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Dormo e sogno

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Illustrazione di Agrin Amedì
Quando è nata mia cugina Marina, io ero stata appena concepita, lei fuori e io là, dentro la pancia di mia madre, un granello che forse si interrogava sull’opportunità di iniziare questo viaggio.

Questo racconto è stato scritto durante il laboratorio di autobiografia
diretto da Rossana Campo per la Scuola Omero.

 

Quando è nata mia cugina Marina, io ero stata appena concepita, lei fuori e io là, dentro la pancia di mia madre, un granello che forse si interrogava sull’opportunità di iniziare questo viaggio.

Intanto, anche mia madre ne intraprendeva uno, quello suo di sessanta chilometri da casa dei suoi. Marina è rimasta nella casa dei miei nonni materni, in quel luogo che è stato custode di segreti e dolore.

E’ stati davanti a quella casa che mio zio Giulio, superstite della battaglia di El Alamein, per proteggere i fratelli e le sorelle ancora bambini è saltato in aria nel tentativo di spostare un ordigno inesploso.

La sua storia la conosco dai racconti di mia madre, un giorno tornando da scuola non l’ha più trovato, ha vissuto un’infanzia accompagnata dalla paura dei fantasmi evocati da quel luogo di morte.

In quello stesso luogo mia nonna, come tante donne durante la guerra, un giorno ha subìto violenza, mia madre era una bambina, me lo ha raccontato quando ero già grande, ma l’educazione che ho ricevuto ha sempre tradito la ripugnanza che provava per gli uomini, sempre additati come quelli che vogliono fare i ‘loro comodi’.

Marina è cresciuta lì, eravamo quasi coetanee e quando andavamo a trovare i nonni e gli zii, assistevo a cose che erano tanto lontane dalla mia vita a Roma, l’acqua tirata su dal pozzo, il fuoco nel camino, i raccolti: uva, pomodori, patate, olive, a scandire il tempo e le stagioni.

Di quelle giornate della mia infanzia in cui andavamo a trovare i parenti, ricordo invece con orrore la vista delle galline che si aggiravano tranquille e un attimo dopo giacevano esanimi, in attesa di essere spennate e cotte. Ecco il pranzo della domenica, l’esecuzione toccava a lei, mi chiedevo come potesse farcela, dove trovasse la freddezza per togliere loro la vita. Solo molto tempo dopo ho capito che sotto le sue mani, in quel momento, forse vedeva qualcun altro, ma non glielo ho mai chiesto. Era ancora una bambina quando ha incontrato il lupo, di lui si fidava, un amico di famiglia, ha abusato di lei e non l’hanno denunciato.

Hanno tenuto il segreto, ho visto mia cugina ricoverata in ospedale, stare male senza che nessuno ne conoscesse il motivo, l’ho vista andare fuori di testa, perdersi in un mondo dove l’occulto, fenomeni inspiegabili, l’hanno strappata per tanto tempo alla realtà.

Dormo e sogno, io in un’altra stanza.

E’ dicembre, ho dieci anni, a scuola c’è una specie di epidemia epatite A, la contraggo. E’ una malattia infettiva che richiede isolamento, decidono che è meglio ricoverarmi, mi ritrovo in una stanza singola, con le pareti di un verde scialbo; entrando, di fronte la finestra e sulla destra il letto e il bagno. Nel limite del possibile, anche quelli del personale si tengono alla larga, dinanzi alla mia stanza c’è un ascensore di servizio, non so chi me l’ha detto, so che porta alla camera mortuaria, ho paura.

In bocca, un sapore metallico, mi provoca un senso di disgusto, sembra uovo, ma non ne ho mangiato, deve essere il mio fegato che si ribella.

Sono stanca, ho la febbre alta, ma vorrei uscire da questo posto. E’ inverno, piove, l’aria fredda che c’è all’esterno, a contatto con il caldo della stanza, ha coperto i vetri della finestra di una spessa condensa, non si vede nulla. Però, questo tepore non mi ristora, mi manca l’aria, vorrei aprire quella finestra, ma non posso. Poggio la mia fronte sul vetro, per cercare refrigerio e nel vano tentativo di abbassare la temperatura corporea, devo fare in fretta, fra poco passa l’infermiera.

Eccola, entra nella stanza, mi guarda, deve eseguire l’esame dei parametri, non immagina quello che sento. E’ domenica mattina, la radio è sintonizzata su una stazione che diffonde la voce di un uomo che augura buongiorno a tutti meno che a uno. Chi è? Non ricordo il suo nome e neanche quello della trasmissione, forse si tratta di Gran Varietà.

Piango, perché quest’uomo, che non mi conosce, mi nega un saluto? Si rivolge a me, ne sono certa, qualcosa non va nella mia testa, è la febbre alta che mi fa sragionare o sono fantasie?

I giorni passano, sto trascorrendo in questa stanza le vacanze di Natale, ricevo una visita dalla mia madrina di battesimo che mi porta in regalo una bambola, ha i capelli lunghi e biondi, è la prima e unica che abbia mai avuto, devo trattarla con cura. Federica non è una di quelle bambole morbide, tipo Cicciobello, è rigida, dietro la schiena si apre una fessura longitudinale, una specie di ferita; in realtà lei sta bene, è l’alloggio per il dischetto. Federica parla, poche parole, meglio di niente, dice il suo nome e che ha il fidanzato; chissà perché fanno dire queste cose a una bambola? Dopo un po’ mi annoia, la sua vicinanza non mi consola; mi viene in mente che Lidia, la figlia di una nostra vicina, dove qualche volta resto a dormire, mi ha insegnato un trucco, sdraiata su un fianco, fai oscillare il corpo in avanti e indietro, in un movimento che simula quello di qualcuno che ti culla, chiudi gli occhi, tutto diventa talmente naturale che dimentichi di essere sola, che non c’è nessuno a cullarti e scivoli nel sonno.

In questo ingombrante silenzio, dormo e sogno, l’orologio a scandire il tempo, è lo specchio del mio tempo interiore, regolare, piano, prevedibile. Il mio cuore, anche lui costante, batte tranquillo, poi, ogni tanto, una capriola al centro del petto, a ricordarmi che tutta questa regolarità non è vita, ma la brutta copia e qualcosa dentro di me dice: “Perché ti sei adeguata?” “Quanto è lontano quel giorno in cui hai rinunciato ad essere te stessa?” “E perché?”

Volevi un maschio, papà e sono nata io, immagino la tua delusione quando mi hai vista. E tutta la vita a cercare il tuo amore, il vostro amore, a rispondere alle vostre aspettative e nel mentre mi sono persa. Ho perso il contatto con le mie emozioni, non so riconoscerle, non so dare loro un nome e ho finito per credere di non averne.

E in questo stato di quiete apparente scorre la mia vita.

Da questo orecchio proprio non ci sento, magari riuscissi a dirlo, o meglio, potessi dire “non voglio starti a sentire”, ma quella vocina, come una filastrocca continua a ripetere: “non vali, non vali, non vali”.

Razionale, logica, organizzata, affidabile, tenace, faccio appello a tutte le mie forze, imprigionata dentro questa corazza, che mi sono costruita con tanta serietà e che ha finito per comprimere il mio corpo, mi fa male, respiro a fatica. Dentro una vera disputa, ogni parte con le proprie istanze e le proprie ragioni ed io a controllare. Ma dove pende il piatto della bilancia?

Sposto l’asticella sempre un po’ più su, come in una prova di forza e così non mi sento mai all’altezza.

Dormo e sogno, una fetta rossa, succosa, fresca, la porto alla bocca, il palato e le papille sono all’erta, affondo i denti e con un morso ne stacco un po’, si scioglie, come quelle caramelle zuccherine che mangiavo da bambina.

Mi restano in bocca i semi, scuri, duri, la lingua separa, li poggio sul piatto, continuo così, fino a quando, come un trofeo, non rimane che la buccia.

La guardo, somiglia a una barca, penso al mare e che mi piacerebbe salpare. E’ questo il sapore che vorrei avesse la mia vita.

Ho provato, ho provato e ho provato ancora e finalmente ho trovato.

Ho trovato che in fondo, proprio sotto tutte le mie resistenze, c’è la possibilità di scegliere, c’è sempre e invece di continuare a dibattermi tra il senso del dovere e il piacere, posso concedermi spazio e tempo.

Mi apro, tutto diventa naturale, il gusto di stare con le persone, di condividere e di non essere più quella presenza silenziosa che tace, che si limita ai convenevoli invece di dire cosa sente e pensa.

Una emozione nuova, la gioia. Finalmente mi sto ascoltando, ho l’acquolina in bocca perché già assaporo il momento in cui avrò fame di nuovo.

Dormo e sogno, l’aroma del caffè nelle mie narici, intenso, persistente, penetrante, si diffonde, mi lascio catturare. Lo vedo salire su per la moka, nero, bollente, una crema più chiara e densa in superficie ostacola la vista della parte più scura e fluida.

Il segreto è tenere bassa la fiamma, farne uscire solo una parte, l’osservazione sembra migliorarne l’aspetto, pare farsi bello per me. Il profumo arriva diritto nella testa, mi scuote, ma quella parte fluida è scura e proprio non riesco a vedere cosa c’è lì sotto, questo caffè mi somiglia.

Prendo lo zucchero, il cucchiaino e mescolo, sorseggio, ora si scorge qualcosa, guardo nella tazzina, un alone marrone rimane impresso all’interno e piccoli granelli scuri restano sul fondo; se fosse caffè turco potrei leggerci dentro, mi piacerebbe, non per vedere il futuro, piuttosto per sentire cosa non riesco ad afferrare.

C’è quel nucleo scuro, dove indisturbate risiedono parti inespresse, che non conosco, che esitano a prendere forma e questa inquietudine che apparentemente riesco a nascondere anche a me stessa.

Ora sento odore di zolfo, non posso ignorare questo vuoto, che ora diventa dolore, dolore per la mia solitudine, dolore per il tempo che è andato, dolore perché desideravo una vita dove l’amore fosse l’invitato speciale e invece non è neppure l’imbucato alla festa.

Ma quale stolto si imbucherebbe a una festa che non promette spensieratezza e allegria?

Rimesto e fatico, fatico a trovare i ricordi, come terra arsa e spazzata dal vento, dove non c’è traccia del passato. E il presente? Arido?

Dormo e sogno, mi chiedo cosa mi mette in moto e d’istinto mi dico che è il desiderio. Allora cos’è questa forza che mi trattiene, mi sembra di avere le mani legate.

Fili invisibili tessuti da una mano esperta, con molta perizia sono annodati intorno ai miei polsi. Cerco di allargare le braccia, vorrei afferrarli, non ci riesco e proprio mentre mi dico che è impossibile, mi rendo conto che non devo protendermi, che quelle mani esperte sono le mie, sono io Penelope, ma non voglio ingannare i Proci, né attendo il ritorno di Ulisse.

Non è fuori che devo cercare, è semplice, basta concedersi il diritto di chiedere, di volere, di sperare, di desiderare.

Desiderare è sentire la mancanza delle stelle, allora basta alzare gli occhi in una notte come questa e il fuoco, quello delle passioni, linfa vitale, schiude i miei semi, germogliano idee nuove, curiosità, bellezza, vita.

Mi sveglio.

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