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Quella notte in cui vincemmo il mondiale

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Illustrazione di Agrin Amedì
Dopo quel tre volte «Campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo» di Nando Martellini l’Italia nazione pallonara si sciolse come l’allora nostro Presidente Sandro Pertini che – ottantaseienne –

Questo racconto è stato scritto durante il laboratorio di “Dialoghi”
diretto da Enrico Valenzi

 

Dopo quel tre volte «Campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo» di Nando Martellini l’Italia nazione pallonara si sciolse come l’allora nostro Presidente Sandro Pertini che – ottantaseienne – ci invitava a scendere in piazza con quel gesto della mano e il dito indice della mano destra alzato fuori da ogni protocollo ufficiale, ma chi se ne frega del protocollo la Germania è kaputt ed io coi miei amici dobbiamo portare in giro la Coppa.
Tutti di corsa fuori di casa, di notte, obbligati dall’incontro terminato alle 22.15… è più magica l’atmosfera notturna quando tutto va bene.
Sto con una bandiera tricolore al vento fra i clacson, le trombe, i cori in un tripudio di suoni che alle mie orecchie di sedicenne quella sera mi catapultano in Paradiso.
Tutti a correre: grandi e piccoli, padri e figli, ricchi e poveri, alti e bassi, allenati e meno, ma tutti rigorosamente maschi per le vie della Città. Quelli con la patente in macchina, quelli più fortunati in motorino e quelli come me a piedi e sì che Palestrina è fatta a scale chi le scende e chi le sale recita un detto locale, per dire che non è proprio tutta ‘sta pianura che uno potrebbe immaginarsi, ma che mi frega siamo «Campioni del mondo» che vuoi che sia un po’ di sudore.

La gara podistica improvvisata dall’euforia ebbe come arrivo Piazza Regina Margherita sotto il monumento a Giovanni Pierluigi da Palestrina principe della musica.
I cittadini di Preneste elessero un certo Nick a suo principe e altri due amici, autonominatisi “giocatori”, gli diedero una mano anzi un piede, per essere in tema, a rifare i tre gol della finale alla moviola. Fu uno spettacolo bellissimo ed emozionantissimo per me adolescente che potevo così rivivere la partita dei miei idoli da bordo campo.
Lì della Germania Ovest non c’era nessuno e nessuno sbagliò il rigore di Cabrini che, sempre lì, non c’era mai stato, né tantomeno si rivide il gol di un certo Breitner. Vincemmo 3 a 0 e il risultato fu omologato a furor di popolo.
Qualcuno salì sulla statua per appenderci il tricolore, d’altronde se l’avevano fatto gli americani andandola a conficcare fin sulla luna perché non potevamo farlo noi con la nostra bandiera sopra quel simbolo della musica polifonica? I nostri canti a cappella non erano certo da meno, sindacabili sul piano della qualità, ma che ci frega eravamo campioni del mondo! Eppoi l’indice di Giovanni Pierluigi puntato sul suo libro pentagrammato di marmo che teneva con la mano sinistra indicava chiaramente dove “piantare” il vessillo della vittoria.
«Campioni del mondo!». Mica la finale del torneo interparrocchiale che noi di Sant’Antonio abate vincemmo proprio in quegli anni ottanta contro Sant’Agapito martire 4 a 3 ai supplementari sul campo sportivo di terra in località “Torresina”; anche se l’adrenalina e la gioia del calciatore per la vittoria è uguale ad ogni livello di categoria.
«Campioni del mondo!». Fu l’ultima preghiera che recitai prima di crollare nel sonno quella notte, non so a che ora.

Il dodici luglio 1982 è il giorno dopo e lo spazzino del paese non si accorse, come nessuno di noi, di quel dito di marmo rotto e caduto sul selciato, tra la folla – l’indice destro per dovere di cronaca – e che nell’euforia della vetta raggiunta con la bandiera dei campioni, svanì per sempre nella memoria di noi tifosi.

Del dito mi rimangono solo le immagini eterne di quello del nostro Presidente della Repubblica alzato in aria, verso la luna di Madrid, con il quale ammonisce il mondo intero mentre dice, per tre volte: «Non ci prendono più, non ci prendono più, non ci prendono più» e che, in barba a tutti i protocolli convenzionali, c’invita a correre per le strade della città.

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