Condividi su facebook
Condividi su twitter

Ancora una volta

di

Data

Eppure vorrei vederla, una volta ancora. Annusarla, poggiare il naso nell’incavo tra nuca e collo. Morderle una guancia e lasciarle un livido di passione, denti che segnano il mio passaggio.

Eppure vorrei vederla, una volta ancora. Annusarla, poggiare il naso nell’incavo tra nuca e collo. Morderle una guancia e lasciarle un livido di passione, denti che segnano il mio passaggio. E poi scuoterla, destarla dal suo torpore, toglierle quel ghigno di sfida dalle labbra scarlatte, costringerla a dire: «Basta!» Vorrei farle smettere di dirmi: «Ti amo», semplicemente perché non è vero.
Rumore di metallo, la roccia è dura, troppo dura.
Lei sopra di me che spinge il mio sesso in profondità. Vuole sentirlo ovunque. Dondola la testa: i capelli lunghi, botticelliani, rossi contro il bianco gesso della sua pelle alabastrina. Allungo le mani sulle sue cosce, affondo le unghie nella sua carne, lei non vuole. Apre gli occhi e mi fulmina. Abbandono le braccia lungo i miei fianchi, mi accarezzo i peli, mi distraggo per non far finire l’incanto. Rumore di spine di rosa che sfregano sul vetro gelato della finestra. Sapore di sudore e sale mentre mi lecco una spalla. Lei si passa la mano tra le sue natiche, poi sfiora con il dito il profilo del mio naso, scende e disegna il contorno della mia bocca riarsa.
Vorrei vederla, ancora una volta.
La mina si spezza devo temperarla, è necessario. Lei è medusa e sanguisuga. È notte e solitudine. Pronuncia un Nome a voce alta, quasi un urlo. Non è il mio nome. Dalla finestra una civetta osserva con gli occhi fissi e il collo torto il mio stupore. Lei continua. Fingo. Fingo di non aver sentito. Lei continua, ha gli occhi chiusi. Io fingo. Poi mi dice: «Bastardo. Figlio di puttana!» Ma non so se a me o a lui. Spinge con forza i palmi delle mani sul mio petto. Quasi mi soffoca. Le braccia tese come cavi di acciaio a sorreggere un ponte. Ora mi guarda, e ride. E’ un ghigno isterico, sprezzante e pronuncia ancora quel Nome con costanza metronomica, appena un sussurro, una manciata di decibel. E’ una punizione, una dannazione. Le cola un po’ di saliva, mi bagna il viso. Mi giro da un lato: è urticante, al contatto con la pelle evapora. Fuoco e acqua.
Non è più sopra di me. Ora è ricoperta di terra. Ma è un’immagine. Un punteruolo conficcato nel timpano. In profondità.
Vorrei vederla, ancora una volta.
Mi accarezza la schiena bollente sotto il sole equatoriale. Le palme fanno ombra ma sono lontane. Bambini giocano con le noci di cocco. Ridono. Anche io con il mento sulla sabbia e le sue mani unte di crema solare sulla schiena. Ho la febbre. Una febbre che mi fa desiderare di prenderla in mezzo alla gente con il ritmico smuoversi ancheggiante delle onde. Un granchio corre lungo il bordo appena lasciato dall’acqua risucchiata sulla battigia. Mi massaggia la zona lombare, sa che mi fa impazzire. Lo lasciava fare anche a loro. Nelle stanze buie, elettrizzati dai neon fluorescenti e dai membri di uomini sconosciuti e seni siliconati di donne seducenti. Vorrei girarmi e mostrare la mia possenza ma lei mi tiene giù col suo peso, come sempre. Si avvicina, mi morde il lobo, con disinvoltura studiata in video amatoriali mi striscia il seno sul braccio. La lingua nell’orifizio uditivo. Poi quel Nome: il solito. Lento e bagnato di saliva. Per ore. Costretto nel girone punitivo della mia ossessione. Poi lei è coperta di terra. Il collo spezzato. Un cane gira intorno. Gli alberi ci coprono.
Vorrei vederla, ancora una volta.
Sua madre la pettina. E’ seduta su una poltrona a dondolo. Bianca come la sua pelle. Sorride nel giardino dove due tartarughe spiluccano foglie verdi di lattuga. La spazzola ha il manico d’argento e riflette i raggi del sole pomeridiano. Non ha le scarpe, ha solo le calze ai piedi. Bianche. Con il risvolto. Ricamate. Dondola i piedi avanti e indietro, come volesse prendere il via sull’altalena e oscurare per qualche istante la palla di luce. Io non l’ho mai vista da bambina. Sotto il phon dopo la piscina ad asciugarsi i lunghi capelli, con gli occhi arrossati dal cloro e la pelle delle dita molle. In fila alla cassa a compare i primi assorbenti con la mamma. Nella cantina a casa della sua amica a sentire il sapore in bocca di una lingua sconosciuta. Nuda davanti al primo uomo. La vorrei aver vista a gambe aperte durante la visita ginecologica con lo speculo inserito e dilatato. O al funerale del padre di cui non mi ha mai parlato. Del giorno in cui ci siamo visti per la prima volta ricordo tutto. Ho appuntato per filo e per segno ogni minimo particolare su un block notes, che ho bruciato e leccato ancora caldo e nero.
Abbiamo scoperto l’amore condiviso gli ultimi anni della nostra relazione. A me all’inizio piaceva, poi non più; lei non poteva farne a meno. Le ultime volte faceva tutto lei, io mi annoiavo, rimanevo vestito e tra uno sbadiglio e l’altro contavo le mattonelle a scacchi rosse e nere. Trecentoventicinque. Venticinque in lato. Tredici dall’altro. Quel Nome durante quegli incontri non lo diceva mai. Dovevamo stare solo io e lei. Lei e me. Dopo avermi portato al massimo dell’eccitazione ricominciava con quella litania mononominale, come un “Om” di dissimulata ossessione. Non sapevo chi fosse. Non lo so neanche adesso. Non lo saprò mai. Neanche se era il Nome di una persona reale o meno. Scrissi con il getto del mio piscio quel Nome sulla terra smossa. Marchiando a fuoco un territorio che non era mai stato mio. Lei inerme nella fossa scavata da me.
Vorrei vederla, ancora una volta.
Non posso. Dicono non sia mai esistita. Tutti i giorni mi alzo, mi lavo, rifaccio il letto, mi spazzolo i denti, il mio compagno di stanza lascia fare prima a me. È molto gentile. Anche per i bisogni mi dà la precedenza. Da dietro la porta mi ricorda di scaricare, ma io lo faccio sempre. Poi mi siedo alla scrivania. Qui la carta non manca. Però devo stare attento con le matite perché se ci riprovo non me le danno più. La benda sull’occhio del mio compagno di stanza me lo ricorda. E poi comincio a disegnare. Lei. Disegno tutto il giorno Lei. Ma non mi riesce bene. Ogni volta ha un aspetto diverso. La sera prima di andare a dormire prendo tutti i fogli su cui ho disegnato, tempero l’ultimo pezzo di matita rimasto lasciando cadere la grafite sui fogli. Poi con il dito macchio di nero-grigio quei volti informi. È vero nessun disegno le somiglia. Però adesso che tutto è ricoperto di terra, sono sicuro che è lei. Sì sono sicuro che è lei! Perché è così che la ricordo: tutta coperta di terra. Poi quando dormo forse arriva qualcuno perché il giorno dopo sulla scrivania non ci sono più i miei disegni. È per quello che ricomincio ogni giorno da capo. E poi c’è odore di disinfettante. E poi il mio compagno di stanza dice che tanto qua dentro ci moriamo. E poi quello col camice bianco che passa prima dell’ora di magiare, la mattina credo, mi dice che sto andando bene, che tutto andrà per il meglio basta che continuo a prendere le medicine. Io le prendo sempre perché voglio stare bene. Ogni volta, prima che il signore esce dalla nostra stanza, gli chiedo: «Oggi è venuta a trovarmi?» Lui mi risponde: «No, ma verrà domani non ti preoccupare.» Ma io lo so che lo dice tanto per dire, per farmi contento. Perché lei è tutta ricoperta di terra non potrà mai più venire. Poi riprendo a disegnare.
Vorrei vederla, ancora una volta.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'