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Passeggiate per i giardini del mondo

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Il giardino come “porta” per entrare in un altro mondo; le forme dei giardini nelle diverse culture.

Con l’estate ci piace riproporre ai nostri lettori alcuni articoli di una rubrica tra le più seguite del nostro Magazine, che tiene insieme Arte e Natura. Contando che saranno apprezzati anche dai nuovi lettori del Mag O

13 maggio 2007

 

“Noi viviamo nel gran labirinto del mondo, più vasto e più complesso del bosco di Cappuccetto rosso, di cui non solo non abbiamo individuato tutti i sentieri, ma neppure riusciamo ad esprimere il disegno totale.”

[Da Umberto Eco: “Sei passeggiate nei boschi narrativi” Norton Lectures’ at the Harvard University 1992-93 – 1994/2005 RCS Libri Spa; Bompiani 2005]

 

Che un giardino possa essere una porta per entrare in un altro mondo l’abbiamo sempre sospettato.
Da adulti è più che altro il ricordo confuso di una stagione straordinaria e irrepetibile, ma i bambini – a saperli ascoltare – ne raccontano meraviglie. Tornano dai giardini – i pallidi bambini di città in visita ai parenti in campagna – profumati di aria aperta, con gli occhi spiritati di eccitazione e la fantasia tanto piena di incontri e di cose da raccontare che le parole non riescono a starci dietro; di quello che dicono poco riusciamo a capire…

Anche gli animali abitano altri mondi. Lo stesso gatto di casa, se siamo abituati a tenerlo fuori la notte, vive realtà che non coincidono con la nostra esperienza delle cose.
Fuori, di notte, è buio; a volte fa freddo. Ci sono rumori e pericoli sconosciuti in ogni recesso; il più grande assale o mangia il più piccolo. L’astuzia consiste nel trovare il nascondiglio migliore, un posto sicuro e asciutto per passare la notte. Si sentono grida atroci venire dal buio, mentre, nella sicurezza delle nostre case, ci crogioliamo al caldo sotto le coperte.

Non sono poi così lontani i tempi in cui era la specie umana a nascondersi e a temere la notte, i predatori e la natura nel suo insieme. In termini evolutivi è da pochissimo che l’uomo è riuscito ad addomesticare la natura in forma di campi coltivati, orti o giardini.

Proviamo allora a seguire – da labili indizi, dai segni lasciati sulle cose attraverso i secoli – le tracce dei nostri ‘simili’/ ‘dissimili’ che hanno creato i giardini e ci hanno camminato attraverso, in un altro tempo, sotto cieli lontani.
Per estensione, le varie forme in cui l’uomo ha proiettato su di essi il suo bisogno di rassicurazione.

I giardini in Occidente. Il giardino è ordinato e tranquillo. L’occhio si posa su siepi ordinate e ripetitive di bosso; sagome di alberi scuri dalle forme eleganti spezzano l’uniformità delle linee orizzontali con improvvisi slanci verso l’alto.
I fiori sono disposti con sapienza; ora a gradazione di colore, ora a dare una repentina illuminazione.
Lo stesso movimento delle acque è regolare e gradevole; i ruscelli sono stati imbrigliati e scorrono placidi; a volte formano piccoli vortici e cascatelle e si riuniscono al flusso principale.

Giardino di Versailles – Francia, 1662 e segg. (particolare). L’uomo afferma anche attraverso i giardini il suo ruolo di ordinatore e signore del creato; il secolo dei lumi era proprio lì, dietro l’angolo
Giardino di Gamberaia (FI): tipico ‘giardino formale’ all’italiana, con tutti gli elementi compositivi distribuiti con rigore e simmetria

In un periodo storico successivo si affermano i giardini romantici; i giardini hanno una vegetazione più casuale; profili ondulati e macchie di colore che sembrano essersi prodotte spontaneamente.
Nell’arte del paesaggio (landscaping) e nei giardini all’inglese la riproduzione controllata della natura è di grado estremo, fino a sembrare inapparente.
Nel clima freddo e inclemente di quei paesi, c’è un impegno maniacale a preservare e riprodurre piante esotiche, a sfruttare il sole e il caldo, a produrre in serra frutti e ortaggi.

Una variante dei giardini informali, sono i giardini ‘a stanze’: fortemente concettuali, fatti di diversi ambienti, ciascuno caratterizzato da un aspetto peculiare: ad esempio dedicati alle essenze profumate, alle piante dalle foglie grigio-verdi e dai fiori bianchi; altre volte monocromatici, con le fioriture di un solo colore…

Giardino di Sissinghurst, nel Kent, ideato dalla scrittrice Vita Sackville-West (1892-1962) e dal marito Harold Nicholson; attualmente gestito dal ‘National Trust’ inglese. È il più noto dei giardini ‘a stanze’
Particolare dei ‘Giardini della Landriana’ (Ardea, RM), progettato negli anni ’60 da Russell Page, inglese, uno dei padri della “architettura dei giardini”
Le colline del thè in Sri Lanka

E ancora del modo occidentale di intendere i giardini, fanno parte i cortili interni delle case turche e libanesi, i ‘cortigli’ siciliani, quelli delle case andaluse; luoghi appartati e protetti dove si coltiva bellezza in forma di piante e fiori e si svolge un’intensa attività sociale.

I giardini in Oriente. Le colline del thè compaiono nella nebbia del primo mattino come un miraggio. In breve la nebbiolina si dissolve e si rivela il verde brillante delle piante del thè (Camellia sinensis – Fam. Theaceae). Tra di esse – attraverso sentieri che corrono tra file ordinate di piante – si aggirano in ordine sparso le raccoglitrici tamil, con sacchi o gerle dietro le spalle, dentro cui velocemente depongono i germogli più teneri delle piante, che vengono continuamente cimate e si mantengono perciò basse e fitte. Collegata con le piantagioni del thè c’è gran parte della storia dello Sri-Lanka, quella coloniale e quella più recente.

Da quando le piantagioni di caffè impiantate sull’isola furono distrutte da una malattia (la ‘ruggine’ del caffè, dal 1867 in poi), il thè è la principale coltura del Paese, famoso ed esportato in tutto il mondo. Vi lavorano i Tamil reclutati dagli inglesi nel sud dell’India, di religione indù.
Nella parte settentrionale dello Sri-Lanka, con centro a Jaffna, opera invece il gruppo guerrigliero delle ‘Tigri Tamil’ – un ceppo diverso dai Tamil delle piantagioni del thè – impegnato in una guerra indipendentista che da decenni insanguina l’isola, tarpandone le possibilità di sviluppo turistico [la piaga della guerriglia Tamil è stata eradicata solo nel 2009 al prezzo di un enorme tributo di sangue – nota / aggiornamento dell’Autore; 2018].

Nei giardini tropicali – oltre agli uomini, la cultura, le religioni – é la natura stessa ad essere diversa: con maggior difficoltà si lascia addomesticare o imbrigliare. Essa si esprime in una vegetazione lussureggiante e caotica; in un clima caldo-umido che permette alle orchidee di pendere dagli alberi e nutrirsi per osmosi attraverso le radici nude.
Di alcuni luoghi, ai Tropici, si dice: ”sembra di camminare in una serra…”.
Contribuiscono al disagio – dal punto di vista dell’uomo occidentale – l’invadenza degli odori, forti e penetranti e la presenza degli animali; in quei climi essi sfuggono a qualunque controllo e spesso – come i cobra in India – sono protetti da vari tabù.
In generale il rispetto per ogni forma di vita è un elemento fondante delle culture animiste e del buddhismo.

In Indonesia, a Bali in particolare, i passi in un giardino sono costantemente associati al mormorio leggero di acque in movimento; al tintinnio di piccoli gong o alle note inconsuete della musica gamelan, che ha ‘il suono dell’arcobaleno’. Tra i sassi e il muschio, piccole offerte votive – qualche fiore, una manciata di riso in piccoli piattini di fibre intrecciate – in onore di dei che sono dovunque.
Sopra ogni cosa, aleggia il profumo del vetiver…

Giardini di acque a Bali

Passeggiare per i sentieri di un giardino tropicale – anche in zone ben definite e con l’assistenza di una guida – può essere sottilmente inquietante.
A volte il disegno d’insieme tende a sfuggire al visitatore e – si immagina – agli stessi ideatori.
Vengono alla mente fantasie ed echi da ‘Il libro della Jungla’, di Kipling: “…E la foresta inghiottì le case, le strade e tutti i progetti degli uomini, e se ne perse per sempre la memoria”.

Un giardino tropicale e (sotto) orchidee epifite
L’ambiente caldo-umido favorisce lo sviluppo di muschi e felci; piante epifite, tra cui numerose specie di orchidee, pendono dagli alberi a radici nude. La sensazione che ne deriva può essere opprimente
Le colline del thè, nel distretto di Newara Eliya, in Sri-Lanka: un esempio di sinergia positiva tra uomo e ambiente. Raccoglitrici tamil al lavoro

I giardini giapponesi. La tradizione giapponese dei giardini, derivata da quella dell’antica Cina, mostra interessanti tratti distintivi dalla cultura occidentale.
In luogo della trasformazione e riorganizzazione della natura, prima di poterla incorporare in un giardino, qui in vario modo si afferma l’armonia dell’uomo con essa.
L’architettura dei giardini e la pittura paesaggistica sono sempre state arti correlate in estremo oriente; la filosofia ha arricchito montagne, corsi d’acqua, rocce e piante di significati simbolici.
L’architetto, il pittore come anche il proprietario di un piccolo spazio, cercavano di cogliere l’essenza di una scena naturale e di riprodurla nella sua forma semplificata, ridotta in scala, nel giardino.
Il richiamo e la miniaturizzazione di paesaggi naturali sono ottenuti con vari artifici; scenari naturali idealizzati possono essere ricreati in un piccolo giardino di città.

Ricostruzione (occidentale) di un giardino giapponese in un piccolo spazio. Attraverso vari artifici (scelta del punto di vista, sapiente uso della prospettiva, miniaturizzazione, disposizione in scala dei vari elementi) viene ottenuta l’illusione di uno spazio più grande del reale

Un’altra caratteristica della percezione giapponese della natura è la profonda coscienza della transitorietà della bellezza.
L’incertezza della realtà – nel “mondo fluttuante” – trova espressioni di grazia e leggerezza speciali nell’esperienza di bellezza effimera, ma completa e irripetibile, della fioritura dei ciliegi: un mare luccicante di boccioli, dal bianco candido al rosa intenso.

La fioritura dei ciliegi (Sakura) nelle varie località del Giappone viene annunciata dai media e festeggiata pubblicamente con grande partecipazione. Il fiore del ciliegio, raggiunto il massimo del suo splendore, si stacca, viene portato via dal vento e in esso si disperde.

I vari elementi naturali possono giungere all’astrazione e al simbolismo dei giardini zen.
Il modo per riprodurre l’armonia e l’equilibrio presenti in natura consiste allora non nel tentativo di ricrearla, ma in un processo di semplificazione e astrazione.
Esso può spingersi fino all’eliminazione della vegetazione e all’uso di sole rocce e sabbia, rappresentando una montagna con una roccia e il mare con un’area di ghiaia rastrellata.
In questo caso i simboli che costituiscono il giardino non sono presi dalla natura, ma dalla metafisica.
Non ci sono elementi ai quali la mente si può appigliare, così i pensieri sono semplicemente sospesi nello spazio. Il giardino che ne risulta è rarefatto ed essenziale. Svuotato come una mente zen.

In un monastero di Kioto si trova il giardino di Ryoan-ji, più famoso dei giardini zen. Anche se sono state proposte diverse spiegazioni per i simboli di un giardino zen, la sua essenza non è fatta per essere percepita per via razionale.

Per svolgere fino in fondo la similitudine proposta da Eco nelle sue lezioni americane (citata in epigrafe) – che i libri siano percorsi narrativi che è possibile districare – siamo convinti che anche i giardini lo siano.
Sostiene Eco: – C’è una regola aurea per ogni criptoanalista o decrittatore di codici segreti, e cioè che ogni messaggio può essere decifrato, purché si sappia che si tratta di un messaggio”.

Sono anche i giardini parte dell’intricato messaggio che l’uomo ha composto e sta tuttora scrivendo nel suo breve passaggio sul terzo pianeta; e sebbene sia ben difficile sottrarsi ai condizionamenti culturali che ci hanno plasmato e ci sovrastano, la conoscenza di risposte diverse alla stessa domanda sui perché dell’esistenza – da parte di uomini di altri tempi e latitudini – può forse aiutare…

“Forse questo giardino esiste solo all’ombra delle nostre palpebre abbassate… […] …Forse del mondo è rimasto un terreno vago ricoperto da immondezzai, e il giardino pensile della reggia del Gran Kan. Sono le nostre palpebre che li separano, ma non si sa quale è dentro e quale è fuori”

[Da Italo Calvino: ‘Le Città invisibili’ (1972); Ed. Einaudi]

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