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Il gambero

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Illustrazione di Agrin Amedì
La luce del mattino riverbera sui mille colori della stanza. Il lenzuolo blu mare con le immagini di gufi, elefanti, e scimmie parlanti, le centinaia di mattoncini Lego che formano torri, ponti, stazioni dei pompieri e astronavi, i disegni a pastello o pennarello appiccicati un po’ ovunque sulle pareti,

La luce del mattino riverbera sui mille colori della stanza. Il lenzuolo blu mare con le immagini di gufi, elefanti, e scimmie parlanti, le centinaia di mattoncini Lego che formano torri, ponti, stazioni dei pompieri e astronavi, i disegni a pastello o pennarello appiccicati un po’ ovunque sulle pareti, alcuni sono semplici tratti infantili, case dal tetto spiovente, soli gialli con lunghi raggi sbilenchi, sorrisi fatti a U, altri figure più dettagliate e complesse, prodotte con amore da una mano esperta a rappresentare meravigliosi mondi incantati; e sopra al letto un grande disegno a tempera riproduce una fitta foresta popolata da elfi, fate e animali fantastici.

Sara sedeva a gambe incrociate sulla moquette, un libro aperto davanti a sé. Leggeva ad alta voce la storia del terribile ciclope Polifemo. Francesco la guardava sempre terrorizzato quando arrivava il momento in cui i naufraghi guidati dall’astuto Ulisse conficcavano un tronco d’albero acuminato e rovente nell’unico occhio del mostro, che in preda ad una folle rabbia cominciava a cercarli tastando le pareti del suo orribile antro per divorarli.
“Hai paura?” gli chiedeva sempre a questo punto, in un tacito gioco di ruoli. Una testolina bionda si scuoteva sotto le coperte per farle capire che no, che voleva sentire il resto della storia meravigliosa, nonostante la paura. E con un sorriso di orgogliosa tenerezza allora lei continuava a raccontare con quale incredibile trucco Ulisse e i suoi compagni fossero riusciti a fuggire da quella caverna spaventosa.
Anche quel giorno lesse tutta la storia, e chiudendo il libro disse: “da stasera ti racconterò del lupo Zanna Bianca e delle sue avventure nel selvaggio Nord”. Passò una mano a toccare i capelli sporchi, appiccicati in sottili ciocche untuose, fredde e viscide al tatto. “Dobbiamo andare” annunciò, e uscì dal tenero disordine della stanzetta, pulita e profumata d’incenso.

Il resto della casa è buio, le tapparelle abbassate non lasciano filtrare che una vaga idea della primavera che sta sbocciando. Un rancido odore di chiuso permea gli ambienti, e uno strato di polvere rende opachi e privi di vita gli oggetti.

Raggiunse la cucina per mettere sul fuoco la caffettiera, e nell’attesa si sedette al tavolo, guardando come ipnotizzata la montagna di piatti e padelle che si ergeva dal lavabo, ricoperta da croste di cibo rinsecchito e spesse macchie frastagliate di calcare. Saranno ormai definitive, pensò imbambolata. Si riscosse con uno spasmo improvviso al gorgogliare del caffè. “Andiamo, su” disse dopo aver bevuto, prese in spalla lo zaino colorato, con sopra l’immagine di una macchina da corsa dai grandi occhi espressivi, e aprì il portone per l’abituale itinerario. Attraversarono il cortile del palazzo, dove Francesco amava calciare le pigne cadute dagli immensi alberi a ombrello simulando una partita combattuta in qualche grande stadio, la vocetta acuta a imitare quella ritmata dei telecronisti e i boati della folla in delirio.
Al forno della piazza ordinò la merenda di Francesco, il solito trancio di pizza bianca. Gianni, dietro al banco, la servì silenzioso, come faceva da un po’, e la salutò con una specie di smorfia. Una volta, pensò Sara, li avrebbe accolti con qualche battuta allusiva, a cui lei sapeva rispondere con femminile e tagliente sagacia. Il fornaio aspettava con ansia questo gioco quotidiano di amichevoli battibecchi con la giovane mamma ancora bella. Ma questo era prima. Alla cassa incrociò lo sguardo acquoso della signora Maria, che la fissò per un lungo istante quando mise i soldi sul poggiamonete, quasi fosse indecisa sul da farsi. Poi disse: “Ciao Sara”, aprì rapidamente il cassetto e le diede il resto. Lei non rispose ed uscì, per incamminarsi lungo il viale di tigli dal profumo inebriante che portava alla scuola.
Pensò di fare notare a Francesco che adesso la primavera era arrivata per davvero, ma poi non disse niente, mentre un grumo di angoscia e odio implacabile le si espandeva dallo stomaco per strisciare gelido lungo la spina dorsale.

Sul palo del semaforo all’incrocio prima della scuola ci sono ancora delle frasi tracciate con pennarelli a vernice, qualche biglietto, mentre un mazzetto di fiori rinsecchiti è scivolato giù dal marciapiede e sembra guardarla con un’aria quasi colpevole.

I cancelli della scuola stavano chiudendo e ancora un gruppo di genitori si attardava per fare quattro chiacchiere. Sara avvicinandosi iniziò a sentire i brevi lampi degli sguardi che la trafiggevano clandestini, mentre i loro proprietari si curvavano, fino quasi a toccarsi in un crocicchio sempre più stretto, con un effetto quasi comico che le dipinse un’espressione sarcastica sul viso. Elena, la mamma di Valerio, uno degli amichetti preferiti di Francesco, si staccò improvvisamente dal gruppo e le trotterellò incontro, mentre gli altri genitori rimasero a distanza, come congelati nell’attesa.
“Ciao Sara, come stai?” disse con un’enfasi che la infastidì, con tutte le pieghe della faccia che sembravano risucchiate verso il basso.
“Bene, abbiamo deciso adesso di saltare scuola per oggi. E’ una giornata troppo bella per chiudersi in classe” rispose, e proseguì per la sua strada lasciando l’amica che annuiva lentamente con la bocca semiaperta. Con la coda dell’occhio la vide tornare quasi di corsa fra gli altri.
“Scusami se non ti ho avvertito, volevo farti una sorpresa. Oggi scampagnata a villa, io e te da soli come una volta, che ne dici?” sussurrò rivolta a Francesco.

Il grande parco è semideserto, solo qualche sportivo in fuseaux si affanna per i viali. Nell’area giochi due bambini piccoli si rincorrono, si arrampicano sul castello per lanciarsi poi giù per lo scivolo, una volta, e un’altra, e un’altra ancora, infaticabili. Le nonne chiacchierano in disparte, lanciando di tanto in tanto dei bonari richiami alla prudenza. Quando si siede su una panchina poco distante la squadrano per qualche secondo per poi tornare alle loro storie di pannolini e di innocue malattie.

Sara parlò a Francesco: “Ti ricordi quanto tempo abbiamo passato in questo posto? Settimane, e poi mesi che sono diventati anni, ma ogni volta era un’avventura diversa, non ti stancavi mai e non mi stancavo nemmeno io. Quando ti arrampicavi sulla ragnatela, e così piccolino salivi così in alto, e penzolavi, e mi chiamavi perché guardassi quanto eri bravo e coraggioso e forte, ora te lo posso che dire mi facevi morire di paura, ma insieme scoppiavo d’orgoglio”. Si fermò un attimo fissando il vuoto. “Ma sei cresciuto, mi sa che qua non ti diverti più” disse Sara accennando un sorriso che non era un vero sorriso.
Tornando in sé si accorse che le nonne si stavano affrettando a portare via i nipotini, i quali cercavano di ribellarsi e rubacchiare ancora qualche secondo per le loro impavide spedizioni, scappando di qua e di là. Sara non si risentì, anzi si sentì sollevata. Forse un tempo avrebbe avuto piacere di fare conoscenza. Un tempo.
“Guarda cosa ho portato”, e tirò fuori dallo zaino un secchiello, un retino verde con asta telescopica, e un sacchetto di carta pieno di pane raffermo. “Oggi si va a pesca”.

Dalla parte opposta rispetto al parco giochi, il viale è costeggiato da un piccolo ruscello che nasce da un laghetto artificiale poco a monte. Un ponticello di cemento unisce le due sponde.

Appoggiata al parapetto Sara iniziò a gettare pezzettini di pane, che partivano in lenta navigazione verso la macchia di giunchi, iris giallissimi e canne palustri che inghiottiva il corso d’acqua poco più avanti. Subito una nuvola di pesciolini, quasi trasparenti tanto erano piccoli, circondò la pastura iniziando ad attaccarla con microscopici morsi. “Guarda, Fra, guarda, eccoli che sono venuti fuori. Ce la facciamo a catturarne qualcuno?”. I pesciolini erano sempre di più, e si scavalcavano, si intrecciavano, saltavano fuori dall’acqua in quell’inesorabile orgia a cui si riduce, andando a scavare, la lotta per la vita. E’ così per tutti, per tutti noi, pensò Sara, prima di sorridere a Francesco: “Andiamo giù”. Appostata sulla riva fangosa del ruscello aprì il retino e cominciò a seguire con attenzione i riflessi argentati dei pesci, avvicinando lenta l’asta alla superficie dell’acqua, che prese a ghermire con movimenti rapidi e precisi.

Fra le maglie della rete, i piccoli corpi si contorcono in un delirio di stupore e paura, prima di finire nel secchiello colmo di acqua melmosa, dove si lanciano in brevi scatti disperati.

“Hey Fra, ne abbiamo preso un altro. Sono gli avannotti delle carpe e dei cavedani del lago, adesso li vedi così, ma presto diventeranno grandi”. Francesco adorava gli animali. Dopo averli guardati per un po’, li rigettava nel fiumiciattolo. A un certo punto notò dietro una radice sommersa un riflesso rosso violaceo. Una chela aveva ghermito un grosso pezzo di pane. Osservò meglio. Due robuste mascelle stavano sbocconcellando l’inaspettato tesoro. “E’ il gambero Fra, è uscito il gambero, è uscito Pepe!” urlò entusiasta. Lo avevano visto diverse volte, ed erano sempre rimasti affascinati da quella creatura schiva e impressionante, testimone di un mondo primordiale. Francesco lo aveva battezzato Pepe, come il gambero brontolone della tv. Per quanto avessero provato, non erano mai riusciti a catturarlo. Sara non si accorse nemmeno di entrare in acqua mentre si avvicinava cauta alla tana dell’animale. I pochi passanti la osservavano interdetti, prendendola per una matta o un’ubriaca, sporca, i vestiti sfatti, i pantaloni zuppi fino alle ginocchia. Ma Sara in quel momento vedeva solo due occhietti sferici che la sbirciavano sospettosi mentre la bocca continuava a lavorarsi il frammento di pane. Avvicinò il retino, i muscoli tesi come molle pronte a scattare. Un lampo verde ghermì l’aria per tuffarsi in un’esplosione di schizzi argentati. L’animale terrorizzato si muoveva a scatti con inaspettata velocità, ma Sara gli chiudeva ogni spazio di fuga con una foga disperata, disumana, sollevava ciottoli, estirpava a ciuffi le piante palustri, scavava spesse coperte di foglie putrefatte, ansimando, imprecando, sempre più vicina, fino a quando con un ultimo avventato guizzo all’indietro il gambero confuso si infilò dritto nelle fitte maglie della rete, e venne sollevato in aria.
Piegata sulle ginocchia, osservava la sua preda sul fondo del secchiello.

È talmente grosso da non poter entrare in quella strana cella senza piegare l’addome corazzato; con le grosse chele immobilizzate contro la parete di plastica gialla, rimane immobile, come rassegnato a un destino che cerca invano di interpretare muovendo avanti e indietro le lunghe antenne rosse. C’è qualcosa di stupefacente, di ipnotico, nel gambero. Promana da questa creatura inaspettata come un’energia, come un collegamento ancora attivo fra il mondo emotivo di Sara e quello di suo figlio.

Anche adesso che Francesco non c’era più, che il suo corpo fragile si stava disfacendo nello spazio sigillato di una bara. Era come aver ritrovato un vecchio amico, che nel suo silenzio, nella sua incapacità di giudizio, condivideva il filo di un racconto unico e irripetibile, di una storia d’amore troppo grande per essere interrotta.
L’inossidabile volontà di vivere di quell’essere solo e confinato nell’unico angolo superstite di un mondo di acque sorgive e polle cristalline ormai scomparso, la commosse a tal punto da sciogliere il blocco di granito che le comprimeva le viscere e la disconnetteva dalla realtà, e per la prima volta dopo mesi riuscì a piangere. Pianse un diluvio di lacrime che cadendo nel secchiello increspavano l’immagine del suo rosso amico soprannaturale.
“Ciao Pepe”, singhiozzò, rovesciando il secchiello nella corrente.

Disorientato il gambero indietreggia saltellando, si ferma un attimo a osservare quella inspiegabile creatura salata, e schizza infine sotto le radici contorte di un pioppo che straripano nel fiume.

Quella sera si fece una doccia calda, lunga, anzi infinita, e poi tornò a pensare a Walter. Sapeva che era stata crudele ad allontanarlo, e che il suo viaggio era tanto difficile quanto il suo. Ma all’inizio non riusciva più nemmeno a vederlo, figuriamoci a sopportarlo. Doveva essere così anche per lui, perché se n’era andato senza troppe storie. Alla fine trovò la forza di chiamarlo, e lui quella di rispondere.
Quando arrivò l’ora in cui i bambini se ne vanno a dormire, entrò nella stanza di Francesco e si accovacciò accanto al letto. “Oggi è stata una giornata davvero indimenticabile” disse muovendo lievemente la mano sul cuscino. Poi prese in mano il libro: “da domani ce lo leggerà di nuovo papà, hai sempre detto che era più bravo di me” E dopo una lunga pausa finalmente attaccò: “Una cupa foresta di abeti si stendeva sulle due rive del fiume ghiacciato…”

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