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Io, l’ulivo e le formiche

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Illustrazione di Agrin Amedì
Quella pianta d’ulivo aveva un urgente bisogno di un intervento per togliere dal tronco un formicaio che si era insediato al suo interno. Correva il rischio di morire. Con un prodotto contro gli insetti cercavo di farmi strada tra la corteccia dell’albero.

Questo racconto è stato scritto durante il laboratorio di Scrittura Creativa per gli anziani,
diretto da Enrico Valenzi presso il Municipio I di Roma.

 

 

Quella pianta d’ulivo aveva un urgente bisogno di un intervento per togliere dal tronco un formicaio che si era insediato al suo interno. Correva il rischio di morire.
Con un prodotto contro gli insetti cercavo di farmi strada tra la corteccia dell’albero. Le formiche terrorizzate dalla mia azione correvano leste avanti e indietro. Mi salivano sulle braccia e sulle gambe pizzicandomi, al punto che ogni tanto mi dovevo fermare per togliermele di dosso. Stanco, mi addormentai all’ombra di un ulivo. Al risveglio lo scenario intorno a me era cambiato. Ero circondato da innumerevoli rami contorti che svettavano fino al cielo. Mi resi conto che era la stessa pianta che stavo cercando di curare. Riportai lo sguardo verso il basso e vidi che il mio giaciglio era un’enorme foglia ingiallita di quella pianta d’ulivo. Mi guardai attorno e vidi un incredibile via vai di gigantesche formiche. Spaventato dalla loro grandezza cercai di alzarmi mentre con le braccia tentavo di ripararmi dal loro contatto. Ruzzolai di lato. Altro che braccia. Adesso avevo a disposizione sei zampette e due antenne che funzionavano meglio del mio vecchio naso. Avevo preso le sembianze di una formica. Terrorizzato, mi mossi verso casa mia. Mentre procedevo in quella direzione incontrai centinaia di formiche in fuga. Poco dopo ne capii il motivo. Una spaventosa lucertola, una specie di dinosauro, stava venendo verso noi. Bruscamente cambiai il senso di marcia e presi a seguire il corso delle altre formiche. Le formiche operaie, nonostante la paura, cercavano di tenere strette tra le antenne le provviste per il formicaio e la lucertola, con un guizzo della lingua, le ingoiava senza pietà. Con alcune formiche entrai dentro la cavità della pianta dove c’era il formicaio e lì trovai innumerevoli formiche con le ali. Mi fermai a guardare. Passato il pericolo le formiche ripresero a salire e io le seguii e giunto all’apice del tronco mi trovai davanti a un enorme baratro. Avendo paura del vuoto, feci lesto per tornare sui miei passi. E fu in quel momento che vidi mio fratello. Preso dall’entusiamo lo chiamai più volte: “Marco! Marco!”. Lui, però, non rispose. Lo vidi raccogliere da terra il barattolo col veleno per le formiche. Poi fece alcuni passi e prese la mia giacca appesa a un arbusto poco distante. Guardò la giacca e cominciò a chiamarmi. Mentre mi chiamava, si girava per cercarmi. Io mi agitavo per farmi notare, ma centinaia di formiche mi coprivano rendendomi invisibile. Marco continuò a chiamarmi per un po’, poi se ne andò. Scesi velocemente dal tronco assieme a qualche coraggiosa formica soldato. Cominciavo a trovarmi a mio agio: ero agile nel correre con le nuove zampette a disposizione. Con destrezza evitavo le altre formiche che incontravo sul mio percorso. Ogni tanto non potevo evitare di sfregarmi le antenne per orientarmi. Riprendevo il cammino, senza punti di riferimento. Poi finalmente mi trovai difronte a un enorme muro. Era il muro di cinta di casa mia! Guardai verso l’alto. Era una specie di muraglia cinese invalicabile. Iniziai comunque la scalata. Una vera formica non si ferma davanti a nessun ostacolo. Trafelato giunsi alla sommità del muro e da lì vidi seduta sotto il portico mia madre intenta a lavorare a maglia. “Mamma! Mamma!” Urlai con tutto il fiato che avevo in corpo. Ma era solo corpo di una minuscola formichina. Poi sentii uno strano tonfo e, voltandomi, divenne tutto rosa: la lucertola aveva vinto.

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