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Elettroshock

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Era maggio e stava iniziando la mia prima estate romana. Mi ero iscritta alla facoltà di Lettere e Filosofia, ma senza dare un esame. Prima ancora ero scappata dai banchi dei test d’ingresso a Psicologia per un attacco di panico che poi ho capito

Questo racconto è stato scritto durante il laboratorio di autobiografia
diretto da Rossana Campo per la Scuola Omero

 

Era maggio e stava iniziando la mia prima estate romana. Mi ero iscritta alla facoltà di Lettere e Filosofia, ma senza dare un esame. Prima ancora ero scappata dai banchi dei test d’ingresso a Psicologia per un attacco di panico che poi ho capito, mi avrebbe fatto fare la scelta giusta; tanto all’analisi ci sarei arrivata lo stesso.
Non è che l’Università non la frequentassi anzi, seguivo i corsi di Teatro, Cinema, Storia dell’Arte, frequentavo il Teatro del dipartimento, ma ciò che più mi stimolava era conoscere gente, farmi le canne, impasticcarmi il giovedì sera e smettere domenica sotto una bella doccia calda dopo l’ultimo after.
Il lunedì riprendevano i corsi e io una vita più o meno regolare, ma non uscivo di casa senza una cannetta in tasca e una che già ronzava nel cervello.
Ero felice, vivevo come dicevo io, mi vestivo un po’ dark e un po’ Hippy, dipendeva dal mood con cui mi svegliavo, avevo sempre un bindi tra le sopracciglia, mi profumavo i capelli con bacchette di incenso sparse ovunque per casa e mi stavo riempiendo di piercing. Insomma io e le porte della percezione eravamo un tutt’uno.
È in una di quelle feste Illegali, nome che mi eccitava molto di più di rave, che ho conosciuto Selene. Quella sera eravamo tutte e due caricate a dovere di stupefacenti e spiritualità e così è stato facile riconoscersi.
Non mi ricordo come ci siamo presentate, ma ciò che so è che in quella bolgia anfetaminica ed elettronica, noi eravamo due ventenni ribelli che non volevano stare alle regole delle nostre famiglie per bene, stavamo cercando chi eravamo davvero e nessuno poteva fermarci.
Dopo una settimana eravamo a casa mia a cenare con le pennette al pesto e pancetta, la mia specialità, una roba di un salato mortale che però chicco dopo chicco, chissà come, sparivano sempre dalla padella. Ci siamo raccontate tanto. Lei era un po’ più grande di me, credo avesse 22 anni e già lavorava come tecnico in un’azienda d’informatica. Mi piaceva moltissimo il suo spirito indipendente.
Quella sera visto che il giorno dopo doveva andare al lavoro, è rimasta a dormire con noi. Viveva appena fuori Roma e rimanendo poteva fare un po’ più tardi.
Dico con noi perché mi ero trasferita a Roma con quella che io ritenevo la mia migliora amica, Anna, la mia compagna di banco del liceo, quella con cui in Calabria avevo iniziato a scalciare, mentire, fumare e ascoltare musica psichedelica, anche se ho sempre preferito la Joplin e i Doors ai Pink Floyd. Da allora la nostra amicizia si è ridimensionata parecchio, adesso ci scriviamo solo a Natale e neanche tutti gli anni.
Selene si era fidanzata con un ragazzo che organizzava i rave e così ci si vedeva più o meno tutti i fine settimana. Era proprio bella Selene, con la pelle bianca bianca gli occhi grandi e neri e un sorriso davvero dolce.
Tutti le volevano bene, era bello passare del tempo con lei non c’era bisogno di fare niente di speciale, mai una sbavatura, mai un eccesso emotivo, mai niente che scomponesse la sua innata elegante gentilezza. Io la invidiavo un po’.
Mi piaceva frequentarla e mi chiedevo se stare insieme a me era la stessa cosa… perché nonostante mi sforzassi finivo sempre per essere troppo eccessiva, troppo emotiva, troppo allegra o troppo disperata… in effetti facevo tanto ridere per i miei casini emotivi e forse anche per questo ero diventata la mascotte dei miei amici punkabestia; ma lei aveva qualcosa di diverso.
L’idillio tra Selene e il tipo dei rave è durato poco, non erano proprio una coppia forte come potevano essere altre coppie leader del movimento raver, perché in queste dimensioni così estreme o si diventa il gemello dell’altro o ci si scanna.
Lui era un rastone, suonava la batteria, certo aveva il suo fascino da sfascione romantico, ma rozzo e semplicione quanto basta per non poter stare insieme a una come Selene.
Dopo che si sono lasciati lei è venuta per un paio di settimane a casa da noi.
“Non voglio tornare da lui, non voglio andare da mia madre e voglio lasciare il lavoro. Voglio provare a vivere come dico io”. Quanto la capivo… anche io stavo tentando di vivere come pareva a me, nonostante Anna mi squadrava dalla testa ai piedi e mi diceva le stesse cose che mi avrebbe detto mia madre:
“Sei esagerata, stai sempre in giro, non hai mezze misure”.
“Mi hai rotto, io faccio quello che mi pare”.
In una di queste discussioni siamo arrivate alle mani e il nostro rapporto si è praticamente concluso dopo che lei mi ha messo le mani al collo e spinto contro la finestra della cucina.
Era maggio e le due settimane sono diventate due mesi. Non me n’ero nemmeno resa conto.
Nel frattempo mi ero innamorata di Marco un dj, pusher, bello come il sole, canna dipendente e chi più ne ha più ne metta che passava i fine settimana da me. Eravamo diventati un bel gruppetto di scoppiati e casa mia era il nostro ritrovo, tutti a far tremare i pavimenti con la Tecno e tutti a far battere la carta di credito sul tavolo del salotto per tagliare lo speed.
È durata il tempo di una primavera questa storia tra me e Marco: un pomeriggio, dopo aver trascorso insieme una notte a base di funghetti allucinogeni e tanta passione, si presenta alla porta di casa mano nella mano con la sua ex. Nel giro di 48 ore si erano rivisti, avevano scopato e capito che dovevano tornare insieme e spezzare il mio cuore in mille pezzettini.
Non l’ho presa proprio bene, ma ero così fatta e così cotta di lui che li ho fatti entrare e alla fine gli ho fatto pure il caffè.
Sono stata zitta, alla sua ex non ho mai raccontato che cosa era successo tra noi mentre lei non c’era. Ci sono diventata persino amica anche se, secondo me, lei aveva capito tutto, ma non ci siamo mai dette neanche una parola sull’argomento.
Diversi mesi dopo, quando ormai con la testa stavo già da un’altra parte, ho saputo che Marco era finito in carcere: l’avevano fermato col furgone carico di pasticche e marjuana di ritorno da Amsterdam e lei delusa dal fallimento, l’aveva lasciato marcire a Rebibbia per un altro, probabilmente ai suoi occhi, più in gamba di lui.
Nel mezzo del mio delirio sentimentale, Selene aveva pian piano portato parte delle sue cose da noi, altre le aveva dovute riportare a casa della madre con la quale non si parlava da un pò, faceva la spesa, puliva quando poteva, insomma era diventata ufficialmente la terza inquilina. Le continuavo a volere molto bene, nonostante stessimo tutte e tre a un livello di follia altissimo.
Non riuscivamo a fermare la ruota infernale di mdma, speed e cocaina in cui eravamo entrate. Giugno era stato faticosissimo, io e Anna eravamo ai ferri corti e i soldi erano sempre di meno; una sera in preda al panico e alla paura di morire mi trascino alla Stazione Termini e mi faccio un biglietto per scappare al mare, a casa dai miei, dovevo spegnere tutto, sentivo che il mio corpo e la mia mente non ce la facevano più.
Mi sono confidata con Selene, sapevo che mi avrebbe incoraggiato a fare ciò che sentivo, che dovevo riposarmi, che dovevo fregarmene di ciò che avrebbero pensato gli altri. Che la mia amica del liceo era una stronza.
In quarantotto ore ho raccolto tutte le mie cose e me ne sono andata, con Anna che mi urlava contro per le scale e Selene che cercava di calmarla.
Non ci stavo capendo più niente. So solo che sono sparita per almeno venti di giorni. Poi un pomeriggio Selene mi chiama per salutarmi, partiva per l’India, due mesi con il suo nuovo ragazzo.
Io avevo fatto una fatica immane a rispondere a quella telefonata. Ogni cosa che mi riportava in quelle quattro mura diventava pesantissimo e insopportabile. Ero felice per lei ma non mi interessava ciò che aveva da raccontarmi, ne del nuovo ragazzo con cui stava per partire. Le ho chiesto dov’era, e mi ha risposto che era a casa mia.
“ Sei ancora li?”
“Si. Purtroppo non sto lavorando e i soldi che avevo da parte sono quasi finiti”
“Ho capito ma prima di partire paga almeno un paio di bollette, ci stai vivendo solo tu”
“Ora non posso…quando torno dall’India”
Mi sentivo improvvisamente presa in giro. Proprio da lei, l’unica persona con cui negli ultimi mesi mi sembrava di avere un rapporto normale, si stava comportando da egoista. L’ho odiata. Odiavo tutto quello che mi arrivava attraverso la cornetta e così l’ho mandata a fanculo.
Ho passato l’estate in silenzio. Anna mi ha cercata ma io ormai avevo deciso di prendere le distanze da lei.
Volevo disintossicarmi da tutto il caos che in un anno mi si era infilato dentro.
Sono tornata a Roma in sordina senza chiamare nessuno, avevo deciso di cambiare casa e rimettermi a studiare. Volevo continuare a camminare il più a lungo possibile su quel filo di equilibrio che mi ero conquistata. Ma come con tutte le cose sane, la mia determinazione è marcita in fretta e così a ottobre sono ritornata a un rave. Quella sera non avevo esagerato, avevo buttato giù quanto basta per ballare e fare un bel viaggetto in leggerezza.
Non c’era molta gente che conoscevo, solo qualche faccia amica che mi chiedeva che fine avessi fatto e tantissime nuove leve di quel massacro da cui mi sembrava di non riuscire proprio a sfuggire. Al mio terzo Gin tonic incrocio gli occhi di Selene. Ci avviciniamo e in un attimo ci sorridiamo e ci abbracciamo. Sembrava non ci fosse stata mai alcuna rottura, eravamo solo molto felici di vederci, il passato era spazzatura che non ci apparteneva. Intuisco che il ragazzo dal bel sorriso accanto a lei è il famoso nuovo ragazzo.
“Come stai?”
“Meglio. L’India?”
“Sono tornata ieri. Ti racconterò. Ti voglio bene”
“Ancheio”
“Mi faccio un giro, non vedo un pò di gente da quest’estate… ci vediamo dopo?”.
“Certo che si, a dopo”. Ero troppo felice.
In quella marea di gente in cui per una notte ero tornata a navigare, non mi sarei mai aspettata di vedere la mia amica. Credevo che il viaggio in India le fosse servito per rimettere i piedi per terra, quello che avevo cercato di fare anche io sulle rive del mio Gange italo-meridionale, ma ad entrambe piaceva troppo andare in orbita, era questa la nostra più grande debolezza e la forza che ci univa.
Ho ricominciato a ballare e a bere, ero felice per quell’abbraccio, le persone intorno a me avevano cambiato aspetto. Mi sembravano meno fuori di testa di quando ero arrivata. Tutti avevano gli occhi belli, lucenti.
Ho rivisto pure l’ex di Selene che ormai s’era rassegnato e viveva nel furgone con Totò il cane che aveva preso con la sua nuova ragazza olandese. C’era anche Paoletto che non la finiva più di disegnare nell’aria “Una palletta e un cerchio”. Gli volevo bene a Paoletto, era uno studente d’ingegneria che avevo conosciuto alla mensa universitaria e poi ritrovato agli illegali. Di festini ce ne saremmo fatti insieme non so quanti; era protettivo con me, era la gentilezza in persona, oltre ad essere un mezzo genietto, ma troppo fuori di testa per starsene tranquillo sui libri.
C’era pure Massimetto che veniva ai rave strafatto e nessuno ha mai capito come reggeva tutto quel fracasso visto che l’effetto dell’eroina è completamante opposto a quello dell’anfetamina. Massimetto era piccolo piccolo tutto rachitico e con due occhi celesti perennemente a spillo, ma quella sera appena mi ha visto si è tutto raddrizzato cercando di sembrare lucido “A Paolè ma che fine hai fatto? Ma lo sai che t’ho sognata l’altra notte che me dicevi che tornavi presto e mo eccote qua… allucinante” mi veniva solo voglia di abbracciarlo “Ti voglio bene Massimetto” “Pure io un sacchissimo tesò” e poi se ne andava sbattendo addosso alla gente che ballava mentre veniva trascinato via da Ariel, il suo Dogo argentino che sembrava un cavallo accanto a lui.
Insomma era bastato quell’abbraccio con Selene per spostarmi l’umore dalla pianta dei piedi al centro del cuore e ritornare a ballare felice in quella vita che seppur sgangherata, era la mia.
Non ricordo quanto tempo è trascorso ma a un certo punto vedo correre verso di me Andrea il mio amico Punkettone violinista che mi guarda serissimo e mi dice “Selene è morta”. 
“Morta? Ma che cazzo dici? Ma se l’ho vista poco fa!”
Non so nemmeno che suono stesse uscendo dalla mia bocca, sentivo soltanto che il mio cuore ha iniziato a battere così forte che mi stava assordando. In un secondo sono tornata lucida, nessun Gin Tonic in corpo, sparita ogni traccia di mdma, ero rimasta solo io lucida, nuda e cruda.
Sono corsa fuori, dove mi aveva indicato Andrea. Mi avvicino al gruppo di persone che stava difronte alla cabina elettrica dove Selene si era nascosta, non sopportava l’idea che qualcuno potesse vederla mentre faceva la pipì.
A causa di questa sua difficoltà non aveva messo in conto che ci fosse ancora della corrente, era convinta, come di solito accade nei posti abbandonati e poi occupati che fosse stata staccata. Così, chiusa in quel blocco di cemento si era trovata sola a combattere contro le scosse elettriche provocate dalla sua stessa pipì sui cavi a terra.
Vederla riversa a terra senza vita, mi ha bloccato il fiato e le gambe, non riuscivo ad avvicinarmi, non riuscivo a parlare, mi sentivo impazzire. Il suo corpo era diventato nero, come esploso dentro.
Non potevo crederci, non riuscivo a dare un senso a ciò che stava accadendo.
Intanto a pochi metri tutti ballavano. Sono stati pochi i secondi in cui ho pensato a cosa fare, secondi che a me sembravano come tanti interminabili elastici che mi tiravano indietro e che alla fine mi hanno lanciato come fionde dentro il capannone. La dentro le mie orecchie si sono come ingigantite, sentivo ogni spostamento d’aria, ogni apnea, ogni pensiero.
Sono corsa dal dj per dirgli di smettere di suonare che c’era una ragazza morta la fuori.
“Ma tu lo sai che se io spengo la musica vanno tutti fuori di testa? Questi qua devono ballare”. Mi sono girata e la vista tutti quei corpi che si muovevano come dei robottini abbracciati alle casse, che non parlavano ma urlavano ad ogni accelerazione del ritmo, ognuno per se, ognuno nel suo viaggio, senza alcuna volontà di andare oltre la pura alterazione, mi ha fatto capire che insistere sarebbe stato del tutto inutile, vedevo solo neuroni suicidi in uno stato confusionale.
Non avrei ottenuto il silenzio che volevo per Selene e stavo capendo che la vita che avevo scelto di nuovo, infondo, cominciava a farmi schifo.
Corro fuori, incrocio Massimetto che mi guarda tutto spaurito, l’abbraccio rigidamente e mi metto a piangere mentre vedo Selene andare via nel furgone del suo ragazzo in una corsa senza speranze verso l’ospedale.
Improvvisamente mi sono sentita sola in mezzo a tutti quei corpi che continuavano a ballare. Mi sentivo separata da tutto quello che mi circondava. Sono rimasta seduta a terra fuori dal capannone fino al pomeriggio del giorno dopo, fino a quando qualcuno mi ha preso da un braccio e mi ha messo in una macchina per riportarmi a casa.
In quel posto maledetto che per noi era un angolo di universo per i nostri viaggi interstellari, era esplosa una Supernova e le macerie che aveva provocato erano troppe per rimetterci piede.
Guardavo il tramonto fuori dal finestrino di quella macchina di cui non ricordo né il guidatore né niente di niente, solo l’odore delle sigarette e il mio cervello che ripeteva “mai più, non mi drogherò mai più. Mai più”.

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