorte, toccava proprio a me, la loro figlia ripudiata, sistemare i documenti per la vendita della casa. Se non altro, pensavo, avrei avuto finalmente l’occasione di riprendermi qualcuno dei miei libri che ricordavo ancora bene, o le mie foto da bambina per poterle mostrare un giorno a Sara. Quando scesi dalla macchina e mi ritrovai davanti alla mia vecchia casa, rimasi senza fiato. Era come se tutti quei miei anni di assenza fossero pesati su di lei. Osservai la facciata della villetta: muri scrostati, finestre scheggiate e il legno della porta principale così imbarcato dall’umidità che dubitavo seriamente ci si potesse passare sotto ancora. Nulla assomigliava a quello che ricordavo: vernice bianca, vetri scintillanti e piccole colonnine reggenti il portico. 
Mi avviai lentamente nel vialetto dando un’occhiata in giro: l’erba alta mi sfiorava le ginocchia. E la corteccia del vecchio ciliegio, un giorno verde e vigoroso, aveva assunto un colorito brunastro. Quella vista mi fece salire le lacrime agli occhi, che ricacciai immediatamente dentro richiudendoli. Mi decisi a entrare in casa per togliermi il pensiero. Girai la chiave di metallo nella serratura e spinsi la porta cigolante. Davanti a me, l’ingresso che avevo abitato da bambina, era cambiato. E più mi addentravo nella casa, più le stanze che seguivano mi sembravano diverse, abbandonate. Il pavimento era umido e nero, come se fosse stato trascurato da anni e anni. I tappeti erano sfilacciati e marci; e i pochi quadri ancora appesi alle pareti avevano le cornici consumate dalle tarme. I gradini che portavano al piano di sopra sembravano stabili, ma c’erano molte assi schiodate e la carta da parati si era lacerata dappertutto. Per un attimo mi domandai come mamma, che ricordavo sempre così accorta, fosse riuscita a vivere in quel tugurio per tutto quel tempo. In quella desolazione, un piccolo bagliore attirò la mia attenzione: proveniva dal tavolo della sala da pranzo, sopra il quale era poggiata una cornice lucidissima. Sembrava che qualcuno si fosse impegnato a ripulirla costantemente. Nella foto ero ritratta io da ragazza, un paio d’anni prima che lasciassi quella casa. Mi figurai mia madre e mio padre intenti a pranzare a quel tavolo in compagnia di quella foto. L’avevano tenuta con una cura che mi sorprese. Fui assalita da un vertiginoso turbine di ricordi; frammenti di memoria che credevo seppelliti da tempo. In quella casa avevo vissuto momenti felici quando l’affetto per i miei genitori era forte e ricambiato. Vicino al camino, là nel salone, ogni anno sistemavamo l’albero di Natale; l’albero più grande e più bello che riuscivamo a trovare, e lo decoravamo insieme. Poi la mattina di Natale scartavamo i regali seduti vicino al fuoco. E lì, proprio da quella finestra che ora lasciava passare gli spifferi di vento, avevamo visto per la prima volta Pantera, la gattina che alla fine avevamo preso con noi. Mi ricordai che proprio su questo tavolo la domenica trovavo la sontuosa colazione che mamma preparava. Voltandomi al ricordo, vidi la crepa sul muro dell’ingresso che papà aveva fatto nel tentativo di piantare un chiodo per appendere il quadro che avevo dipinto io a scuola. Come spinta da uno strano desiderio, cominciai a risalire con cautela le scale e intravidi la loro camera da letto. Anche questa appariva talmente rovinata che non mi osai a entrare, ma mi giunse forte un odore di chiuso misto al vaghissimo sentore del profumo che la mamma usava nelle occasioni speciali. In quel momento non riuscì a provare il rancore e l’odio che avevo provato per loro in tutti questi anni. Era come se rivedere quella casa mi avesse fatta tornare indietro nel tempo, a prima che tutto accadesse. A quando li amavo e loro amavano me. Provai un curioso senso di vuoto. Per la prima volta dopo tanti anni mi sorpresi a considerare i loro sentimenti: anche loro avevano sofferto, e lo stato della casa lo testimoniava.
In fondo al corridoio c’era la mia vecchia stanza. Mi avvicinai. La porta era ancora bianca e rosa come l’avevamo dipinta io e papà nel giorno del mio decimo compleanno. «Dobbiamo fare qualcosa di unico: questo è un giorno speciale!», aveva detto. Così mi aveva portata al negozio di vernici e insieme avevamo comprato l’occorrente per dipingere la porta. Per un attimo ebbi un’esitazione….Chissà in che stato l’avrei trovata? Davvero volevo entrare e rivederla? Poi mi feci coraggio. Spinsi delicatamente la porta e sbirciai all’interno. No, non era possibile… Era tutto esattamente uguale a come l’avevo lasciata in quel giorno che non voglio ricordare, l’ultimo che avevo passato in quella casa. Ma la cosa più incredibile era che tutto il disfacimento a cui avevo assistito fino a quel momento sembrava non essere trapelato in quella stanza; come se i miei l’avessero tenuta come un cimelio, sospesa nel tempo. In quel momento fui sopraffatta dall’emozione. Guardai gli scaffali colmi di libri ricoperti solo da un sottile strato di polvere, come se non venissero spolverati solo da pochi giorni. Aprii un armadio e vidi che dentro c’erano ancora tutti i miei vestiti, forse pronti a essere usati nel caso fossi ritornata a casa. Sul letto, in bella mostra, c’erano ancora tutti i miei pupazzi. Mi avvicinai e ne presi uno. Mi parve per un istante di sentire il profumo di mia madre. Mi accasciai sul letto. Poi la voce di papà che sembrava borbottare qualcosa con la mamma giù in cucina. Rimasi immobile. Mi sollevai di scatto in cerca di un appiglio e tornò il silenzio. Come mossa da un automatismo, mi ritrovai a spostare dei volumi sulla libreria e sfilai un vecchio album di fotografie. Non lo ricordavo. Mi risedetti sul letto e cominciai a sfogliarne le pagine finché non mi soffermai su una in particolare: ritraeva noi tre insieme nel giorno del mio diploma. Il giardino della scuola alle nostre spalle sembrava avvolgerci interamente nel nostro abbraccio. Per un istante lo risentì fin nelle ossa. Staccai la foto dalla pagina e la strinsi forte tra le dita, quasi a voler tenere fermo quel ricordo; quasi a voler restituire adesso, finalmente, anche a loro quell’abbraccio.

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