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G parla solo quando deve far valere le sue necessità e ogni volta riesce a ottenere quello che vuole. Sono un debole con lui, non riesco a dirgli mai di no. Se non deve ottenere qualche cosa, resta sempre muto.

Questo racconto è stato scritto durante la full immersione di Baratti 2018

 

G parla solo quando deve far valere le sue necessità e ogni volta riesce a ottenere quello che vuole. Sono un debole con lui, non riesco a dirgli mai di no.
Se non deve ottenere qualche cosa, resta sempre muto. Non c’è verso di fare conversazione, di distrarsi insieme. Il massimo che riesco a ottenere è che si offra lui per farsi fare le coccole, altrimenti non mi si avvicina nemmeno.
In questi anni ho accettato ogni sua richiesta, per farlo felice.
Ha iniziato con il chiedere un cuscino, per dormire comodo, poi ha voluto che mettessi un tappeto per non avere freddo in inverno quando deve attraversare la camera. Poi ha voluto che levassi le mie piante: diceva che era allergico e gli veniva la tosse. Poi un giorno l’ho trovato sul divano e un po’ per volta ci ha portato il cuscino e la coperta. Così mi ha relegato sulla poltrona.
G mi ha guardato e ha miagolato:
“Ernesto, ormai sono tanti anni che ci conosciamo, credo sia arrivato il momento di fare un bilancio del nostro rapporto”
L’ho guardato negli occhi e lui non ha abbassato i suoi.
“Allora, cosa vuoi sapere?” gli ho chiesto seccato da quella sua resistenza.
“Vorrei sapere” mi ha risposto leccandosi i baffi sulla destra “Se sei felice con me”
“Certo che sono felice, se non lo fossi dopo tutti questi anni…”
“Cosa avresti fatto, mi avresti buttato per strada?” mi ha interrotto G ironico, piantandosi sulle quattro zampe.
Mi vuoi sfidare, ho pensato. Mi sono guardato le mani e poi i piedi, tanto per allentare la tensione. Sono anche rimasto sulla poltrona, non mi sono alzato come invece vorrei fare. Non voglio dargli l’impressione di essere in difficoltà.
G, invece, è rimasto sul suo divano, io non mi ci posso nemmeno sedere . Ma la poltrona è mia.
“E tu?” ribatto irritato.
“Che vuoi sapere?”
mi risponde con le mie stesse parole, mi vuole fregare.
“voglio sapere se anche tu sei felice qui con me”
Lui si lecca una zampa fino agli artigli, che sfodera per provarne l’elasticità. È rapido a far uscire quei rasoi che tiene.
“Allora?” Lo sollecito
“Beh” esordisce G chiudendo e aprendo i suoi rasoi “per essere più felice vorrei avere una bella micia pelosa, qui, tutta per me”
Non gli bastò più, questo non me la aspettavo. Ti ricordi di Teresa?
Quando ho avuto la storia con lei, allora G è diventato davvero un prepotente.
La prima volta che sono riuscito a farle levare le calze G ha detto:
“I collant tu li detesti! Ti piacciono le autoreggenti con il pizzo. Dai rompi quelle orribili calze!” aveva ragione lui e mentre Teresa era in bagno ho lacerato le calze. A Teresa ho detto che era stato il gatto. Lei mi perdonò perché le regalai tre paia di calze autoreggenti di seta.
Un’altra volta mi convinse a rovinare la borsa di Teresa: disse che era dozzinale, che non poteva sopportarla. Era veramente una borsa insulsa e mentre lei era in bagno la graffiai con un coltellino e la punzonai con una sparapunti senza punti, sembrava mordicchiata. Lei pianse disperata quando vide la borsa e le dissi che era stato di nuovo il gatto. Anche quella volta mi feci perdonare regalandole una borsa di Gucci. La sua non valeva certo quanto il mio regalo.
L’ultimo dispetto fu quando Teresa nel suo piatto trovò, invece del succoso arrosto che profumava dal mio piatto, i croccantini per gatti. Non ho mai capito come G abbia fatto a fare il cambio nel piatto. Teresa se ne andò e non la rividi mai più. Né vidi altra donna, almeno in questa casa.
Quella sera G dormì nel mio letto, accanto a me, e così fece ogni sera da allora. Solo che invece di dormire sdraiato dal suo lato iniziò a mettersi sul mio cuscino e poi prese il mio posto. Insomma è finito che dormo sulla poltrona da allora. Se mi metto nel mio letto lui mi morde, mi soffia mi graffia.
“Sai che c’è?” esplodo ricordandomi della nostra vita “mi sei diventato antipatico. Sei un despota, un prepotente. Ora vuoi anche una micia pelosa, qui, tutta per te. Bene, non la avrai” e l’ho guardato con tutta la rabbia che ho trovato dentro di me.
G ha fatto la gobba poi è saltato agile sul comò facendo cadere dei ninnoli di famiglia mandandoli in frantumi. Mi sono alzato furioso per raccogliere i cocci.
“Cosa credi” urlo “che mostrandomi la tua agilità mi debba commuovere o forse imbarazzare? Certo, ho una grande pancia, sono un vero ciccione. Non me ne importa nulla che tu sei così snello!”
G sta affilando i suoi artigli preparandosi a salutarmi addosso. Ci sfidiamo silenziosi.
Sta zitto, si sta concentrando.
Mi avvicino alla finestra e la apro. G è furioso della mia ribellione, ha gli occhi gialli e mi soffia contro. Lo vedo caricare il salto, raccogliersi tutto e scattare violento contro di me.
Non mi faccio trovare impreparato e come lo vedo arrivare mi lancio in un salto, lo placco al volo in un abbraccio serrato tuffandomi nella finestra aperta, giù all’ottavo piano.
Mentre l’asfalto si avvicina penso:
“Ero felice il giorno che ti ho incontrato, eri piccolo e impaurito fuori della mia porta. Hai passato i primi giorni a mangiare e dormire e quando mi avvicinavo facevi le fusa. Ci hai messo poco a conquistare il mio cuore, approfittando della mia solitudine. Se avessi avuto una moglie non avresti tutto questo potere. Non ti permetto di avere una micia tutta per te”

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