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Atterraggi

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Sono seduta sul bordo di una grotta. Dietro di me, buio scuro e umidità. Le pareti cristallizzate e appuntite del soffitto riverberano ametista e la mia schiena nuda. Anche tutto il resto del mio corpo è nudo.

Questo racconto è stato scritto durante il laboratorio di autobiografia
diretto da Rossana Campo per la Scuola Omero

 

Sono seduta sul bordo di una grotta. Dietro di me, buio scuro e umidità. Le pareti cristallizzate e appuntite del soffitto riverberano ametista e la mia schiena nuda. Anche tutto il resto del mio corpo è nudo. I piedi carnosi penzolano nel vuoto. Le spalle sono un po’ ossute e ricurve in avanti a proteggere la cassa toracica porosa con dentro il cuore che pulsa a battiti forti e regolari. L’ombelico è un po’ debole ma è come un gioiello, una pepita d’oro che rifrange i suoi raggi luminosi all’esterno. Le forme tonde delle natiche accolgono la rotondità della mia anima. Mi sento pronta. L’aria che proviene alle mie spalle, calda e umida, mi umetta la pelle, increspa i miei capelli rossi, anelli di matrimonio con il mare. Devo saltare.
I polpacci allora diventano leggermente duri, le spalle si alzano e la testa si incassa a proteggersi. Le mani si aggrappano al bordo della roccia, sul crinale della grotta. Devo darmi una spinta? Che paura, penso. Allora cerco di distrarmi e mi vengono in mente campi sterminati di spighe dorate e fluttuanti e papaveri rossi e gioiosi. Ma non basta. La mente non si distoglie dalla paura di atterrare. I miei piedi diventano sempre più enormi. Ho la sensazione di averli nel cemento, come certi massi sulle banchine dei porti e questo mi fa sentire forte. Basta. Salto!
Lo faccio, ecco, lo faccio…
Il viso mi si illumina con un sorriso, le mani sganciano la presa, le natiche sporche di terra si spostano, il torace si apre, la testa si reclina leggermente all’indietro, le gambe si aprono, le ginocchia si separano, i talloni si puntellano contro la roccia per darsi la spinta e finalmente mi lancio. Mi apro a ics e inizio la discesa. L’impatto con l’aria è forte. L’attrito è implacabile. Gli occhi mi si chiudono, il labbro superiore si solleva leporino, i capelli diventano un casco, le braccia distese in alto con le mani tutte aperte e le dita distese e tese come antenne. Le gambe dritte e le ginocchia rigide.
Allora mi preoccupo di questa rigidità e penso che, se non si ammorbidiscono, non pareranno bene il colpo all’atterraggio. Al loro posto immagino delle rose rosse, fatte di velluto e di spine. Con quei triangoli appuntiti recito un m’ama non m’ama.

Le dita delle mani, nello staccarle dal gambo, si sentono colpevoli. Si arrestano per un momento allora ma poi continuano con più foga quasi con violenza, incuranti di tutti i momenti in cui la punta rosea delle dita, venendo a contatto con le spine, si ferisce facendo colare un liquido linfatico, un nettare vischioso e nutriente. È resina. E profuma. La assaggio allora, succhiandola dalla punta delle dita. Mi piace. Ha il sapore di me. Della vita e della verità.
Finisco allora di staccare tutte le spine. Resta solamente il gambo verde. Al posto delle spine si vedono cerchi concentrici di un verde ancora più profondo. Sembrano giri di vite. I petali delle rose sono carnosi, di un rosso vivo, e succosi, morbidi. Il mio corpo è diventato uno stelo con qualche ricordo di nodo.
La discesa continua. Il vento è meno violento. I capelli fluttuano, le membra si stanno ammorbidendo. Le spalle, i gomiti, i polsi assecondano il movimento dell’aria. La mia pelle respira e si lascia accarezzare.
Tutte le dita dei piedi, quinto dito, quarto dito, terzo dito, secondo dito, primo dito, finalmente toccano terra. Gli occhi si spalancano terrorizzati, le narici si allargano. Le ginocchia si piegano e riescono ad attutire il colpo. I glutei traballano.
Sulla terra ci sono fili d’erba fresca e liscia. Sento il solletico delle formiche tra le dita e tra le mie radici tutto un mondo che germina. Stacco il tallone sinistro da terra e avanzo con il piede destro. Muovo il primo passo. Le ginocchia tremano come quelle di un cerbiatto. Ma mi sento esistere. Finalmente esisto. Sollevo il mento e, gli occhi spalancati, guardo verso il cielo.

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