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Togliere l’aria

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Illustrazione di Agrin Amedì
Non hai mai capito la poesia, perché non senti dal cuore ma poco più in là, nei polmoni: il dolore e la paura e la gioia non toccano il ritmo del tamburo sotto le costole ma accartocciano i bronchi, paralizzano il diaframma, bruciano tutto l’ossigeno.

Questo racconto è stato scritto durante la full immersione di Baratti 2018

 

Non hai mai capito la poesia, perché non senti dal cuore ma poco più in là, nei polmoni: il dolore e la paura e la gioia non toccano il ritmo del tamburo sotto le costole ma accartocciano i bronchi, paralizzano il diaframma, bruciano tutto l’ossigeno. Vi vedete domani, e se per lui l’attesa sembra un tempo indifferente, per te passa con la facilità di fare una nuotata al fiume contromano dalla foce alla sorgente. Non passa.
Fai fatica perché hai poco fiato, quasi zero, che neanche basta ad arrivare in fondo a una sigaretta, ma se fosse una sigaretta sfilata dalle sue dita con due tiri già in meno, la finiresti in un minuto, la bocca stretta dov’era poggiata la sua, il petto pieno da scoppiare di fumo pesante. Vi vedete domani.
Prova a calmarti. Una bracciata per volta, sei arrivata da una riva all’altra dell’estate. Non è niente, domani. Ma per ora non è neanche sera, galleggi nella melassa grigio topo di un pomeriggio assonnato e non te ne frega niente di muoverti, di leggere, di uscire: te ne frega solo di vedere il sole crollare dietro i palazzi e riarrampicarsi in cielo domattina.
Vi vedete domani. Però tu adesso costringiti a muoverti. Apri un libro, prendi il tè dal frigo, bevi venti, trenta pagine: ed è il tramonto. Doccia, un quarto d’ora davanti all’armadio, e poi ricordati dove hai lasciato il motorino ieri. Non legarti i capelli con l’elastico di plastica rosso, di quelli da cartoleria, oppure legali, tanto è uguale: l’elastico lo porti al polso e ci penseresti comunque. L’importante è uscire e non cedere ancora al solletico della voglia di mandargli una foto. Mandala tardi, più tardi che puoi: non fargli pensare che ci pensi troppo, a domani.
Squagliati sul solito angolo di marciapiede con i soliti amici e le solite birre messe in cerchio tutte insieme nell’illusione che così si terranno fredde più a lungo. Sta’ dietro alle solite conversazioni, tieni il filo delle solite proposte irrequiete: andiamo al mare, andiamo a ballare, per carità perlomeno andiamo a svoltà da un’altra parte, qualsiasi altra parte.
Al ritorno hai l’aria fresca in faccia e l’elastico al polso, perché i capelli li hai sciolti per la foto che alla fine hai mandato, vincendo in cambio il vocale di un minuto e mezzo della sua festa di fine estate. Musica brutta e grida e risate e niente per te.
Vi vedete domani, che ormai è già oggi, e un pochino il diaframma cede, riesci a prendere fiato. Il motorino ti culla, la strada di casa la conosce lui. Passi davanti scuola, che ormai non è più scuola tua, scuola vostra. Acceleri, ma come si fa a scappare?
Mentre non vuoi altro che vedere le ore andare avanti, il tempo torna indietro. È finito l’ultimo giorno di scuola, il sole a picco sul cortile scava ombre spaventose sulle facce e sui corpi. Sembrate tutti più vecchi e tu hai in mano un bicchiere di vino rosso appiccicoso e denso, contrabbandato dentro non sai bene da chi. Alessandro sta cercando di aprire una portafinestra per andare a fumare sulla scala antincendio, e mentre ti avvicini per aiutarlo ti chiedi come faccia a stare in piedi, sbilanciato da tutti quei ricci sulla testa. Con un sorriso preso dritto dal sole Alessandro ti offre di fumare insieme, e tu non fumi, e infatti il vino ti suggerisce di dire: “Okay”. Salite in cima, a guardare i gavettoni e le coreografie coi motorini degli altri. È la prima volta che vi parlate per più di quattro frasi e hai la certezza che potreste andare avanti per ore. Il vento ti butta i capelli ovunque e Alessandro ride e ti regala l’elastico che usa lui, rosso, di plastica, da cartoleria. Non gli dici che quegli elastici strappano i capelli e rovinano tutto. Fai bene: ti ricordi come ti guardava mentre ti sei fatta la treccia e l’hai chiusa.
Adesso sei arrivata a casa ma la tua testa non si è mai mossa da quel cortile per tre mesi interi. Ti concentri fortissimo e provi a urlarti di baciarlo subito, con le sigarette ancora accese, e non di aspettare, come poi hai aspettato, la fine degli esami, il giorno prima della sua partenza. Ti sgoli, perché se urli abbastanza forte allora forse puoi cambiare tutto, puoi avere Alessandro, da scoprire e sfiorare e stringere e lasciar entrare sotto la pelle, ma tre mesi fa non ti senti, c’è tutta l’estate in mezzo.
Ti metti a letto con le mani di Alessandro addosso ormai solo in bianco e nero, e mentre conti le ore che fanno i giorni che fanno i mesi in cui hai tenuto al polso l’elastico, ti accorgi che si è annegato nei pori e, seguendo il fluire del sangue è arrivato proprio ai polmoni, e questo ti spiega perché ti senti così: strizzata da una pressione discreta e costante, compressa non così tanto da morire ma comunque abbastanza da non poter avere pace.
Vi vedete oggi. A chi ha il cuore agitato dicono di respirare; e tu, che t’inventi?
Il tempo di fare e disfare la treccia tre volte, è ora. Tre mesi infiniti collassano in un secondo, la pressione cambia così in fretta che senti uno schiocco nelle orecchie. Alessandro è più alto. Ha i capelli corti sui lati e gonfi e riccissimi e morbidi sopra, è sempre Alessandro, ma assomiglia a qualcun altro. Ride e paga da bere per il secondo e il terzo giro, ma l’elastico non allenta, anzi, affonda nella pleura e per tutta la sera senti colare fuori qualcosa di caldo. Ti guardi indietro a scatti, sicura di aver lasciato sul marciapiede una traccia vischiosa, e invece non c’è niente, solo Alessandro che ti mette un braccio intorno alle spalle e chiede: “E adesso dov’è che andiamo?”
Stai per dire: restiamo qui, che è una frase difficilissima e tormenti con le dita l’elastico intorno al polso come un rosario, e invece lui continua: “Perché se vuoi, c’è una cena con dei miei amici, che non li vedo da un po’.”
Un attimo di apnea. Alessandro continua a sorridere, tranquillo, e adesso hai capito che per tre mesi sottacqua controcorrente eri sola. L’elastico ti si spezza tra le mani senza un suono. Per un attimo, senti un odore appiccicoso di sangue.
“Va bene la cena,” gli dici perché, anche se ce ne sarebbe motivo, non vuoi scoppiare a piangere in mezzo alla strada. Alessandro ti offre il braccio e lo prendi senza leggerci niente di troppo. Ti fai una promessa. Tra altri tre mesi, ripenserai a questo preciso secondo, coi suoi contorni messi fuori fuoco dalla delusione più che dal vino, e ti verrà da ridere.
La gabbia delle costole si schiude a forza. I polmoni si aprono. L’aria rientra di prepotenza.

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