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Illustrazione di Agrin Amedì
Caro Francesco, ti scrivo una lettera che non ti darò mai. Non te la darò mai perché contiene il mio fallimento, l’ammissione della mia disfatta nello starti ancora accanto e nell’averti lasciato andare via.

Questo racconto è stato scritto durante la full immersione di Baratti 2018

Caro Francesco,

ti scrivo una lettera che non ti darò mai. Non te la darò mai perché contiene il mio fallimento, l’ammissione della mia disfatta nello starti ancora accanto e nell’averti lasciato andare via. O meglio, me ne sono andata via io. Inizio col prendermi le mie responsabilità. Tu lo sai che cosa ha significato l’incidente, lo sai non perché te lo ricordi ma perché te lo abbiamo raccontato tutti, ognuno a suo modo, ognuno coi suoi tempi, omissioni e storpiature comprese.
Tredici anni fa avevamo 20 anni e tu hai pensato bene di andarti a sfracellare contro gli alberi di via Tiburtina di fronte al Verano, alle 2 di notte del 20 Giugno. Hai sbattuto la testa, sei andato in coma, e nonostante i medici dicessero che, essendo forte e giovane avevi buone possibilità di recupero grazie al fatto che le cellule del cervello possono migrare e andare a sostituire quelle morte, dopo 3 mesi di buio ti sei risvegliato diverso. Una calotta cranica di ceramica all’ultimo grido e lesioni cerebrali permanenti sparse nell’emisfero sinistro. In pratica ti sei fottuto la memoria, quella a breve termine, molta di quella a lungo termine. Ahia.
Ecco, ci hai regalato grandi momenti di ilarità, questo te lo riconosco: nel post-risveglio ti esprimevi solamente con le bestemmie e poi ripetendo ossessivamente “ahia ahia”; porco qui e porco lì significavano “mi prendi l’acqua”, oppure “sono stanco voglio dormire” stessa cosa con gli “ahia ahia” che declinavi con volumi e toni differenti della voce e per noi era come tornare a fare le versioni di greco: traducevamo le tue frasi di turpiloquio o bisillabi sempre uguali stavolta, però senza un vocabolario di riferimento. Tua madre ovviamente ci ha sempre battuti tutti. Giochi e cazzeggio a non finire mentre aspettavamo nei giardinetti dell’ospedale e delle cliniche di riabilitazione. “Coma stai?”, era divenuto il saluto ufficiale, un mantra cinico di cui saresti andato fiero, tu il re del cinismo. Ahia.
Ricordo che le sere di quell’estate funesta, quando ancora ti alimentavano le macchine. Avevi il turbante di garze in testa e gli occhi chiusi, ci vedevamo sempre, tutti, saremmo stati una ventina, nei giardini di Castel Sant’Angelo a bere Peroni da 66. E non facevamo niente, non parlavamo di niente, forse dicevamo sempre le solite cazzate trite e ritrite: quello era il nostro coma. Noi, pischelletti di 20 anni incapaci di stare da soli perché solo insieme, noi amici tuoi, riuscivamo a far passare quelle ore che ci separavano dalla terapia intensiva. Ahia.
Lentamente hai ricominciato a camminare, a parlare. L’olfatto l’hai perso perché pure quello è collegato al cervello. Vedi, ma vedi solo davanti a te; fottuta anche la prospettiva laterale della retina. Io ci sono stata all’inizio, davvero, ci sono stata sempre, dal recupero della macchina spappolata al deposito dei vigili, ai calendari e ai turni che facevo per gestire le visite di tutti. Ti parlavo e ti accarezzavo piano le mani e la faccia tumefatta. I miei problemi sono arrivati dopo. Lo so che lo sai, lo so che lo senti; la memoria qui non c’entra e poi ce lo hanno detto mille volte al Policlinico che la parte emotiva dei ricordi non era rimasta su via Tiburtina spiattellata su quel cazzo di albero, né tra le lamiere della tua Y10. Ahia.
La mia incapacità è stata nell’elaborazione di un lutto che non c’è stato perché tu sei vivo, non morto. Ma il Francesco di oggi, a parte l’involucro di carne che ti contiene, non è il Francesco di eri. Credimi, è tosta fare pace con il cervello e accettare la vita quando quella vita ti ricorda una morte.
Tu per me sei stato la prima di molte cose: la prima volta di tutto o quasi tutto. Io l’ho condivisa con te e seppur melenso ti faccio un lungo elenco: la prima sigaretta, le prime canne, i primi cortei, i primi viaggi da soli, il primo collettivo, il primo giornale, le prime lettere d’amore, le prime sfide intellettuali, il primo contatto con il cinema d’autore, i primi concerti rock, la scoperta del punk, il primo corpo dentro il mio di corpo. E potrei continuare all’infinito, ma mi fermo. Ecco, di tutto ciò e molto di più tu non ti ricordi un cazzo. Ahia.
Ed è vero che i ricordi sono sempre individuali; ognuno ricrea nella mente quello che vuole rivivere, distorcendolo o omettendolo a proprio piacimento. Ma c’è un dolce piacere nel saperti nella memoria di un altro, qualsiasi forma tu abbia preso. Quindi, a me fa male la tabula rasa che hai al posto di noi due. Ahia.
Una volta, qualche tempo dopo l’incidente, siamo andati al cinema. Tu mi hai parlato più o meno ogni quarto d’ora chiedendomi ripetutamente chi era quello, cosa era successo nella scena precedente, se tal personaggio era comparso nello schermo e cose così. Ho resistito fino alla fine del film, ma non appena siamo usciti fuori ti ho urlato feroce quanto fosse stato imbarazzante condividere quel tempo con te, te che sei un disadattato sociale se non sai stare in silenzio davanti al grande schermo e mi bisbigli nell’orecchio ovvietà. Mortificato nel profondo mi hai scrutata inorridito dicendomi: “Certo che sei stronza, io ho fatto l’incidente”. Ero vomito davanti ai tuoi occhi. Ahia.
Poi è venuta la fase del registratorino e delle foto. Su suggerimento della tua logopedista o psicologa non ricordo, hai cominciato a registrare ogni incontro sociale in cui incappavi. Facevi dire i nomi ai partecipanti del rendez-vous e insieme scattavi foto di chi vedevi o di dove andavi. Tutto materiale utile per ricostruire, la sera, una sorta di diario audio-visuale che ti aiutasse a rimettere in sequenza la tua giornata. Era un incubo per me quella pratica ossessiva che toglieva ritmo alla vita; il registratore e gli scatti mettevano in pausa il flusso delle cose e ci riportavano istantaneamente nelle zone morte del tuo cervello. Così io mi incupivo, e infatti in tutte le foto ho una faccia cattiva e la mia voce suona ancora stizzita negli audio. Ahia.
Gli altri ti hanno seguito negli anni molto più di me, io sono partita per viaggiare e poi lavorare, a singhiozzi, in paesi lontani. E così facendo la mia vita si è distaccata dalla tua. Ho smesso di coinvolgerti, di chiamarti, di scriverti, di venirti a prendere per fare cose insieme. Quando saltuariamente ci ho provato, la cicatrice rosa che ti spaccava la testa in due, il martellante citare l’incidente per giustificare i tuoi ritardi e i sorrisi ebeti che mi rivolgevi in memoria dei vecchi tempi, mi provocano sempre un senso di fastidio, un torbido sentimento di pena e scoglionamento. Alla fine ti trattavo sempre male, poi tornavo a casa e piangevo. E piango ancora adesso. Ahia.
Francesco, in questa lettera che non ti darò mai, una confessione voglio farti: io non riesco ad accettare di trattarti come un disabile, io non sono in grado di trasformare il dolore della perdita di te, il vecchio te, il te che era per me in una pacata razionalizzazione delle cose. Io preferivo che morissi. A me fa male che sei morto. Ahia.

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