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Il matrimonio

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Avrò avuto sette o otto anni. Mi ricordo che con mio padre ero andato a un matrimonio a Vairano Patenora. Si sposava la figlia di una cugina di mia madre. Era inverno, una giornata fredda, cielo terso, come spesso capita a gennaio.

Questo racconto è stato scritto durante il laboratorio di autobiografia
diretto da Rossana Campo per la Scuola Omero

 

Avrò avuto sette o otto anni. Mi ricordo che con mio padre ero andato a un matrimonio a Vairano Patenora. Si sposava la figlia di una cugina di mia madre.
Era inverno, una giornata fredda, cielo terso, come spesso capita a gennaio.
Allora ci si sposava anche di domenica e il matrimonio rendeva la festa ancora più grande e piacevole. Per me era un evento, vedere tanta gente e i parenti che vedevo raramente, forse una volta all’anno nelle feste comandate.
Il paese era molto piccolo, arroccato intorno ai ruderi del suo castello. Vi era un corso principale e tante stradine laterali, tutte in salita o se volete tutte in discesa. C’erano poche macchine, avevamo lasciato la nostra all’interno di una masseria.
Ci siamo diretti verso la chiesa parrocchiale, con gli altri invitati e i parrocchiani della messa della domenica. Credo che erano pressappoco tutti gli abitanti del luogo. Si conoscevano tutti e anche i non invitati erano curiosi di vedere la sposa.
Il matrimonio era un evento per il paese, inoltre il rito si celebrava durante la messa domenicale, era regolarmente quella principale di mezzogiorno, così dopo si andava direttamente a pranzo.
Baci e abbracci con amici, parenti e con lo sposo in attesa dell’arrivo della sposa e dell’inizio della messa. Il sagrestano cercava di zittire i mormorii con i ripetuti: “sss, sss”, che placavano i convenevoli per qualche secondo, per poi ricominciare subito dopo. Finché qualcuno ha urlato: “arriva, arriva”. Così ognuno ha preso posto nella parte predestinata della chiesa, a seconda se si apparteneva o si era un invitato della sposa o dello sposo. Noi ovviamente eravamo a sinistra subito dietro la sposa. La marcia nuziale è iniziata appena la sposa con il padre è apparsa nel vano del portone d’ingresso della chiesa.
La cerimonia non finiva più, mi ero addormentato, a causa della levataccia mattutina. Sono stato svegliato dall’applauso dei presenti per sancire l’avvenuta unione. Nonostante fosse finita, ognuno si era messo in fila, come per la comunione, per baciare la sposa e lo sposo, che erano sull’altare.
I morsi della fame si facevano sentire, a parte l’ora, era anche perché venendo in macchina, i miei, sapendo che la strada era piena di curve, non mi avevano fatto mangiare la mia consueta zuppa di latte: latte caldo, dolce, in cui inzuppavo il pane secco, buonissima. Ma quella mattina per non farmi vomitare, solo pane secco.
Finalmente gli invitati cominciarono a defluire nella piazza antistante la chiesa, per aspettare con le tasche e le mani piene di riso gli sposi, che nel frattempo si erano ritirati con il parroco in sagrestia, per ufficializzare la loro unione.
Dopo il bagno di riso, con gli sposi in testa al corteo, formato dagli invitati al seguito, ci siamo avviati a piedi verso la casa della sposa, a mo’ di processione. Avevo racimolato qualche confetto lanciato agli sposi lungo la strada, che mettevo immediatamente in bocca di nascosto dai miei, per azzittire un po’ la fame.
In questi piccoli centri montani c’era l’usanza di fare il ricevimento a casa, alla famiglia della sposa toccava organizzare il pranzo, che, per l’occasione avevano ammazzato anche un vitello.
Praticamente avevano svuotato tutta la casa dai mobili e messo i tavoli, dislocati nelle varie stanze. I bimbi tutti in un tavolo e tutti in una stanza. Dato che ero timido, i miei hanno fatto in modo di farmi stare con loro.
Arrivava un profumino dalla cucina, finalmente avremmo mangiato. Dato che eravamo stati parecchio al freddo e per la camminata fatta lungo il corso, una bella scodella di brodo di pollo, con varie frattaglie, ci stava proprio bene. Le zuppiere fumeggianti presidiavano il centro di ogni tavolo, così i commensali avevano modo di servirsi a loro piacimento. Mio padre mi servi per primo versandomi mezzo mestolo di brodo nella scodella, cercai di protestare che era poco, ma lui mi sussurrò dicendomi che dovevo conservare l’appetito per la buona carne che sarebbe arrivata in seguito.
In un paio di cucchiate finii la mia razione di brodo, guardavo e sentivo il rumore assordante dei cucchiai che ravanavano le scodelle, il soffiare e il succhiare il brodo caldo degli altri al nostro tavolo. Finito il frastuono, il vocio degli invitati aumentava all’aumentare del vino fatto in casa rigurgitato, in particolare dai commensali maschi. Le stesse zuppiere, da lì a poco, sono ricomparse piene di maccheroni al sugo. Che goduria! Mio padre con grande dolcezza mi mette tre maccheroni nella scodella, ho reclamato ancora per la penuria di pasta nel mio piatto. Di nuovo lui mi sussurrò: “Mò, esce a carne”. Da lì a poco sarebbe arrivata la meravigliosa carne del vitello ammazzato per l’occasione.
Mio padre faceva così, perché prima di tutto voleva che mangiassi la carne, sapendo che io avrei mangiato solo pasta e basta. A quel tempo la carne non abbondava sulle nostre mense, e quindi voleva che ne mangiassi una quantità industriale, anche per sopperire alla mia magrezza, che a quei tempi c’era da vergognarsi, anche se a casa nostra non mancava niente. Mia madre faceva delle buone minestre e ogni settimana faceva un ottimo pane. Mangiavamo molto pesce, dato che abitavamo vicino al mare. La carne veniva cucinata una volta a settimana e precisamente la domenica. Mamma faceva il ragù, con il sugo condiva i maccheroni e la carne la mangiavamo come secondo, con un contorno di patate e insalata: il pranzo domenicale.
Per me la pasta al pomodoro coperta di parmigiano, era la cosa più buona. Ed ecco, ero lì, avevo a portata di mano quella pasta meravigliosa, ma non ne potevo mangiare di più, perché avrei dovuto mangiare un bue intero.
Da lì a poco, un vocio di sussurrii, quasi un passa parola: “sta arrivando la carne, la carne”. Finalmente è arrivata, mio padre con molta generosità mi dà un bel pezzo. Era un miraggio? No, era la carne!!! Mi armai di forchetta e coltello e via a tagliare. Dal profondo del mio petto sentivo crescere rabbia e pianto a seguito dello sforzo sovrumano che stavo facendo per tagliarla, ma non c’era verso, era così dura che anche il generoso aiuto di mio padre non era riuscito a tagliarne dei pezzi commestibili. L’ho presa con le mani per addentarla, era durissima. Qualcuno ha cercato di spiegarmi che era così la carne appena macellata. Basta, non volevo sentire più niente. Il pianto aveva ormai preso il sopravvento.

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