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Insalata e brodi

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Illustrazione di Agrin Amedì
Ecco. Lo senti il calore? È familiare. Siamo tutti in fila. Possibile mai? – mi dico. Quello coi baffi mi guarda con aria sghemba. Che vorrà mai, dico io? Allarga il sorriso in una smorfia scomposta

Questo racconto è stato scritto durante la full immersione di Baratti 2018

Ecco. Lo senti il calore?
È familiare.
Siamo tutti in fila.
Possibile mai? – mi dico.
Quello coi baffi mi guarda con aria sghemba.
Che vorrà mai, dico io?
Allarga il sorriso in una smorfia scomposta.
Secondo me questo non ce l’ha.
Eppure dicono che ce l’hanno tutti.
Dovrebbero mettertela alla nascita, dotazione standard.
Ma poi, chi lo decide qual è lo standard?
È una cosa così strana, il fatto che posso percepirla appena, ma lei c’è, sta lì, non si muove.
Dice che a volte puoi non accorgertene per anni.
Per gli animali no, quelli niente dotazione standard, solo confuso eccitamento e istinto primordiale.
Ma poi, ai primordi, che c’era?
Il brodo. È bella la parola brodo. È qualcosa di mescolato.
Non come l’insalata però. L’insalata sta lì, nel recipiente, ma tutti i pezzetti sono un cosa diversa, restano lì, separati tra loro, provano a legarsi: un po’ d’olio, una manciata di sale, ma stanno lì, nel loro ordine disordinato.
Un po’ come qua noi in fila. Io e il signore coi baffi siamo un’insalata, mica un brodo.
Ma chi cazzo lo conosce, il signore coi baffi?
C’è poi questa tizia dall’aria serena. Forse è il suo nome, Serena. Ecco, con Serena potremmo essere un brodo.
Comunque io me ne sto zitta zitta, in fila, e faccio la mia parte.
Potrebbe essere stato anche il big bang. Big Bang ti dà proprio l’idea di qualcosa di poderoso.
Immagina: prima il nulla, energia. Poi un ammasso informe.
Poi esplodiamo, come tanti piccoli pezzi lanciati nell’etere.
E questo qua, questo qua ha l’aria di uno che scriveva poesie. Gli occhi azzurri sono un pezzo di cielo.
Si soffermano su un qualcosa di imprecisato a destra della mia spalla. Vagano.
Chissà, forse lui quando ancora non ci stava, in fila, ci pensava spesso.
Al momento in cui staremo in fila, dico.
Comunque, ‘sta cosa dentro al petto ora s’allarga, diventa un piccolo bruciore. Un bruciore fisso e un po’ fastidioso.
Ripenso a quando servivo al banco del bar, ché a volte il bruciore s’allargava anche lì, quando dovevo dire, grazie, grazie, prego, buona serata, scusami tu e intanto pensavo siamo una fottuta insalata, nient’altro che una fottuta, non mescolabile insalata.
Invece quando passavo il tempo con Paolo sentivo una leggera frescura, come quando l’auto correva forte e mi affacciavo al finestrino e sentivo l’aria sulla faccia e mi sentivo un cane, sì sì, proprio un cane, un animale, uno che quella cosa non ce l’ha, confuso istinto primordiale, primordiale come il brodo. Tutto insieme, tutto legato, vaffanculo.
E insomma.
Chissà se adesso saremo insalate o brodi.
Se fossi la parte di un’insalata, forse sarei un cetriolo.
È amaro, eh.
Amaro, ma amaro amaro. Poi però ci fai quel giochetto che lo sbucci e lo strofini una parte sull’altra e allora ecco, BOOM! Diventa buono, diventa neutro, lo puoi accostare.
A me mi devi strofinare un poco, poi divento accostabile.
Mi ficchi dentro a un bel pinzimonio e sono quasi buona, leggera.
Vorrei essere un cetriolo.
Sentir sparire il bruciore.
C’è una musica che proviene dall’inizio della fila ed ora la sento, è sempre più forte…Se piangiamo adesso sarà semplicemente… vibra dentro, è una ballata…ignorato…
Mentre Lady Midnight di Leonard Cohen mi lambisce i lombi mi sento un cetriolo, il bruciore si attenua, mi sto strofinando contro il signore con i baffi che balla un boogie woogie, ché se mi guarda vorrà dire che c’avrà curiosità.
E il poeta, dov’è finito il poeta occhi-pezzo-di-cielo?
Mi sa che la musica che sente lui è qualcosa con archi e fiati, qualcosa di sofisticato, perché manco si muove ed è etereo e mi sembra che adesso non ci sia troppa differenza tra gli occhi-pezzo-di-cielo ed il resto del corpo e Serena è rapita ora, è rapita da qualcosa che mi sembrano i Neutral Milk Hotel, una musica storta ma Serena, Serena, come lei, come me.
E allora penso, sì, siamo un’insalata, una fottuta insalata, ma poi ci accosti e i sapori si amalgamano e diventiamo buoni, roba appetibile, mica cazzi.
Alla fine della fila, quando sarà il mio turno, troverò forse una porta, una luce, un checcazzonesoio.
Se potessi scegliere, mi piacerebbe un buffet, un gran bel buffet, di quelli educati però: perché dove inizia il buffet finisce la civiltà, ma che diamine, almeno qui, un po’ di educazione, qua, che poi ci giudicano, ma giudicano seri.
È arrivato il mio turno, che c’è per pranzo?
Del brodo, sì, del buon brodo, ma guarda, fa’ caldo: dammi pure un’insalata.

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