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Il gesto

di

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“E quando entra in classe, professore, come se la immagina?” “Ti è così difficile chiamarmi per nome, Cesare? Mi accompagni tutti i giorni, da quasi due mesi, non siamo più due estranei!

Questo racconto è stato scritto durante la full immersion di Baratti 2018
Copertina di Luigi Annibaldi

 

“E quando entra in classe, professore, come se la immagina?”
“Ti è così difficile chiamarmi per nome, Cesare? Mi accompagni tutti i giorni, da quasi due mesi, non siamo più due estranei! Me lo hai già domandato, più di una volta… Quando sono sulla soglia vedo lo spazio della classe diviso in strisce orizzontali, come tracciate da un pennello grosso, un po’ slabbrate alle estremità; e ogni striscia è una fila di banchi e ogni striscia ha un colore diverso, tra il rosso, due gamme di grigio e il nero… almeno per ciò che mi resta del ricordo dei colori… prima della malattia.”
Siamo in macchina. Cesare, ventisei anni, l’accompagnatore che mi hanno assegnato per l’invalidità, mi sta riportando a casa da scuola, come ogni giorno; ha una guida tranquilla e spesso quell’oretta è un tempo di parole, in cui le tensioni della mattina si allentano.
“D’accordo, Paolo, ma non mi chieda ancora di darle del tu. Le faccio le stesse domande? È che mi piace ascoltarla parlare, l’ammiro, credo che non sarei capace di fare il suo lavoro…”
“Sì, ogni giorno, entrando in classe, l’immagine che ho davanti è proprio quella, ma, prima dei rumori, resta senza profondità. Nei secondi in cui mi fermo sulla porta, dopo che tu sei andato, saluto i ragazzi, sento le loro voci e vado verso la cattedra… allora emergono gli spessori, la profondità delle cose.”
“Ha sempre un’aria così sicura…”
“È quello che voglio mostrare ai ragazzi! Sono pochi passi, è vero, ma li faccio ancora stringendo i denti, sforzandomi di tenere la testa alta e di sorridere. Poi siedo, con calma, cercando di non pensare all’oscurità, e mentre faccio l’appello il mio sorriso è meno artificiale, meno controllato; mi volto nella direzione di chi chiamo, verso la striscia orizzontale nella quale si trova. Poi le parole, le parole ci fanno viaggiare… i poeti, le storie da raccontare… “
“Mi chiedo quanto c’è voluto…”
“A tenere la mia rabbia fuori, molto tempo… È una sicurezza che mi costa ancora fatica… Te l’ho mai detto? Qualche anno fa… c’è stato un periodo nero, allora pensavo di licenziarmi… Del resto, quando ho capito che volevo insegnare, tutti hanno provato a convincermi di non scegliere questo lavoro: ma come farai, i ragazzi sono sempre più difficili, se non li puoi controllare, a quell’età te ne combinano di tutti i colori… Mia madre soprattutto… Anche tu avresti pensato così, saresti stato d’accordo con loro.”
Mi volto verso di lui. So che ha capelli chiari e sottili, che li porta lunghi, spesso legati a coda. Quando gli ho chiesto di poterlo toccare per farmi un’idea di come è, si era imbarazzato, ma mi aveva lasciato fare. Con le dita ho percorso un viso largo, gli zigomi pronunciati, le labbra sottili. Porta la barba corta. La voce ha una nota allegra, come di chi consiglia di provare a sorridere ai problemi, forse perché non gli sono mancati. La sua voce mi fa bene.
“Certo, faccio fatica a credere che coi rumori ci si possa fare un’immagine così precisa di come si muovono i ragazzi.”
“Nemmeno io all’inizio sapevo… smistarli, i suoni, dico, quelli più sottili… Prima era una confusione, ora mi orientano. Tieni conto che sono più di vent’anni che insegno. Ognuno dei ragazzi ha un suo modo di muoversi, Emma, per esempio, struscia continuamente le scarpe sul pavimento. E quella volta che, poco prima della campana, Agata ha buttato i capelli in avanti… devono essere lunghi!, ha alzato le braccia per raccoglierli in alto, e il rumore del tessuto leggero seguiva il fruscio profumato… mi sono voltato verso di lei, l’ho guardata negli occhi Ti sembra questo il luogo adatto a sistemarti i capelli, Agata? Proprio non puoi aspettare la ricreazione?
Cesare ride, scuote la testa, c’è un’onda di profumo più forte. Lui si racconta poco, ma fa parlare me.
“Beh, lì, Paolo, ha avuto anche un bel po’ di… diciamo fortuna, eh? E quella non dovrebbe mai mancare! Sicuro che, dopo, qualcuno, tra videogiochi e cartoni, deve aver pensato Il prof ha dei superpoteri! Poi queste storie circolano e la precedono. Ecco da dove viene l’alone di timore che la circonda… nessun problema di disciplina…”
Sorrido anch’io.
“Quando i colleghi mi chiedono come faccio, dico Avete provato a presentarvi in classe con un paio di occhiali neri? Quella del prof che controlla tutto, Cesare, è l’immagine esterna… Ma…
Esito un istante, Cesare guida in silenzio.
“… non sono riuscito a capire Cecilia, per esempio. In effetti da qualche giorno non la sentivo più armeggiare con la gomma… lei la fa rimbalzare sul banco, piano, di continuo. E da qualche giorno non la sentivo più, sembrava assorta, ma non le ho chiesto niente. Poi l’altra mattina è scoppiata a piangere, così, senza che ci fosse una ragione apparente. Le ho chiesto se fosse successo qualcosa in classe, con i compagni o a causa mia; se ne voleva parlare in privato. A frasi spezzate, lei ha raccontato che il padre è partito, per andare ad abitare in Canada; e che lo rivedrà a Natale, forse. Sembrava un dolore inconsolabile. Mi sono alzato dalla cattedra per andare al suo banco, farle sentire la mia vicinanza…”
Siamo arrivati sotto casa, Cesare spegne il motore e resta in silenzio.
“Ho fatto un passo verso il centro della classe, ma ho dovuto appoggiarmi. C’è stata una tenaglia che mi ha stretto lo stomaco e dagli angoli più scuri del mio buio sono riemerse le voci di mia madre, che piange, di mio padre, che le dice devo andare, non ce la faccio più, è troppo difficile; lei che gli si avvicina, lui che la spinge indietro e la fa cadere. E io che voglio aiutarla, ma non ci vedo quasi più e mi muovo male nella stanza. Non vedo la sedia e cado. La porta che sbatte, mia madre che dice Stai tranquillo, Paolo, tirati su, vieni qua da me… avevo quasi sei anni…”.
Cesare mi ascolta, io continuo a toccare gli occhiali e il colletto della camicia, vorrei evitare di piangere.
“E non sono riuscito muovermi, capisci, Cesare? Sono rimasto impalato, una mano sulla cattedra, rigido nello sforzo di controllarmi, di non farmi travolgere dall’angoscia di fronte ai ragazzi…”
Ora piango, è un pianto silenzioso, il mio, che non spezza le parole.
“Ho sentito che qualcuno si è alzato, all’altra estremità dell’aula, ha raggiunto il banco di Cecilia… dal profumo direi Bridget… e le ha parlato piano. Ho pensato che l’abbracciasse. E quel gesto avrei voluto farlo io, Cesare, avrei voluto dire io quelle parole.”
Mi sono girato verso di lui.
“Non ci sono riuscito! Capisci, Cesare? Come allora, non ho saputo avvicinarmi, toccare, proteggere! Resto consegnato, prigioniero del mio buio, che non si distrae mai, che non mi dà tregua in questa schermaglia!”
Ho alzato la voce, mi dico che dovrei riprendere il controllo, ma non voglio ancora fermarmi. Non so cosa risponderà, non era successo ancora che mi spingessi tanto lontano. Sento che l’ansia è anche nell’attesa della sua risposta.
“Paolo, io credo sia difficile dire le cose giuste in certi momenti…, con dei ragazzini, poi. Ma anche tra adulti. Anch’io, per esempio, non sono sicuro di farle sentire che mi dispiace…”
Mi mette una mano sulla spalla.
“Per quello che è accaduto, in classe, ma anche quando era piccolo, per la sua malattia. Ma credo che non debba neanche farsi una colpa per non aver saputo…”
Per quanto me lo permette la cintura, lo abbraccio, avvicinandolo a me.
“Cesare… grazie…”
Le mie mani sono sulle sue spalle, poi salgono ad accarezzargli i capelli. Sento quel profumo più forte. Grazie di ascoltarmi, vorrei dirgli, grazie per questa vicinanza, ma sento che si irrigidisce. Con gentilezza allontana le mie braccia, per sciogliersi dall’abbraccio.
“Professore, si calmi ora. Sa che possiamo riparlarne ogni volta che vorrà.
“Sì, scusa…”
“Stia tranquillo. Abbiamo fatto un po’ tardi, l’accompagno al cancello.”
“No, grazie, vado a piedi, sono quattro passi… Domani, sette e un quarto?”
Ho paura di non rivederlo.
“Sì, domani, solita ora”
Apro la portiera e raggiungo il cancello, i passi scanditi dal ticchettio irregolare del mio bastone. Prima di richiudere la porta, sento che Cesare avvia il motore e l’auto si allontana dal marciapiede.

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