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Illustrazione di Agrin Amedì
A malapena ricordo di essermi buttata su un divano, un divano di pelle marrone che stava sotto una finestra. Ma questo dove mi sono appena svegliata è un letto, non un divano, e io indosso una Tshirt gialla che, come il divano, il letto e tutto ciò che mi circonda non mi appartiene.

Questo racconto è stato scritto durante la full immersione di Baratti 2018

 

A malapena ricordo di essermi buttata su un divano, un divano di pelle marrone che stava sotto una finestra.
Ma questo dove mi sono appena svegliata è un letto, non un divano, e io indosso una Tshirt gialla che, come il divano, il letto e tutto ciò che mi circonda non mi appartiene.
Le slip, menomale, quelle almeno sono le mie. Ne ho conferma dopo un rapido sguardo sotto le lenzuola. Lo sguardo però, rivela un altro dettaglio meno confortante. Questa testa di capelli ricci e neri che mi dorme al fianco, invece no. Le mutande, intendo, non le ha. Se non altro, ciò ha sgombrato il campo da ogni dubbio.

Mi guardo intorno.
Un bel comò 800, l’alzata con lo specchio e sul piano di marmo, delle foto. Bambini, cani e mare sbiadito di almeno vent’anni fa.
Le tende un po’ lise. Come me. Che mi metto seduta, col mal di mare. Mare mosso, che monta.
Dunque, riassumendo.
L’ultima scena di cui ho memoria è il divano sul quale ho spento le mie ultime energie, un divano di pelle marrone che stava sotto a una finestra di una casa di campagna, dopo che a un certo punto dei festeggiamenti si era deciso di raggiungere non so chi a una villa appena fuori dal paese.
Fino a lì, ero ancora abbastanza vigile da ricordare che l’idea di spostarsi a casa di quei certi amici non fosse stata proprio un’idea fortunata.

Consumato tra overdosi di vino e di abbracci e di baci e di promesse e di desideri tutti da rivolgere al nuovo anno, il 1999 aveva ceduto il posto al nuovo millennio senza che noi ci sentissimo migliori.
Il mondo non era poi finito, ma qualcosa, dentro di noi forse sì.
Io sarei tornata in Germania e quella sarebbe stata l’ultima notte prima di sparire definitivamente nella mia prossima vita. Tra mille dubbi, un po’ ero fiduciosa, un po’ preoccupata che me ne sarei pentita. Massimo invece sarebbe tornato a Milano e avrebbe sposato la sua fidanzata di sempre.

Quindi, tornando a stanotte. Ecco.
Vivevamo nel 2000 da appena un’ora quando trovammo aperto il portone di casa di quegli amici-di-amici. Arrivati su per le scale, irrompendo festosi e maldestri dentro la sala, ci ammutolì la scena di un gruppetto sparuto di sconosciuti riversi chi sul divano, chi per terra, chi seduto con lo sguardo perso dentro un camino ormai spento e una coppietta troppo stanca per andare su in camera. Ovunque, bottiglie e bicchieri vuoti, piattini di carta rovesciati in terra e dalle casse stereo usciva la voce di Charles Aznavur, che ripeteva e io tra di voi-e io tra di voi… e pareva anche lui non aver trascorso una gran serata.
Qualcuno di loro sollevò appena lo sguardo. Altri, neanche quello. Fu a quel punto che Massimo mi fece cenno di guardare sopra una mensola dove si trovava impettito un busto di Mussolini. Questo è troppo, mi sussurrò in un rigurgito di lucidità e Infilammo di corsa le scale inseguiti dal suono sguaiato delle nostre risate. Si aggiunse dietro di noi una voce imperiosa che scimmiottava incespicando il famoso discorso, combattenti!…combattenti di terra e di mare…
Finalmente ci trovammo tutti alle macchine, qualcuno aveva ancora un paio di bottiglie e infine accettammo l’invito dei Ferrucci che non stavano lontani e che possedevano una casa di campagna con un divano di pelle marrone, per l’appunto, proprio sotto la finestra, quello dove mi accasciai dimentica di me e del nuovo millennio appena iniziato.

Fin qui, i miei ricordi.
Intanto, la testa di capelli ricci e neri lentamente si volta verso di me, apre un occhio, uno solo, l’altro sta dietro un boccolo stile rasta che gli copre mezzo volto. Ci guardiamo, cerchiamo di riconoscerci, ci facciamo forse la stessa drammatica domanda nello stesso momento, per poi decidere di tornare al silenzio. Con disinvoltura, il rastaman si fruga le parti intime come per accertarsi che sia tutto a posto e poi mi volta di nuovo le spalle.
Io mi irrigidisco appoggiata allo schienale del letto e penso che dal di fuori potremmo sembrare due calchi di Pompei dentro a un letto.
Lui allora si divincola dal lenzuolo scoprendosi fino all’inguine con un gesto di inopportuna confidenza e mi fa:
io mi chiamo Iacopo. Tu?
Io… Anna, balbetto
Ah, piacere, ribatte tranquillo.
Eh certo, se fossimo a un cocktail o a un vernissage, potresti presentarti porgendomi un piccolo calice di prosecco e io ritta sui miei tacchi 12 e inguainata in un tubino nero di quelli che non sbagli mai, ti risponderei Anna, mi chiamo Anna e ti sorriderei, evitando di dire, piacere che non fa chic.
Ma qui io non so proprio che diavolo stia succedendo e non posso risponderti, piacere, che a parte che non fa chic ma più che altro mi sembra molto fuori luogo, e neanche lieta perché non è vero, non sono affatto lieta di essere qui, anzi mi sembra tutto molto assurdo, non mi ricordo come io sia finita in questo letto, né tantomeno di averti mai visto. E soprattutto ho tanta paura di sapere cosa sia accaduto qui prima di risvegliarci estranei, io con solo le mutande e tu neanche quelle, dentro a questo lettone cigolante.

Tolta la maglietta gialla che sa di muffa, mi tengo stretta il lenzuolo fino al collo, mi guardo ancora intorno mentre la luce ora è più chiara, alla ricerca di qualche indizio rassicurante, quando il pigolio di un cellulare che proviene da una sedia costringe Milord ad alzarsi in fretta per rovistare nei pantaloni arrotolati a una camicia. Rimane in piedi, con naturalezza, offrendomi le spalle, diciamo così.
Comunque trovo un reggiseno sotto il letto ma del mio vestito, nessuna traccia. Di scarpe, ne rinvengo una. Fasciata dal lenzuolo come un condottiero romano sparisco dentro il bagno.
Lo specchio, impietoso, mi si para davanti. Mi infilo sotto la doccia perché l’odore che mi insegue è anche peggiore del mio aspetto. Nel mezzo ce n’è uno forte che non conosco. Ma che riconosco come non mio.
Di colpo mi manca l’aria, mi aggrappo alla finestrella come a cercare una via di scampo. Si affaccia alla mia mente, invece, la scena ilare del vestito che non voleva sfilarsi.
Alla bocca dello stomaco, qualcuno deve aver messo una transenna di ferro spinato. Si arrampica su fino alla gola, un bruciore acido e nemico.
Intanto, di là, al telefono, distinguo affettuosi convenevoli. La voce calma di Iacopo che a un certo punto dice, a letto, evidentemente replicando alla domanda, dove sei?
A letto! Ineccepibile. Comunque, fatti suoi, penso. E’ l’ora di chiarire, mi dico mentre esco dal bagno tosta e determinata. Travestita da gladiatore.

Ma la camera è vuota. Le lenzuola sembrano carta straccia.
Eppure, da sotto, arriva un vociare allegro e bello come il perdono e il basso irresistibile di Bob Marley. No woman, no cry…
Invece sì. E già che ci sono, piango proprio bene, fino in fondo.
Massimo già sul treno per Milano, gli amici dispersi. Io che gli dico, ci sentiamo, e lui che china la testa e se ne va.
Confusa, con la nausea e in piena depressione post sbornia, mi sento come se mi avessero cacciata dall’arca di Noè e ora fossi rimasta a terra, da sola, davanti alla fine del mondo.
E così, col naso che cola, gli ultimi scomodi ricordi cominciano ad affiorare.

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