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Contare fino a dieci

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Illustrazione di Agrin Amedì
Uno, due e tre. Contare fino a dieci e poi pensare ad altro. Quattro, cinque e sei. Contare fino a dieci e poi parlare d’altro. Sette, otto e nove. Contare fino a dieci e raccontare d’altro. Dieci.

Questo racconto è stato scritto durante la full immersione di Baratti 2018

 

 

Uno, due e tre. Contare fino a dieci e poi pensare ad altro.
Quattro, cinque e sei. Contare fino a dieci e poi parlare d’altro.
Sette, otto e nove. Contare fino a dieci e raccontare d’altro.
Dieci.
Fa caldo a Roma a luglio, fa caldo già dal mattino presto.

E invece non funziona, no, non funziona parlare del tempo. Se la testa sta lì, perché girare al largo?

Aspetti fuori un attimo signora, la richiamiamo subito.
Ligia, esco e aspetto.
– Prego, s’accomodi.
Ligia, rientro e mi sdraio sul lettino, a fianco dell’ecografo.
Ecco, tenga, si asciughi.
Ligia, eseguo e mi vesto.
Vede signora, questa macchia è sospetta.
E qui cambia la musica.
Quella parola, “macchia”, mi cola addosso insieme ad altre: diagnosi… biopsia… risonanza… istologico… oncologo… intervento… protesi… chemio… radio…
Non si preoccupi, non la lasciamo sola.
Cerco di raddrizzare l’orizzonte, che all’improvviso s’è capovolto. Contemporaneamente scatta un allarme e parte una sirena, un ronzio che mi s’installa nel cervello e diventa rumore di fondo. Non capisco più nulla, mi rendo conto invece che dovrei. Nella testa però al posto dei pensieri ho una frana di ciottoli che sembrano non arrivare a fondovalle, mai.
Per favore facciamo entrare mio marito, sono un po’ confusa.
La dottoressa spiega tutto di nuovo. Intanto scrive veloce su un foglio, io seguo i movimenti, le parole scritte più di quelle sentite che mi sembrano non avere senso, solo si accordano con il ronzio e rotolano.
Senza preavviso la vita m’ha dato uno schiaffo da farmi girare la faccia.
È luglio. Fa caldo. Ma chi se ne frega del tempo: ho paura. E quando la paura t’acchiappa e assume forme, facce, musi spaventosi di mostri, o trovi dentro di te la spada, la pozione, la formula per batterli, o sei del gatto.
Allora piango, piango subito per poi forse non piangere più.
Cerco di ripristinare l’automatismo del respiro che s’è impigliato da qualche parte.
Ora sono un corpo di cui prendersi cura. Ci sono da fare esami, analisi, prendere appuntamenti, organizzare consulti. Sono forte, lo sanno tutti che sono forte, ma forse io ora non ne sono più tanto sicura.
Luigi è lì e mi tiene per mano. È l’unica certezza e tutto quello di cui ho bisogno: qualcuno che pensi a me, che pensi per me, che tenga il filo che mi àncora a terra, altrimenti potrei volare via come un palloncino sfuggito di mano.
Siamo venuti in scooter: il casco, il traffico, i semafori, il vaffanculo di uno a cui la nostra lentezza dà fastidio.
E veloce il tapis roulant riparte anzi, non s’è fermato mai. Il senso del tempo è cambiato solo per me, per noi. C’è un prima e un dopo, in mezzo non c’è niente e il “prima” rapidamente sfuma. Non ricordo già più cosa pensavo prima, cosa stavo dicendo, di cosa ridevamo, che cosa progettavo per domani. Domani ho già un appuntamento con un altro dottore.
Mastico e rumino la parola e capisco che è lì l’amaro, è la parola che mi fa paura: tumore = tu more. Ma non potevano inventare un altro termine? Che so, “tuvive”, o anche meno, “tuforsetelacave”.
Così mi regalo un sorriso e cerco di recuperare la rotta, anche con il mare agitato, perché sì, sarà agitato questo mare, ma tengo dritta la barra e comunque so nuotare.
E’ luglio e a Roma fa caldo anche di notte.
Si dorme con le finestre aperte, quando si riesce a dormire.
Luigi fa – Lo senti questo rumore?
E io – Ma che, il ronzio? Lo senti pure tu?
– Sì. Dev’essere il condizionatore dei vicini.
– No, sono io, è la testa. Spegni la luce. Abbracciami, magari poi sparisce anche il ronzio.
Uno, due e tre. Contare fino a dieci e poi sognare altro.
Quattro, cinque e sei. Contare fino a dieci e poi dormire accanto.
Sette, otto e nove. Contare fino a dieci e dopo andare avanti.
Dieci.

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