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Arriva alle dieci di sera

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Illustrazione di Agrin Amedì
Arriva alle dieci di sera. È dal messaggio di questa mattina che mi sto preparando: – Vorrei ricordarti che oggi è martedì. Come se potessi dimenticare il primo appuntamento, ma faccio finta di niente: – Ah, già. Allora alle dieci da me.

Questo racconto è stato scritto durante la full immersione di Baratti 2018

Arriva alle dieci di sera. È dal messaggio di questa mattina che mi sto preparando:
– Vorrei ricordarti che oggi è martedì.
Come se potessi dimenticare il primo appuntamento, ma faccio finta di niente:
– Ah, già. Allora alle dieci da me.

Comincio dai lavori grossi, quelli che si fanno una volta l’anno. E per ‘lavori grossi’ non intendo libreria, vetri, tende e tappeti; ma cambiare le lenzuola, gli asciugamani, lavare il bagno, la cucina e i pavimenti.
Per le tre ho già finito. Mi infilo una sigaretta tra le labbra, apro l’acqua nella vasca e comincio a miscelare il freddo e il caldo. Penso che potrei anche accendere delle candele ma non ne ho e l’immagine di me a mollo, al buio, nella stanza intasata di fumo e vapore a far finta di rilassarmi mentre sono agitatissima mi fa ridere.
Dopo la depilazione e le creme emollienti, spalmate a lungo e a fatica su tutto il corpo nella speranza di vederlo rifiorire come per incanto, sono ancora le cinque. Ho tutto il tempo per eliminare il superfluo anche da casa, trovare la giusta illuminazione, acconciare il divano, accendere l’emanatore di essenze.
Per le sei la mia casa sembra un bordello. E io la tenutaria. Il profumo della mia crema per il corpo è nauseante e l’essenza per gli ambienti decisamente troppo forte.
Apro le finestre. I vetri! Avrei proprio dovuto lavarli… E faccio un’altra doccia. Mentre mi asciugo con la tovaglietta di mia nonna cerco di immaginare se il pizzo sia un bene o un male. La cambio con qualcosa di più dozzinale. Il copriletto, almeno quello, non è dei soliti bicolore a scelta tra il blu e l’azzurro o il beige e marrone già visti in altre cento case in entrambe le varianti: è chiaro semplice e fa sembrare la stanza un po’ più grande. Anche se “La notte”, olio su tela di mia figlia, che occupa tutta la parete di fondo la fa sembrare di nuovo quello che è: un buco! Maledicendo il giorno in cui decisi di lasciare a lei quella grande vista parco, tolgo di mezzo scarpe e vestiti e chiudo la porta.
Un’ultima occhiata al salotto e sono le sette. Mi dispongo ad aspettare cercando disinvoltura. In due anni che abito qui non mi è mai venuto in mente di sedermi a leggere una rivista ma adesso ne sento il bisogno, non fosse altro che per testare la comodità del divano. Il plaid a scacchi sul bracciolo mi fa sentire vecchia. Corro a nasconderlo nell’armadio e torno a sedermi. Scruto la libreria.
Ma che sto facendo? Calmati, mi dico. Questa casa è bellissima, luminosa, spaziosa, ben arredata…. Perché, allora, l’unica cosa che riesco a vedere adesso è la libreria dell’Ikea in fondo alla stanza? L’unico pezzo, giuro, a parte gli asciugamani, gli strofinacci, il servizio di piatti, quello di posate e forse qualche contenitore. Bianca, bassa, anonima… Credevo. Ma stasera mi guarda. È proprio di fronte al divano, da qui non potrà ignorarla. Ma non posso farla sparire in un’ora. E poi, sotto le finestre corre quella disegnata dall’architetto, in ferro e legno come il parquet. Ma sarà tipo da notarla? E comunque se la ritroverà alla sua sinistra e non di fronte. A proposito, meglio portare i classici in prima fila, non si sa mai. E quella colomba vicino alla foto di mia madre morta sembra un altarino… Ma sono le otto e mezza e devo ancora decidere cosa mettermi.

Non mi piace nulla di quello che ho. E forse faccio ancora in tempo a pulire i vetri. Mi lavo le mani per la cinquantesima volta e il cinquantesimo asciugamano. Non va neanche il colore di questo. Poi mi accorgo che la calza è smagliata e la civetta di legno sullo scaffale fa tanto souvenir argentino.
Fumo.
In tre boccate ho finito. Ne accendo un’altra e, al solito, la tengo tra le labbra con gli occhi socchiusi mentre mi verso un bicchiere di vino… I bicchieri! Sono uno diverso dall’altro!
Il fumo mi entra negli occhi, mi fa lacrimare, mi cola il trucco e sono le dieci meno un quarto. Torno in bagno e noto che l’ultima passata di phon ha creato un vortice al centro della mia testa dove ora si erge fiero un ciuffo.

Il citofono!

Mi cade il bicchiere, tiro giù i santi mentre esco di corsa dal bagno. Mi precipito in camera per cambiare la calza ma il tacco si impiglia nel copriletto, mi aggrappo a una lampada a stelo che viene giù con me e la gonna si strappa.

Il citofono!

Mi rialzo: ho la gonna strappata, la calza smagliata, il trucco colato, un profumo da bagascia, i capelli dritti, i cocci nel bagno, la piantana divelta, la libreria dell’Ikea, i vetri sporchi, i bicchieri scompagnati, la civetta argentina, l’altarino, il plaid…

E il citofono che ha smesso di suonare.

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