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S o l i t u d i n e

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Illustrazione di Agrin Amedì
Sono un tipo fondamentalmente calmo. Riesco ad agitarmi solo nel momento in cui sto per inserire la chiave nella serratura della mia nuova BMW e vedo quei graffi profondi nella vernice nera dello sportello.

Sono un tipo fondamentalmente calmo. Riesco ad agitarmi solo nel momento in cui sto per inserire la chiave nella serratura della mia nuova BMW e vedo quei graffi profondi nella vernice nera dello sportello. Poi entro. E appena poggio il mio culo molle di quarantenne arrivato sul sedile in pelle, dimentico tutto. Il mio smartphone si collega immediatamente tramite Bluetooth all’impianto stereo dell’auto e inizio l’ascolto del mio podcast preferito.
Traffico. Non si gode mai a pieno del traffico. I dipendenti devono arrivare puntuali, pena il licenziamento; i negozianti hanno l’orario comunale; il dottore ha il paziente in sala d’attesa e io ho una società che deve produrre già di buon mattino. 8 e 17. I miei clienti a questo punto saranno arrivati. Qualcuno alla reception li avrà già accolti. Dovevo essere lì alle 8. Sarei dovuto uscire 10 minuti prima per arrivare puntuale, 20 minuti prima per viaggiare più rilassato. I semafori lungo il percorso ovviamente sono l’imprevisto e ora prendo il rosso qui all’incrocio. 8 e 19. Il locale all’angolo ha cambiato insegna: “Pans Company”. Un altro fast-food per ragazzi e turisti. Fino a quattro mesi fa lì all’angolo, subito dopo il semaforo, c’era un bel localino. Ne sono certo, perché mi ci fermavo ogni volta che non volevo andare a casa dopo l’ufficio. Bevevo il mio Moscow Mule nel tempo giusto a farmi venire le paranoie da etanolo, che si sa, è un fattore di rischio per il cancro. “Pans Company”. 8 e 20. Una solitudine lacerante si insinua nel mio confortevole abitacolo. Tante volte mi sono sentito solo nella vita, ma mai come ora, così velocemente e così presto. In genere accade verso sera, al più presto nel pomeriggio, insomma, quando sto per uscire dall’ufficio e non ho in programma nessun impegno, nessuno che mi aspetti. Stavolta però è una solitudine diversa, di chi non può chiamare suo fratello Giovanni a Boston che lì sono le 2 e 20 e lui, John, (così si fa chiamare ora che è in America) non capirebbe. Svegliato all’improvviso nel sonno in America. Italia chiama America: trambusto, confusione, frenata. D’istinto tocco il ciondolo a forma di aeroplano che John mi ha regalato per dirmi “raggiungimi spesso”. Un po’ è la stessa solitudine che sentivo quando ero bambino e mia madre mi lasciava solo a occuparmi di quello che poi sarebbe diventato John di Boston.
Lentamente apro lo sportello e scendo. Sicuramente scendendo sarò meno solo, penso, fra tutta questa gente che si avvicina. Riconoscerò un volto familiare, sì. Qualcuno poggerà la sua mano sulla mia spalla, magari un mio dipendente. La mia azienda è vicina. È colpa del ristorante “Pans Company” se mi sono distratto. Non riconosco nessuno tra la gente che ora mi ronza intorno. I miei dipendenti, tra l’altro, iniziano a lavorare alle 8. Lo sanno tutti, prima arrivano e prima se ne andranno; e comunque pochi di loro mi sarebbero stati d’aiuto. Non Piero, sicuramente, a cui avevo tolto il buono produzione la settimana precedente per aver inveito a ragione, ma non a modo, durante una riunione contro il nostro partner più importante. Nemmeno Cristina a cui avevo declinato numerosi inviti a uscire facendo finta di non capire, ma lei aveva capito. 8 e 21. Abbasso lo sguardo e tutto è al suo posto: l’asfalto, le strisce pedonali, quella montagna di capelli ricci. Come quelli di Margherita. Margherita l’avevo conosciuta durante una crociera per single. Una crociera coraggiosa, perché fino a quel momento mi ero sempre rifiutato di partecipare a cose che ritenevo adatte a persone sole. Poi, invece, avevo deciso di partecipare perché avevo capito che io ero una di quelle persone sole. Io e Margherita eravamo due dei pochi che durante le soste restavano sulla nave; quindi avevamo subito pensato che qualcosa in comune potevamo pure avercela e così decidemmo di non tornare a Roma da single. Per un paio di stagioni non partecipammo più a crociere del genere. Tutto era meraviglioso con Margherita. Cinema, risate, partite a tennis… Niente amici. Ci bastavamo; ma io bastavo anche a me stesso e a lei non bastava tutto questo perché da sola lei non si bastava.
Quello squarcio sulla fronte conteneva tutti i piccoli frammenti del mio fanale. Ce ne potevano essere di grandi, di piccoli, di tondi, appuntiti o invisibili. Po-li-car-bo-na-to. Mi viene in mente che è interessante la scienza dei materiali. I fanali anteriori delle auto, a partire dagli anni ’90, sono in policarbonato. Quelli posteriori non lo so, ma gli anteriori sicuramente sono in policarbonato; un poliestere dell’acido carbonico derivante da un composto organico chiamato bisfenolo, usato nella sintesi delle materie plastiche. Il policarbonato ha semplificato la lavorazione dei fanali, poiché si può curvare a freddo data la forte malleabilità. L’unica pecca è che dopo qualche anno si opacizza. Comunque ci sono numerosi modi per togliere quell’opacità così antiestetica. Io ho sempre odiato le opacità; quelle del policarbonato e quelle delle persone. Margherita, per esempio, era un po’ opaca. Dopo due anni di frequentazioni ancora sapevo poco di lei, come che gusto di gelato le piacesse, che genere di film adorasse, chi vedeva ogni volta il giovedì sera quando per ore e ore non rispondeva al telefono fino al giorno dopo. Ora è meglio non toccare, meglio non far nulla. Zampilli ruggenti dall’arteria temporale o dal ramo della zigomatica scendono sul viso di una giovane donna sdraiata e senza vita ai piedi della mia BMW. Avrà circa la metà dei miei anni. Mi chino per guardare. Lei e i suoi grandi occhi neri sembrano fissarmi per un attimo. Riesco a dire solo: “Ehi, scusa, ero un po’ distratto”. Che frase idiota. L’ho combinata grossa comunque. Il fanale anteriore destro è completamente andato, idem il vetro di copertura e lampadina. Andati. Ricordo bene di aver letto su BMWpassion che è molto complicato sostituire i pezzi. La cosa migliore da fare, secondo i più esperti del blog, sarebbe quella di cambiare completamente il fanale, scocca compresa. Anche il montaggio in queste circostanze risulterebbe più semplice. Tra l’altro, se ci penso bene, entrambi i fanali anteriori sono opacizzati (i posteriori ancora no), quindi potrei approfittare dell’occasione per un restyling. Chissà che prezzo avranno? Dovrei correre a casa e mettermi a cercare sul web. Solo roba originale, s’intende. Intanto la gente comincia a inveire e qualcuno mi sputa addosso. Se fosse stato qui John di Boston mi avrebbe consigliato di andar via. D’istinto porto le mani al collo e tocco il mio ciondolo a forma di aereo, poi salgo di scatto sulla mia BMW e vado via. Di retromarcia.

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