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Vorrei che non fosse un segreto

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Illustrazione di Agrin Amedì
Ricordo che c’era una strada e sulla strada una casa e la casa era una clinica, ma sembrava proprio una casa, perché aveva un comignolo di pietra e i gerani alle finestre e le imposte di legno proprio come le casette da cartolina o quelle nelle palle di vetro con dentro l’acqua e la plastica che sembra neve.

Questo racconto è stato scritto durante la full immersione di Baratti 2018

 

 

Ricordo che c’era una strada e sulla strada una casa e la casa era una clinica, ma sembrava proprio una casa, perché aveva un comignolo di pietra e i gerani alle finestre e le imposte di legno proprio come le casette da cartolina o quelle nelle palle di vetro con dentro l’acqua e la plastica che sembra neve.
Ricordo che nella clinica che sembrava una casa c’era un salotto che era una reception, ma sembrava proprio un salotto, col caminetto e le poltrone imbottite e una vetrinetta dove mia nonna probabilmente avrebbe disposto brutte porcellane a motivi floreali, mentre lì c’erano in vendita sacchetti di stoffa, quelli coi semini dentro che riscaldi al microonde quando hai i crampi, e avevano anche il nome della clinica ricamato sopra e sembrava un piccolo bazar, ma io non ci avrei comprato il souvenir della volta che ho abortito.
Ricordo che c’erano le infermiere che sembravano davvero infermiere, avevano una divisa azzurra stirata di fresco e mi sorridevano e mi parlavano sempre a voce bassa, forse sembravo un animale selvatico, e avrei voluto dire non mordo, ma sentivo che se avessero smesso di sorridermi mi sarei messa a strillare.
Ricordo che c’era una stanza piena di lettini e i lettini sembravano sdraio allineate sul ponte di una nave da crociera, con lo schienale reclinabile e il poggiapiedi e un cuscino per sostenere il collo e mancava davvero solo un cocktail di benvenuto col vetro umido e appannato dal freddo e pezzi di frutta fresca dentro, invece sul tavolino accanto a me c’erano un bicchiere di plastica pieno d’acqua e una bacinella bassa dello stesso cartone di quello dei contenitori delle uova. Non bevevo dal giorno prima e mi sembrò di ricordarmelo solo in quel momento e la lingua mi si è gonfiata in bocca.
Ricordo che sui lettini c’erano delle bambine. Sembravano donne ma erano bambine, guardavano il soffitto e sembrava che prendessero il sole, chiudevano gli occhi e sembrava che dormissero, ma non c’era niente nei loro corpi che ricordasse l’abbandono del sonno, e poi c’ero io che ero una donna ma sembravo una bambina, perché alla fine quella mattina non mi ero truccata, avevo pensato di farlo all’inizio, avevo pensato mi metto un vestito elegante, mi lego i capelli, mi metto in ordine, perché non volevo essere una donna che sembrava una di quelle donne che fanno quelle cose, ma ero quella donna, avrei fatto quella cosa, sembravo solo me stessa.
Ricordo che l’infermiera mi ha portato una gonna di carta che sembrava un paralume e un paio di ciabattine usa e getta e un bicchiere, piccolo come un tappo, con una pillola dentro e si è accucciata vicino a me, mi ha dato la pillola e mi ha detto questa farà cominciare il travaglio e il travaglio sembrerà un mal di pancia e magari tu avrai paura e ti sembrerà di stare male, ti sembrerà di morire, ma, lo so che non sembra, ma tutto questo finirà presto, non avere paura, e mentre diceva questo sembrava che mi amasse e a me è sembrato di amarla un po’ davvero.
Ricordo la pillola ma non ricordo quando l’ho presa, ricordo il bagno e ricordo di essermi tolta le scarpe e i pantaloni e le mutande ma non sapevo se togliermi anche le calze e mi sembrava la prima volta che ho fatto l’amore, e quando mi sono guardata allo specchio ero sicura che avrei visto qualcosa che assomigliava a un mostro o qualcosa che assomigliava a una bestia, invece sembravo solo io, continuavo a essere me, continuavo a contenermi tutta, anche se mi sembrava di non contenere niente, solo quello che non volevo.
Ricordo che non ricordo niente di cosa è successo dopo però vorrei ricordarmi questo e spero che non sembri una bugia che mentre chiudevo gli occhi e contavo all’indietro da dieci il lettino operatorio mi ha inghiottita e nove sono precipitata all’indietro in un buco stretto dalle pareti morbide e puntate di piccole stelle e otto se allungavo la mano potevo toccarle e coglierle dal cielo come frutti e sette mettermele in tasca pensando che sarebbe stato bello portarle a casa e sei dire a tutti dove le avevo prese senza vergogna, senza paura perché cinque vorrei che non fosse un segreto quattro vorrei non essere in questo buco da sola tre di notte due senza stelle uno.
Ricordo che poi ero in un’altra stanza, su un altro lettino, e questa volta da sola, sotto una coperta gialla che sembrava il giallo dell’uovo sbattuto con lo zucchero che mi faceva mio padre quando dovevo riprendere le forze dopo una brutta influenza, e mi è sembrato di sentirmi meglio.
Ricordo che un’altra infermiera mi ha portato un tè caldo e il latte e i biscotti al burro e sembrava mia madre quando mia madre sembra la madre che vorrei. Mi ha chiesto se stavo bene e io non ho mentito.
Ricordo che l’infermiera mi ha detto che non sembra, ma la vita va avanti.
Ricordo che la vita va avanti, ma non nello stesso modo.

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