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Illustrazione di Agrin Amedì
Mi chiamo Alfio, della vita non so niente e passo il tempo guardando cazzi. Dritto, a punta, a suppostina, asta storta, testa grossa, base larga, gonfio in mezzo, corto e tozzo, lungo e fino, a salsicciotto, a candeletta, guarda quello, brilla pure. È normale o radioattivo?

Questo racconto è stato scritto durante la full immersione di Baratti 2018

 

Mi chiamo Alfio, della vita non so niente e passo il tempo guardando cazzi.
Dritto, a punta, a suppostina, asta storta, testa grossa, base larga, gonfio in mezzo, corto e tozzo, lungo e fino, a salsicciotto, a candeletta, guarda quello, brilla pure. È normale o radioattivo?
Che poi tu mi dirai trovati un lavoro, ma ti pare poco, ti rispondo io. E poi insomma, questo qui è proprio un lavoro, altroché, anche se non mi pagano ma tanto io con i soldi non ci faccio proprio niente, mica mi importa di loro.
Ci passo tutto il giorno e anche la notte a volte, qui a fare finta di pisciare mentre me li guardo tutti, uno ad uno che  vanno e vengono, mi fa stare bene che ci vuoi fare, più ci resto e meglio sto, sempre se non arriva il solito impiccione che mi caccia via.
Che magari si pensa che questi cessi qui, che sono pubblici, invece sono quelli di casa sua e allora mi fa senta scusi, ha tanto ancora? Sta qui da un’ora, sgrulli e vada, per piacere.
Ma vado dove, dico io, che non conosco nessuno e non mi va più di fare nulla.
Di amici ne ho ben pochi, anzi pochissimi forse nessuno mi sa. Che mi stanno tutti sui coglioni e magari pure io a loro che non mi cercano proprio più ormai.
Tanto dove ci devi andare, con gli amici che manco ti ricordi come si chiamano e dei fatti loro, proprio tutti, non te ne frega niente? Che esci vai al bar l’aperitivo il cinemino la pizzeria ma è tutto pieno non c’è posto e ti danno il tavolo vicino al forno, che fa pure un caldo boia dica scusi il conto grazie.
Meglio qui, al fresco, a guardare di sguincio tutto il giorno, stando attendo per carità, altrimenti giù botte e già ne ho prese, se ne ho prese, basta per favore che mi fa male tutto.
Mi chiamo Alfio, non ho nessuno e mi piace guardare gli uccelli.
Passerotto, cinciallegra, aquila reale, gazza ladra, falco pellegrino, piccioncino viaggiatore, non sta mai fermo. Pellicano bocca larga, colibrì, ma quant’è svelto! Corvo nero, il più cattivo, cormorano, raro e pregiato.
Volano via sempre, uno alla volta, un gran via vai che alla fine mi lascia sempre più solo, abbandonato, stanco.
Che ne sapete voi di che vuol dire stare da soli come ci sto io? Voi che vi rotolate tutti nella vita piccola che fate e che vi pare pure che siete normali a stare lì a guardare che succede, questo ha detto quello quell’altra ha risposto così, hai visto che roba mamma mia signora bella.
Mi interessa poco di tutto, vivo solo, mangio dormo e non guardo la tv.
Mi chiamo Alfio, al mercato non ci vado ma le verdure le conosco bene.
Carciofo, fava lunga, carota, zucchina, melanzana, peperone, cetriolo, il più deciso. Fagiolino, che tristezza, questo è a cecio, ma la fa in piedi? Che impresa, come ci riesce?
Fatti una vita, datti da fare mi dite a volte, ma come faccio?
Io sto male, tanto male, così tanto che manco lo sapete voi come sto io, che ho questa cosa dentro che mi parte dal petto e mi va nella testa mi gira dietro agli occhi scende nelle gambe sulle ginocchia nelle dita dei piedi risale nelle spalle lungo le braccia dentro le mani sulle unghie pure lì.
È come un ometto piccolo piccolo con la pelle grigia il vestito nero il cappello calato che mi va in giro dentro al corpo mio, gira e passa e dove passa spegne tutte le luci che incontra, che ama il buio sto codardo.
Che vorrei, se potessi, aprirmi in due, proprio io me stesso, con un coltellaccio, un cacciavite, un apriscatole, un bastone a punta un tubo di ferro una spranga d’acciaio quello che sia, per farlo uscire questo omino da dentro me e guardarlo in faccia, se ne ha una, e dirgli vattene un po’, sparisci, levati, lasciami stare, voglio vivere pure io in mezzo agli altri e come loro.

Che adesso, come sto, mi sento male a respirare, ho paura se mi muovo, mi faccio schifo nello specchio che a casa mia l’ho pure rotto.

Non sento i sapori, non ascolto la musica e i colori li vedo solo quando vengo qui.

Mi chiamo Alfio, ho lo scazzo la malavoglia la depressione come dite voi, vengo ai cessi della stazione e mi sento un poco meglio con tutto il via vai e questi colori che vedo.
Rosso acceso, viola scuro, bianco, nero, giallo, oliva, tante razze, tutte insieme, l’arcobaleno dei piselli. Signora dentro le mutande siamo tutti uguali.
O quasi.
Che qui il tempo passa meglio, non va via come fa sempre che davanti agli occhi mi vedo scorrere la vita mia gli anni i mesi le settimane i giorni le ore i minuti e pure i secondi, quelli lì, quei piccoletti che corrono corrono velocissimi ma dove se ne andranno mai.
Qui ogni giorno è uno nuovo proprio, c’è sempre la sorpresa, bella o brutta, che ti fa dire oggi che giorno è.
Lunedì, guarda questo, quant’è strano.
Martedì, mi sparo in testa, anzi no, rivengo qua.
Mercoledì, avanti i pendolari, giovedì che bella gente, venerdì tutti in discoteca, prima la pipì però.
Sabato, fuori piove, ma qui dentro splende sempre il sole.
Domenica, che mortorio, chi me lo ha fatto fare di venire. Potevo stare a casa a contare le pasticche.
Che poi arriva questo, si piazza lì, al pisciatoio accanto al mio, come fosse proprio casa sua.
Che così mi ruba tutta la visuale e se ci sto io e ci sta pure lui allora mica c’è più posto per nessuno, insomma.
E mi somiglia pure, questo qui, tutto magro lungo col collo secco come il mio.
Che proprio qui doveva venire, a rompermi a me che sto così tanto male, io.
Fa come me, questo, mica piscia, allunga gli occhi e guarda a me, che mica piscio, pure io.
Allora, cazzo guardi, dico io, cazzo vuoi mi dice lui, mica questa è casa tua.
Brutto frocio pervertito sodomita guardone di cazzi, gli rispondo ci penso io a quelli come te.
Parte uno schiaffone che dalla mano mia va sulla faccia sua che non se lo aspettava e va a sbattere con la testa contro il muro. Un altro, e ci sbatte ancora, anche più forte.
Ci prova a darmele lui ma io sono veloce molto di più e mica scemo ormai, che mi hanno già menato in tanti, schivo la mano sua e lo colpisco con il piede mio proprio lì, dove poggia con la gamba che casca a terra in mezzo agli schizzi di piscio.
Poi giù calci, spinte, sputi, e ancora di nuovo e poi daccapo. Te ne devi andare mi fai schifo, torna a casa che qui mica è il posto per gli zozzoni come te.
Si rialza, mi guarda storto ma si vede che gli fa male e c’ha pure paura perché poi non dice e non fa niente ma si aggiusta e se ne va, per fortuna, che questo è il posto mio e c’ero prima io comunque.
Mi chiamo Alfio, guardo i cazzi e la vita mi fa schifo.
Quasi quasi mi suicido, oppure manco per niente.
Anzi, col cazzo.

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