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Giulia, Brunori e gli spaghetti di Feynman

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Lasciava sempre appassire i fiori nei vasi. Quando gliene regalavano un mazzo li infilava in un vaso e li lasciava lì, senz’acqua. Diceva che preferiva vederli morire velocemente, invece di prolungarne l’agonia con quel sorso d’acqua che non li avrebbe comunque mantenuti in vita.

Questo racconto è stato scritto durante la full immersione di Baratti 2018

 

Lasciava sempre appassire i fiori nei vasi.
Quando gliene regalavano un mazzo li infilava in un vaso e li lasciava lì, senz’acqua. Diceva che preferiva vederli morire velocemente, invece di prolungarne l’agonia con quel sorso d’acqua che non li avrebbe comunque mantenuti in vita.
Alla fine ho capito che i fiori recisi non le piacevano e ho smesso di regalargliene. Ho cominciato a regalarle piante fiorite in vaso, ma lei le portava nel parco dietro la facoltà di Fisica e le lasciava lì, piantate nel terreno. Diceva che le piante devono stare a contatto con il cuore della terra, e così alla fine ho smesso di regalarle anche quelle.
Per un attimo ho pensato a dei pesci rossi, ma l’immagine di lei che li depositava nella fontana dei giardini del Rettorato mi ha indotto a lasciar perdere.
D’altra parte, Giulia ha solo vent’anni, e quelle certezze incrollabili che a me la vita ha sottratto da tempo. Un po’ gliele invidio, anche se non sono sicuro che si campi meglio, con le certezze. A volte credo che i dubbi siano quanto di più solido si possa avere sotto i piedi.
Giulia invece poggia i piedi sulle sue certezze, e infatti non mi ha creduto quando le ho detto che la amo.
“Tu non sei innamorato di me, sei innamorato dell’idea di me”, ha risposto ridendo.
E mi sa che ha ragione lei. Forse non è lei che amo, ma le sue incrollabili certezze. Perché se ne avessi almeno qualcuna – quelle giuste sarebbe il massimo – capirei cosa fare, o almeno cosa regalarle.
Invece sono andato avanti per mesi con tentativi sempre più disperati.
L’altro giorno, seguendo l’ispirazione piombata nella mia testa da chissà dove le ho portato un pacco di spaghetti.
Barilla, numero 7.
Quando gliel’ho consegnato mi ha fissato con aria assente: “Non pretenderai che ti prepari la cena! Io non cucino per nessuno, non lo faccio nemmeno per me”.
“Magari dovresti almeno mangiare”, ho risposto, squadrando la sua figura magra magra. “Ma se mi dici che relazione c’è fra gli spaghetti e Richard Feynman all’esame ti metto trenta”.
Mi ha fissato sbuffando: “Non siamo a lezione”.
Le ho sorriso. “Sono colpito: non hai escluso che non ci siano relazioni fra Feynman e gli spaghetti”.
“Ma è solo perché ti conosco, prof”, ha replicato lei guardandomi di sottecchi e afferrando il pacco di spaghetti. “Comunque, la relazione sarebbe che Feynman era un amante della pastasciutta?”, ha proseguito puntando decisa verso la camera da letto.
Quando l’ho raggiunta era seduta al centro del letto disfatto, a gambe incrociate, con il pacco di spaghetti di fronte a lei.
Forse stavolta ho azzeccato il regalo, ho pensato per un momento.
Mi sono seduto in fondo al letto e ho preso il pacco di pasta. Mentre lo aprivo, ho detto: “Voglio presumere che tu conosca l’apporto scientifico di Feynman…”.
Di nuovo Giulia ha sbuffato, e ha ripetuto a macchinetta: “Premio Nobel nel 1965 per gli studi sull’elettrodinamica quantistica, laurea al MIT e a Princeton, membro del progetto Manhattan, di lui sono noti i diagrammi di Feynman e gli integrali di Feynman, e oltre che di fisica si occupò anche di chimica, biologia e elettronica… oltre che, suppongo, di scienza culinaria”, ha aggiunto con un sorrisetto. “Lo so chi è Feynman, e questo non è l’esame di fisica teorica I”.
“Ma la trovo preparata, signorina”, ho ribattuto ridacchiando. Era un giochetto che facevo ogni tanto, interrogarla nei momenti di intimità. Credo mi servisse a ricordare a me stesso i ruoli – docente e studentessa – perché per la maggior parte del tempo passato con lei era qualcosa che dimenticavo con sorprendente facilità. Quando stavo con lei mi sembrava di essere uno studentello sprovveduto e lei l’esperta docente di Vita Reale.
Penso dipendesse dalla faccenda delle certezze (le sue) e dei dubbi (i miei).
E un po’ mi dispiaceva pensare che con gli anni potesse perdere quella sua rete di sicurezze, e diventare come me, perennemente traballante sopra un mare in tempesta di dubbi e perplessità.
“Una sera Feynman e il suo amico Hillys si stavano facendo un piatto di pasta quando si sono messi a studiare il modo in cui gli spaghetti si rompono”, ho spiegato, sfilando uno spaghetto crudo dal pacco, e afferrandolo con le dita delle due mani alle estremità. Mentre lo piegavo ho proseguito: “Avevano notato chissà come che piegando uno spaghetto così, è impossibile riuscire a spezzarlo in due pezzi. Lo spaghetto si spezza almeno in tre”. Fra le mie dita lo spaghetto si è curvato, fino a spezzarsi. Da una delle estremità è schizzato via un frammento di tre o quattro centimetri, che si è schiantato fra le lenzuola a metà strada fra me e Giulia.
Sollevando le due estremità spezzate rimaste fra le mie dita, ho detto: “Ecco, vedi?”.
Giulia ha sorriso. “E’ solo un caso”.
“Prova tu”, l’ho incalzata, porgendole il pacco aperto.
Il primo l’ha spezzato guardandomi negli occhi, con un sorrisetto divertito che si è spento un po’ quando il terzo frammento è planato di fronte a me, conficcandosi nella trama del plaid. Ne ha preso un altro, e ha provato a piegarlo più lentamente, ma stavolta lo spaghetto si è spezzato addirittura in quattro. Il terzo, il quarto, il quinto, tutti hanno fatto più o meno la stessa fine. Giulia mi è parsa quasi indispettita. Ha smesso di spezzare spaghetti e mi ha fissato, una lucetta irritata ad illuminarle gli occhi verde chiaro: “Wow, che scoperta incredibile! Non dirmi che hanno preso un altro Nobel per questo!”.
Ho riso scuotendo la testa: “No, ma la cosa non è così banale come credi, e loro l’hanno studiata seriamente per un po’. Ma ci sono voluti anni, e tecnologie nuove, e la fotografia digitale per riuscire a capire che è tutta una questione di rilascio di energia elastica sui tronconi dello spaghetto e di onde fessurali correlate alla meccanica della frattura”.
Giulia ha stretto gli occhi: “Mi stai dicendo che qualcuno ha studiato davvero questa roba?”.
“Non solo l’hanno studiata, ma nel 2005 due scienziati hanno pubblicato i risultati del loro studio, e ora l’MIT ha scoperto come è possibile evitare che lo spaghetto si spezzi in più tronconi”.
Giulia ora sembrava interessata. Aveva lo stesso sguardo attento che avevo notato in aula fin dalla prima lezione della sessione autunnale, mesi prima. All’inizio a colpirmi era stato proprio quello sguardo e il sottile piacere che mi trasmetteva – quello di avere di fronte uno studente appassionato da tirare dentro al fascino della fisica teorica. Giulia è carina, ma è davvero una ragazzina, magra in maniera quasi patologica, senza forme, sembra molto più giovane di quello che è, e se non fosse per quegli occhi intensi da gatto sarebbe perfino insignificante.
Che quegli occhi fossero lo specchio di una personalità irresistibile mi è stato chiaro più avanti.
Le lezioni erano cominciate da un mesetto, quando una sera di novembre, verso le sette, mi ha trovato alla fermata dell’autobus appena fuori della facoltà, che cercavo di ripararmi da una pioggia scrosciante con un vecchio ombrellino mezzo rotto raccattato al volo nel mio ufficio. Quando ha fermato la sua Panda sgangherata di fronte a me non l’avevo riconosciuta. Si è allungata sul sedile del passeggero per tirare giù un pezzetto di finestrino e mi ha urlato al di sopra della musica che usciva dall’autoradio: “Passaggio, prof?”.
Non è mia abitudine intavolare relazioni con le studentesse, fino a Giulia non mi era mai minimamente passata per la testa un’eventualità del genere, per cui nel passaggio offerto in una situazione meteorologica avversa non ho percepito nessuna controindicazione etica – tantomeno pericoli concreti.
Sono saltato nella Panda sgangherata senza pensarci troppo, e Giulia mi ha chiesto dove abitassi, mentre si reimmetteva nel traffico della sera. Per un po’ abbiamo mantenuto la conversazione sul banale – dove abiti tu, che tempaccio, odio l’autunno, la cosa peggiore è che una volta finito arriva il Natale – poi, esaurite le banalità, è calato il silenzio.
Due minuti dopo, mentre eravamo fermi ad un semaforo, dalla radio è uscito il verso di una canzone che non conoscevo, che mi ha attraversato il cervello come un fascio di protoni in un acceleratore di particelle.
“Te ne sei accorto sì, che parti per scalare le montagne, e poi ti fermi al primo ristorante e non ci pensi più?”.
“Le piace Brunori?”, mi ha chiesto Giulia fissando la fila di luci rosse degli stop di fronte alla Panda. Mi ha spiegato chi fosse, e ho ammesso che il nome non mi diceva niente.
“Strano. Ho sempre pensato che fosse un autore da grandi”.
“Perché?”, le ho chiesto, cercando contemporaneamente di seguire il testo della canzone.
“Te ne sei accorto sì, che tutto questo rischio calcolato toglie sapore pure al cioccolato…”. Mi sembrava che quel tipo, Brunori, stesse cercando di dirmi qualcosa.
“Senta, senta il ritornello”, ha risposto lei, alzando il volume della radio.
Un altro fascio di protoni mi ha investito.
“La verità è che ti fa paura l’idea di scomparire, l’idea che tutto quello a cui ti aggrappi prima o poi dovrà finire”.
Stava davvero parlando a me, quel Brunori? In effetti, sembrava sapere molte cose di me. Sembrava aver capito in che fase della vita mi trovassi – in procinto di separarmi da una moglie conosciuta sui banchi di scuola, dopo una lunga crisi seguita ad anni di estenuanti tentativi di avere un figlio che alla fine non era arrivato, il crollo delle certezze sulle quali avevo fondato tutta la mia vita fino ad allora e la paura di non averne altre di riserva – e sembrava che avesse scelto quasi apposta quel momento per dirmi quelle cose.
“La verità è che non vuoi cambiare, che non vuoi rinunciare a quelle quattro o cinque cose a cui non credi neanche più”, ha concluso Brunori, fregandomi del tutto. Perché sono sicuro che sia stata colpa sua se, quando la Panda di Giulia si è fermata sotto casa mia, mi sono voltato verso di lei e invece di salutarla e correre in casa mi sono allungato nell’abitacolo e l’ho baciata sulla bocca.
Di chi o cosa sia la responsabilità della reazione appassionata di Giulia non saprei dirlo. Ma solo perché non credo di aver capito mai veramente chi sia in realtà.
“E dunque, qual è la morale dell’esperimento degli spaghetti?”, mi ha chiesto Giulia sdraiandosi con un sorrisetto malizioso nel letto inondato di pezzetti di spaghetti e cominciando a sbottonarsi la camicia.
Mi sono stretto nelle spalle, tradendo un moto di soddisfazione per la reazione ottenuta, e mi sono quasi rilassato, finalmente pronto ad alzare l’asticella delle mie intenzioni.
“Feynman sosteneva che la fisica è come il sesso: può dare risultati pratici, ma non è per quello che lo facciamo”, ho risposto, rivelando l’ispirazione che mi aveva indotto a comprare quella confezione di spaghetti Barilla numero 7 – con le linguine non avrebbe funzionato. E alla fine non ha funzionato nemmeno con gli spaghetti.
Giulia, infatti, alla mia citazione non ha reagito come speravo. La sua espressione maliziosa è svanita rapida, sostituita da uno sguardo annoiato, quasi deluso. Si è alzata dal letto riallacciandosi i bottoni della camicia e bofonchiando qualcosa a proposito di un impegno che aveva dimenticato con la prof di Fondamenti di matematica, e mi ha praticamente cacciato via.
Non ci siamo più incontrati.
Però Brunori continuo ad ascoltarlo. Sparerà pure fasci di protoni piuttosto fastidiosi convincendoti a fare discrete cazzate, ma poi ti consola ricordandoti che “morire serve anche a rinascere”.

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