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Il giorno che ho conosciuto mio padre

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– Vedi i quadri? Li ha dipinti un cieco – disse come a volersi togliere da un imbarazzo. – Ma dai, assurdo – risposi io pensando che era una balla. Ci sedemmo al tavolo e lui fece notare a un cameriere l’assenza del posacenere.

Questo racconto è stato scritto durante la full immersion di Baratti 2018
Copertina di Luigi Annibaldi

 

– Vedi i quadri? Li ha dipinti un cieco – disse come a volersi togliere da un imbarazzo. – Ma dai, assurdo – risposi io pensando che era una balla. Ci sedemmo al tavolo e lui fece notare a un cameriere l’assenza del posacenere.
– Ma tu come lo sai? – incalzai.
– Ci venivo spesso qua, fin da quando ero bambino. E quei dipinti sono stati sempre lì – sentenziò lui abbassando il tono di voce, come a non voler tornare sull’argomento.
– E poi è uno dei pochi bar con sala fumatori ancora dedicata – disse con un pizzico di gioia.
– Tu non fumi? – mi chiese. – No, ho provato da piccolo ma non mi piace, lo facevo solo per il sapore della sigaretta dopo il caffè.
Dalla cucina proveniva un odore di fritto, probabilmente stavano preparando qualcosa per gli aperitivi. Era uno dei più antichi e storici bar nel centro di Roma, ma io non l’avevo mai sentito nominare. I tavoli di quella sala erano tutti vuoti, tranne uno in fondo, dove una ragazza che avrà avuto la mia età, discuteva con un’anziana signora. Anche loro sembravano osservare i quadri.
– Guarda che non dobbiamo per forza parlare di qualcosa – esclamai d’istinto. Volevo essere sincero.
– Ma tu quindi cosa studi? Perché studi, giusto? – disse con curiosità. – Io studio cinema! – risposi.
– Voglio fare il montatore, mi piace mettere insieme le cose – dissi.
Mettere insieme. Quelle due parole accostate, in quella strana situazione, sembravano disturbarlo. Si mise a fissare uno dei due grandi quadri nella stanza. Senza staccare gli occhi da lì si accese un’altra sigaretta. Il dipinto era appeso proprio dietro di me. Mi voltai. L’opera raffigurava una rondine bianca su uno sfondo nero. O almeno a me questo sembrava.
– Beh figo dai, è un mondo affascinante. Pieno di belle donne. Pensa, io avevo un amico tempo fa in banca che mollò tutto per fare l’attore. Ci è riuscito ma con le marchette – disse non senza un eco di malinconia.
Mi fece pensare che forse questo era quello che voleva fare o avrebbe fatto lui nella vita, se solo avesse avuto più coraggio.
– Tu invece lavori in banca? – chiesi io, soffermandomi sull’unica reale informazione che avevo prima di vederlo.
– Sì, ma è un lavoro che non ho mai amato – disse. Si osservò le mani. Aveva delle belle mani. Molto simili alle mie.
– Certo, in banca tutto può essere fuorché uno spasso immagino – gli dissi io mentre cercavo di non muovere nervosamente la gamba sotto il tavolo. Era un difetto che avevo da sempre e che da qualche mese stavo cercando di correggere dopo che Anna me lo aveva fatto notare.
Stavamo insieme da qualche mese, ma sentivo che era il mio primo, vero, grande amore.
– Tu sei ancora fidanzato, giusto? Mi pare di aver capito così quando mi hai chiamato l’altra settimana – disse.
Mi pareva cercare qualcosa di più profondo.
– Certo! – dissi. Lui fece una smorfia.
– Anna dai, ci hai parlato al telefono prima di parlare con me, a Natale – dissi. Mi scrocchiai la schiena con un movimento drizzando le spalle sulla sedia.
– Sì, sì. No, cioè, dicevo per dire. Sai, una donna è difficile sia per sempre, soprattutto alla tua età – disse. Parlava quasi sottovoce e aveva gli occhi sorridenti. La sensazione era che ci eravamo persi qualcosa di grosso e lui tentava una complicità.
– Comunque, da come l’ho sentita io, deve essere una bella rottura di palle come fidanzata vero? – disse, certamente ripensando alla telefonata in cui, dal nulla, quasi alla mezzanotte di un Natale qualsiasi, si era palesata nella sua vita ricordandogli di avere un altro figlio.
– Sono donne – dissi. Assumevo un fare da vita vissuta che non avevo. Cominciai a fissare il quadro dietro di lui. Era un dipinto astratto con tantissimi colori che sembravano non rappresentare niente, solo una possibilità infinita di combinazioni.
L’odore di fritto cominciava a disturbarmi ma in compenso riuscivo a tenere ferma la gamba sotto il tavolo. Finalmente, arrivarono i nostri caffè. Lui bevve il suo tutto di un sorso e io sorseggiai piano il mio.
Era bollente. – Mi ha scottato la lingua – dissi.
– Devi bere piano – disse lui.
Si capiscono un sacco di cose dal modo in cui si beve il caffè. Lo avevo pensato tante volte osservando come mamma, spesso, se lo scordava nella tazza sul tavolo in cucina facendolo freddare.
– Vabbè comunque, sei davvero un bravo ragazzo lo sai? si vede – disse volendo in cuor suo, dire qualcos’altro.
– Difetto di fabbrica credo – dissi io cercando di far rimanere sulla conversazione un specie di tappeto sarcastico.
Avvertii un tremore e il quadro con la rondine dietro di me cadde a terra.
I dipinti avevano una lastra di vetro davanti che si frantumò in mille pezzi.
– Cazzo! – esclamò papà.
Per la prima volta, dentro di me, lo appellai così.
– E’ stato difficile non avere un padre – dissi io senza pensarci.
– Quel quadro era lì da sempre – borbottò lui sottovoce.
Provai un imbarazzo forte. Simile a quando salvai il suo numero nella rubrica e scrissi Mio padre. Lo feci perché sentii che per ‘’papà’’ mi mancava l’intimità e per Sauro il reale distacco interiore.
– Ci credo Marco, ci credo veramente – disse con una sincerità che sapeva di buono, mentre fissava il cameriere rimuovere i cocci a terra del dipinto e poggiarlo sul tavolo accanto al nostro.
– E mi dispiace tanto – aggiunse mordendosi il labbro inferiore.
L’anziana signora e la ragazza in fondo si alzarono dal tavolo. Ci passarono accanto e la ragazza mi fece gli occhi dolci.
Lo notò anche lui e sorrise. – Carina eh?.
– Molto… – confermai abbassando i miei. Mi sentivo più imbarazzato da come mi fissava lui che dallo sguardo della ragazza. E quando li rialzai vidi per la prima volta che il suo viso somigliava al mio.
– E le mie sorelle? – dissi.
– Marina ha tre anni meno di te e Fabiana dieci di più. Anche loro hanno due mamme diverse – disse.
– Ah, bene, devono essere belle – dissi. Poi pensai al mio desiderio di conoscerle. – Molto – disse lui, intuendo, secondo me, la dolorosa verità nascosta dietro quelle parole.
L’odore di fritto era scomparso.
Pensai alla loro infanzia con lui. E mi percepii come un’ombra lunga nelle foto di famiglia.
Guardai il dipinto poggiato sul tavolo accanto, mi sembrò diverso; il quadro era ribaltato rispetto a come lo avevo visto prima e pareva rappresentare la silhouette di un uomo, rannicchiato e solo nel buio.
Mi venne da ridere, pensando che magari l’aveva dipinto per quel verso il cieco e non per quello in cui era stato appeso da sempre.
– Va bene Marco, io ora devo tornare a lavoro. Rimaniamo in contatto? – disse e poi fece per alzarsi. Io lo guardai con un pizzico di pietà.
– Certo, hai il mio numero – dissi. Mi sembrava di parlare a una persona qualsiasi. Mentre pagava alla cassa, vidi il cameriere buttare il dipinto nel cassonetto insieme ai cocci di vetro.
Non aveva alcun senso, pensai. Lo salutai e mi avvicinai al cassonetto. Il quadro, era stato squarciato da uno dei vetri caduti a terra. Lo raccolsi e mettendomelo sotto braccio come qualcosa di mio, tornai verso casa.

Era sera e rispetto a come facevo tutti i giorni, non guardai nella cassetta della posta.
Non mi andava. Entrando appoggiai il quadro sullo scaffale. Sentii il rumore di una stampella cadere dalla stanza in fondo.
– Come è andata? L’hai conosciuto? Io te lo dico: è una persona che ti potrebbe fare del male.
Sembrava una voce emersa dal nulla. Era mia madre. E disse quella frase con una punta di cattiveria.
– Non andrà così – dissi io. Ero sicuro, deciso, ma non volevo ferirla. Andai in cucina e bevvi un sorso d’acqua e mi fermai a osservare la tazzina di caffè freddato e non consumato, poggiata sul lavello.
Mi avviai verso la sua stanza, posai il bicchiere d’acqua che avevo in mano e mi avvicinai al suo letto. Sussultò vedendomi sull’uscio. – Eccomi qua – dissi.
Raddrizzò la schiena sulla parete del letto. La sollevai e la presi in braccio stando attendo a non calpestarle la camicia da notte, e prima di metterla sulla sedia a rotelle restammo qualche secondo così.
Dalla finestra, in penombra, potevamo sembrare la silhouette di due sposi durante la prima notte di nozze.
– Andiamo a berci qualcosa, ti va? – le chiesi quasi come un ragazzo al primo appuntamento, adagiandola sulla sedia e togliendo i freni.
– Sì! – rispose come una bambina guardandomi dritto negli occhi.
La aiutai a vestirsi e a indossare le scarpe e il cappotto, misi le mani sulle maniglie della carrozzina e pensai per un attimo a quelle di mio padre.
Erano identiche.
Passai in salone spingendo la carrozzina e per la prima volta mi colpì l’unico quadro presente.
Era appeso proprio sopra lo scaffale dove avevo appoggiato quello del cieco.
Era l’unico dipinto fatto nella vita da mia madre, realizzato quando aveva la mia età e sognava di fare la pittrice.
Raffigurava una donna nuda, in piedi, di spalle, su uno sfondo astratto e coloratissimo. Lo immaginai rovesciato. E sotto vedevo sempre più chiaramente l’uomo dell’altro dipinto, rannicchiato nel buio.
E le due figure, la donna in alto e l’uomo in basso, rispetto alla loro particolare disposizione, mi sembravano guardarsi. Mi parevano due inquadrature di un film che avevo accostato io al montaggio, due cose che avevo messo insieme.
Anche mia madre osservava i dipinti e notai un sincero sguardo commosso da parte sua.
Mi abbassai per baciarla sulla guancia.
Chiusi gli occhi, ma per un tempo diverso da quello che saprei dire.

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