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I fantasmi di Tsushima

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Illustrazione di Agrin Amedì
Il gracidare di un rospo. Il tonfo secco del sozu in bambù altalenante sulla roccia umida. Lo scorrere placido dell’acqua. Il legno freddo sotto le piante dei piedi.

Il gracidare di un rospo. Il tonfo secco del sozu in bambù altalenante sulla roccia umida. Lo scorrere placido dell’acqua. Il legno freddo sotto le piante dei piedi. La brezza della nona Luna che gli solleticava le caviglie scoperte e il petto, infilandosi pungente e fredda nel kimono. Gli ultimi fasci di sole che penetravano caldi attraverso gli shoji scorrevoli all’entrata, prima del tramonto.
Tetsuo teneva le braccia e le dita rigide lungo i fianchi, guardava davanti a sé con il mento alto, la schiena dritta, il busto lievemente protratto in avanti, i talloni uniti e le punte dei piedi divergenti. Con la coda dell’occhio seguiva i movimenti lenti e decisi del sensei. Sentiva l’akama grezza avvolgergli le gambe in una morsa pruriginosa, gonfiandosi ai piccoli sprazzi di vento.
Il sensei passò davanti a lui, facendo scricchiolare il legno sotto il suo passo severo.
«Chi sei tu?» chiese con tono basso e le braccia dietro la schiena.
«Sono Tetsuo, del clan Fujiwara, uno degli ultimi discendenti del mio clan ancora in grado di dichiararsi guerriero. In questo dojo e in battaglia rappresento il mio clan, che è stato fedele allo shogunato di Kamakura e al clan Minamoto, fino alla disfatta finale» rispose Tetsuo, muovendo solo i muscoli facciali, senza rompere l’equilibrio della sua posa.
«Perché sei qui?» incalzò il sensei, portando la mano sul pizzo nero della barba.
«Per terminare il mio addestramento e diventare un samurai scelto dello shogunato.»
«Chi ti ha permesso di essere qui e di diventare un samurai?»
«Lo shogunato di Kamakura e il clan Minamoto, memori della fedeltà assoluta dimostrata in passato dalla mia famiglia.»
«A chi sei fedele tu?»
«Giuro eterna fedeltà al Clan Minamoto e alla sua stirpe, al Principe Koreyasu, all’Alta Corte e all’imperatore Go-Uda. Lo giuro sul mio onore.»
«Per quale scopo combatti?»
A questa domanda Tetsuo chiuse le palpebre qualche frazione di tempo.
«Fermare e uccidere gli…» un’altra pausa, l’immagine di un drappo di stoffa blu scuro gli balenò nella mente «gli invasori mongoli, portando alto l’onore dell’Impero contro la feccia straniera guidata dal Kublai Khan.»
Il sensei si fermò di colpo, la sua akama si sgonfiò d’aria lungo le gambe, si mise frontale a Tetsuo guardandolo negli occhi: «Che la fede e l’onore guidino la tua spada, allora.»
Un altro gracidare. Il tonfo secco del sozu in bambù sulla roccia bagnata. Il ronzare di una libellula sopra lo specchio d’acqua su cui si rifletteva l’esterno del dojo, agli ultimi pallidi raggi di sole.
«Il tuo addestramento è quasi completo.» disse il sensei, riprendendo a camminare attorno al corpo marmoreo di Tetsuo «Oggi la lezione sarà di riepilogo, ma soprattutto…» sfilò dalla cintura del kimono un nastro di stoffa nera «di evoluzione.» accennò un sorriso a labbra serrate. «I mongoli sono un popolo a noi perlopiù ignoto», uno scricchiolìo del legno al suo primo passo «sappiamo solo che sono rabbiosi, pieni di livore per qualunque cosa non rientri sotto il loro controllo. Sappiamo anche che, se ben organizzati, sono inarrestabili, affamati, feroci. Il loro punto debole? Il caos. La foga della battaglia. Il nostro punto di forza?» si arrestò avvicinando il volto barbuto a Tetsuo «Il controllo. Il vuoto della mente.» disse.
«Voglio che tu oggi disimpari tutto quello che sai, tutto quello che ti è stato insegnato qui.»
«Sensei, non credo di capire…» 
Il tonfo secco del bambù vuoto sulla roccia bagnata. L’odore di legna bruciata dal villaggio sotto la collina, un flebile sprazzo pungente.
«Indossa questa.» disse, porgendogli la benda scura. «Copri i tuoi occhi. Io ti insegnerò a disimparare.»
La stoffa grezza attorno agli occhi lo rese cieco. Tetsuo allargò le gambe, disarmato, con le mani lungo le cosce, il respiro regolare, il bacino tenuto basso, i muscoli rilassati e pronti a scattare come lo sbattere d’ali d’uno scarabeo.
«Conosci il dojo a memoria. Conosci i suoi spazi, i suoi colori, il suo odore. Conosci la tonalità e la consistenza della mia akama. Riconosci quando il sole è al tramonto guardando i raggi entrare attraverso la shoji scorrevole alle tue spalle.»
Il sensei prese il wakizashi di legno dalla sua cintura tenendolo con il braccio rigido e la punta rivolta verso il basso. Mosse i primi passi felpati attorno all’allievo: «Ma se i tuoi occhi riescono a dirti quanto sia grande questo posto, la stessa cosa possono farlo… » e diede un colpo di taglio fulmineo al polpaccio sinistro di Tetsuo. Il ragazzo sobbalzò spostandosi in direzione del fendente «possono farlo le tue gambe».
Nell’oscurità Tetsuo poteva solo ascoltare le parole del suo sensei avvolgerlo in una stretta mortale e soffocante. «Camminando in un lungo e in largo capiresti dove si trovano i muri, dove si trovano gli ostacoli…» un altro colpo, stavolta Tetsuo lo sentii sopra la spalla sinistra, si voltò di scatto, «dove mi trovo io».
Il tonfo secco del sozu sulla roccia bagnata. Il cinguettio d’una rondine. Uno sprazzo di legna ardente proveniente dal villaggio in fondo alla collina. L’urlo disumano di una bambina affiorò nel timpano di Tetsuo, come un eco lontano.
«E così facendo riconosceresti la mia stessa akama, tastandone…» una frustata sul dorso della mano, il rumore del legno sull’osso scoperto che percosse tutto il braccio «il tessuto, sentendone l’odore. E sapresti anche che il sole è alto o basso nel cielo a seconda del tepore che percepiresti…» una legnata gli colpì il volto con una forza inaudita, Tetsuo perse l’equilibrio, indietreggiando lungo la direzione del colpo «sulle tue guance.» l’oscurità lo opprimeva.
Il ronzare di una libellula. Lo scorrere dell’acqua nella pozza. L’immagine di una donna sorridente mentre si asciugava il sudore e lo guardava dritto negli occhi, sollevandosi le maniche del jinbei.
«Dimentica il mondo per come i tuoi occhi ti hanno insegnato che fosse. Svuotati. Assimila. Poi svuotati ancora una volta per riempirti di un nuovo sapere. Adesso iniziamo. Sei pronto, Tetsuo del clan Fujiwara?»
Il ragazzo deglutì: «Sono pronto, sensei».
La brezza pungente della nona luna gli solleticò le caviglie scoperte e alleviò il dolore caldo sullo zigomo colpito di sorpresa. L’odore di salsedine proveniente dalla scogliera a valle gli penetrò le narici. Il sorriso sdentato e sincero di un pescatore gli balenò davanti ai suoi occhi ciechi.
Un altro colpo, stavolta sul ginocchio. Cadde a terra. Si voltò per tentare un contatto, andando a tentoni nell’oscurità soffocante. 
«Non cercarmi con gli occhi che non hai» 
Tetsuo si voltò in direzione della voce. Un colpo secco sulla nuca. Si girò di scatto, tenendo alta la guardia. I muscoli delle gambe pieni di sangue, pronti a scattare.
Il tonfo secco del sozu in bambù. Ancora un flebile sprazzo di legna arsa dal villaggio. Le campagne di Tsushima si palesarono nell’oscurità in cui incespicava. La voce di una bambina lo accompagnava. La sua dolce manina stringeva e tirava giù il jinbei svolazzante di Tetsuo. Il kimono blu scuro troppo stretto per quel corpicino paffutello e incerto nell’incedere sui sassi vicino la spiaggia.
«Fratellone! Fratellone! Andiamo a pescare gli sgombri sulla scogliera con mamma e il vecchio Jirobai!» 
Tetsuo abbassò lo sguardo verso la testolina. Un sorriso. Il più bello e dolce che avesse mai visto lo trafisse da parte a parte. Quei minuscoli occhi neri come notte senza luna, quegli incisivi mancanti e le guance rigonfie lo colpirono come una lancia al petto.
Si destò dal sogno a occhi aperti. Una puntura infida sul petto lo spinse a indietreggiare. Il respiro si fece affannoso. Tetsuo iniziò a colpire a caso attorno a sé, pieno di collera, agitando le braccia e le gambe: un pugno frontale, una gomitata, un calcio tirato all’indietro come uno stallone delle praterie, un tentativo di presa ai baveri del kimono del suo sensei. Tutto a vuoto.
Fu colpito alla fronte, alla bocca, alle ginocchia. Cadde all’indietro, perse più volte l’equilibrio, arrivò a perdere sangue dal naso dopo un fendente di legno sul setto.
«Non tentare. Fai! Non guardare. Ascolta!» gridò il sensei a un certo punto «Svuotati!»
L’odore di salsedine mista alla legna bruciata. Il gracidare di un rospo. Un tonfo nello specchio d’acqua.
Tetsuo vide distintamente le larghe vele straniere materializzarsi dalla nebbia sul mare. Il volto sorridente di sua madre che lo guardava dopo aver tirato su la rete piena di molluschi e sgombri, asciugandosi il sudore col suo jinbei alzato fin sopra i gomiti. Il sorriso sdentato e sincero di Jirobai, seduto sulla scogliera. Il volto del pescatore pietrificato in una smorfia, la testa rotolante ai piedi di Tetsuo tagliata via dalle spade nemiche. Le urla della mamma mentre si dimenava, circondata da guerrieri che, a turno, affondavano in lei prima la loro dote virile, poi il ferro delle scimitarre. Il tepore della manina di Setsuko che scivolava via, nel cuore della notte. Tra odore di legna arsa, salsedine e urla disperate di centinaia di uomini e donne nella frescura della brezza della nona luna. L’urlo disumano della bimba come un eco lontano e infinito. Le mani del Kublai Khan strette sulle sue spalle di bambino, la voce rauca, gli occhi di ghiaccio del conquistatore, gli schizzi di sangue giapponese sul volto scavato e pietrificante accanto a quello di Tetsuo; l’alito che sapeva di guerra e furia cieca.

Bambino giapponese, il vostro è un popolo onorevole. Lo riconosco. I vostri samurai dedicano la loro intera vita alla spada. Ma adesso dovrete piegarvi al popolo mongolo. Va’ dal tuo imperatore, racconta cosa hai visto oggi. Ti lasciamo andare per compiere questa missione, ritieniti fortunato. Corri più veloce che puoi e non voltarti. Sarai il primo testimone della forza dei mongoli. Stiamo arrivando per prendervi tutto, non riuscirete a fermarci. Adesso corri, ragazzo! Corri!

La corsa tra le colline, il cuore che gli esplodeva in petto, l’arrivo in città per avvertire i generali dello shogun. Lo sfinimento. La perdita di ogni senso. Poi il buio.
L’ennesimo colpo di taglio sul volto. Tetsuo cadde rovinosamente all’indietro, rialzandosi più velocemente. Sentiva il sangue caldo colare a fiotti lungo il collo e l’interno del kimono.
«Tetsuo…» disse il sensei con voce bassa, affaticata «se vuoi davvero respingere gli invasori, allora dovrai battermi. O non ti riterrò pronto per servire lo shogun. Hai intenzione di ergerti vittorioso sui cadaveri stranieri?».
Tetsuo, in ginocchio, sfinito per le percosse con il respiro affannoso, non riuscì a rispondere.
«Vuoi ergerti sulle carcasse dei mongoli morti?» gridò il sensei.
«Sì!» gridò a sua volta il ragazzo. «Sì…», sussurrò. Da sotto la benda una lacrima ripulì gli zigomi dal sangue rattrappito.
«Allora dovrai ascoltare…» sussurrò il sensei «Ascolta… Ascolta…».
Tetsuo si alzò in piedi, allargò le gambe, abbassò il bacino.

Uno.
Due.
Tre.

Inspiro.
Il gracidare di un rospo.

Espiro.
Il tonfo secco del bambù vuoto.

Uno.
Due.
Tre.

Inspiro.
Il ronzare di una libellula sullo specchio d’acqua.

Espiro.

Ma qualcosa guidò il suo istinto o, per meglio dire, la mancanza di qualcosa. La brezza! Non sentiva più la brezza penetrargli le vesti. Né da dietro, né da destra, né da sinistra, nemmeno di fronte. La brezza della nona luna era bloccata da un ostacolo. Percepì una lieve frescura sulla punta del piede destro: l’ostacolo si stava spostando, lasciando passare una corrente fredda. Lo spostamento era verso la sua sinistra; da destra sentiva di nuovo quella punzecchiante bava di vento sulle caviglie scoperte, sul petto. Stava davvero seguendo la direzione giusta? Serviva la prova definitiva. Il cinguettare di una rondine alla sua destra: lì era lo shoji spalancato sullo stagno di fronte al dojo. L’intuizione gli disse che avrebbe dovuto aspettare ancora qualche frazione di tempo.

Uno.
Due.
Tre.

Inspiro.
Il tonfo del bambù.

Espiro.
Lo scricchiolìo del legno sul pavimento.

Con un balzo Tetsuo rotolò sulle caviglie del sensei. Sentii lo squarcio d’aria sfiorargli la guancia sinistra: aveva evitato un fendente fatale. Con un braccio poggiato a terra e le gambe fra quelle dell’avversario fece leva sulle ginocchia e i talloni; il sensei cadde di schiena con un tonfo pesante. Tetsuo si mise a gattoni, tastò sotto di sé il tessuto grezzo dell’akama. Con la testa bassa scivolava sulla guancia lungo la veste mentre riceveva gomitate sulla fronte e pugni sul naso. Chiuse le gambe del sensei in una morsa per impedirgli di scivolare via dal suo controllo. Le mani tastavano ora la veste liscia del kimono. Tetsuo sferrò un mawashi tsuki sulle costole del sensei. Ancora, ancora e ancora. Ora era sopra di lui, sovrastandolo totalmente con la sua figura. Afferrò la collottola, sentii un pugno sulla guancia, lasciò la presa. Abbassò ancora la testa sul petto del sensei. A denti stretti tirava pugni sulle costole, tentando di arrampicarsi nuovamente per raggiungere la testa. Percepì la sua preda girarsi su un lato, la assecondò. Adesso con le cosce stringeva il bacino del sensei, poggiando il petto sulla sua schiena; passò un braccio sotto al collo. Questo era il momento giusto. Con uno scatto fulmineo unì le mani in una morsa e spinse il gomito contro la scapola del suo avversario tirando l’avambraccio sulla gola.

Uno.
Due.
Tre.

Inspiro.
Il gracidare di un rospo, un tonfo nello stagno.

Espiro.
Aveva vinto.

«Andrai a Tsushima nel giro di sei lune, fonti imperiali sono sicure che i Mongoli attaccheranno ancora da quell’isola.» disse il sensei, seduto in posizione di seiza davanti a Tetsuo «Tu conosci bene quel posto. O sbaglio?» chiese, aggiustandosi il kimono stropicciato e macchiato di sangue.
«Vagamente…» rispose Tetsuo, posando la benda nera accanto a sé.
«Sono onorato di aver formato un samurai come te. Guida la tua spada con la stessa fame con cui hai battuto oggi me.»
Tetsuo continuava a pulire le croste di sangue rappreso dagli zigomi, nascondendo le lacrime. «Osu!» rispose.

*

L’aria di Tsushima non gli sembrava cambiata dopo sette anni. L’odore di salsedine e di sgombri appena pescati inebriava ancora i sensi. Tetsuo salì sulla collina dove era solito osservare le onde infrangersi sulla scogliera e aprire i molluschi per Setsuko. La pesante armatura a piastre fendeva la brezza marina. In basso, il mare agitato presagiva un buon pescato. Le nubi grigie e solenni sigillavano l’isola; la foschia scivolava inerme sulla superficie frastagliata del mare. Il vento gli scombinava qualche capello fuori dal codino. In piedi, davanti al mare, teneva l’elmo kabuto sotto l’ascella e ascoltava gli albatros ritirarsi nei nidi per cercare riparo.
Dietro di lui, improvvisamente, apparve un’evanescenza azzurra, poi un’altra. Poi un’altra ancora. A poco a poco decine di fuochi azzurri fluttuavano sopra il terreno argilloso del promontorio. Tetsuo si voltò come catturato da un brivido lungo la schiena. Nei fuochi fuoriusciti dietro a lui riconobbe il volto del vecchio Jirobai, il suo sorriso sdentato. Il volto sorridente di sua madre lo guardava fisso negli occhi, indossando ancora il lungo vestito da pescatrice.
Una manina. Dolce, piccola e fredda gli strinse le grosse dita da guerriero. La piccola evanescenza si appoggiò placida sulla coscia, tirando verso il basso il jinbei sotto l’armatura. Tetsuo chiuse gli occhi, ascoltò gli albatros. Inspirò la salsedine. Assaporò il vento carico di tensione.
«Fratellone! Fratellone!» gli parve di sentire. Aprì gli occhi, abbassò lo sguardo e rivide quel grezzo e minuscolo kimono blu scuro, troppo stretto per quel corpicino paffuto.
«Sei tornato, finalmente!» disse la vocina, con una tonalità fuori dal mondo terreno. Tetsuo rivide nell’evanescenza quei minuscoli occhietti neri come notte senza luna. E quel sorriso, il più dolce che avesse mai visto, senza incisivi e con le guance rigonfie. Sorrise. Poggiò delicatamente la mano sul capo di Setsuko.
Volse di nuovo lo sguardo al mare. In lontananza scorse un’ombra. Poi dieci. Poi cento. Poi forse mille. Dalla foschia grigia e placida emersero vele straniere e sinistre che solcavano il mare rabbioso al ritmo dei tamburi di guerra.
Dal villaggio sotto il promontorio l’eco di un corno e di campane davano l’allarme. Tetsuo indossò l’elmo e la maschera pietrificata in una smorfia di collera e fame. Una mano sull’elsa della spada. L’altra mano a stringere quella minuscola e fredda di Setsuko.
Questa volta sarebbe rimasto per combattere. Questa volta sarebbe morto in battaglia con onore. Questa volta, i fantasmi di Tsushima sarebbero rimasti al sicuro.

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