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L’ospite inatteso

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Ero immerso da ore nell’ammodernamento della sezione “chi siamo” del mio decennale blog di favole per bambini, quando il campanello della mia casa fuori città, lontana dal rumore e caos, si è messo a strillare.

Ero immerso da ore nell’ammodernamento della sezione “chi siamo” del mio decennale blog di favole per bambini, quando il campanello della mia casa fuori città, lontana dal rumore e caos, si è messo a strillare.
“Eccomi, arrivo, arrivo!” urlai ai quattro venti indispettito da tale irruenza.
Guardai nello spioncino ma non vidi nulla. Eppure il campanello continuava a suonare senza sosta.
Aprii la porta e notai che il pulsante era stato manomesso con del nastro adesivo americano a presa forte.
Mi misi sull’attenti. Chi si era preso la briga di bloccare il campanello per farmi uscire allo scoperto? E a quale scopo?
Cercai il colpevole un po’ ovunque ma non vidi nulla.
Mentre stavo chiudendo la porta notai sullo zerbino un cesto in vimini con un morbido panno blu in pail che si muoveva lento lento. Mi armai di scopa, la impugnai al contrario utilizzando il manico come estensione del mio braccio. Iniziai a dare dei colpetti interlocutori sul pail per capire cosa stesse celando. Con mia grande sorpresa dietro quel panno c’era un bimbo di pochi mesi, forse un anno, che dormiva beato.
“E tu da dove vieni?”
Il bimbo era paffuto e di rara bellezza. La sua serenità era contagiosa e mal si armonizzava con l’idea che qualcuno lo avesse abbandonato sull’uscio della mia porta.
Sollevai la copertina che lo proteggeva dal freddo pungente di inizio gennaio. Scorsi un biglietto scritto a mano con una grafia tremolante e a tratti irregolare: “Caro Gabriele mi chiamo Irina, sono di origine ucraina ho già tre figli. Non posso tenere anche Dimitri. Spesso leggo ai miei bambini le sue storie e ho pensato che invece di mandare mio figlio nelle case famiglia potevo affidarlo a lei”.
Che strano regalo pensai. Di solito si lascia uno scatolone con un cucciolo di cane o gatto, al massimo un criceto, che ne so… un maialino vietnamita. Ma a me era toccato un esemplare di quelli full optional. Un cucciolo di umano.
“Non posso tenerlo” pensai…. “È uno scherzo!”. Forse qualcuno vuole vedere come reagisce lo scrittore di fiabe per bimbi con un neonato alla porta… uhm… si, si ecco che c’è sotto! Quale madre degenerata dopo aver portato in grembo per mesi suo figlio lo lascia ad uno sconosciuto? È per forza uno scherzo.
Lo presi con me ed iniziai ad accudirlo sicuro del fatto che dopo poche ore o al massimo qualche giorno qualcuno sarebbe venuto a bussare alla mia porta dicendomi che ero vittima di una trasmissione televisiva specializzata in scherzi gobbi.
La mia giornata prima dell’arrivo del piccolo era formulata più o meno nel seguente modo:
Sveglia alle 8.30 con melodia di uccellini di bosco. Mezz’ora di meditazione con respiro guidato e OHM…. Colazione abbondante con cereali integrali e frutta fresca di stagione. Rilettura delle bozze delle fiabe, musica new age di sottofondo. Idratazione con acqua di sorgente purissima. Pranzo con insalatona, pane integrale ai semi di lino e frutta secca. Riposino rigenerante.
Primo pomeriggio: Scrittura nuovi racconti e fiabe. Palestra pomeridiana con pilates, yoga o stretching. Serata dedicata all’intrattenimento con amici oppure in compagnia di un buon libro o film. Meditazione prima di dormire e buona musica d’autore. Letto con materasso in memory foam sviluppato dalla NASA per sonni completi e rigeneranti garantiti a soddisfare tutte le fasi REM.
Una routine infallibile e consolidata negli anni che mi rassicurava e appagava al tempo stesso.
Le ore di attesa spese, per aspettare che qualcuno bussasse alla mia porta comunicandomi che era uno scherzo, si trasformarono presto in giorni.
La quotidianità della mia giornata si trasformò inesorabilmente più o meno così:
Sveglia non più inserita. Non serviva più. Bimbo che piange come un antifurto impazzito ad ogni ora del giorno e della notte. Occhiaie del sottoscritto tipo bisaccia da cavallo. Cacca nauseabonda. Pulizia mattutina del culetto, pannolino nuovo, Biberon a temperatura controllata. Io che provo a rileggere le bozze… Bimbo che piange, pipì a fiumi, pannolino nuovo, canzoncina per farlo addormentare. Pappa omogeneizzata, mela omogenizzata, canzoncina per farlo riaddormentare. Pranzo. Malox. Pennichella del sottoscritto da sfinimento arrestata all’improvviso da bimbo che piange, pappa, poppata, canzoncina, carezze e bacetti. Io che scrivo qualcosa ma vengo interrotto di nuovo da… bimbo che piange. Cacca lenta. Pannolino puzzolente. Molletta al naso. Doppio Malox. Gocce di Ansiolin. Biberon. Bagnetto.
Sera: Amici addio, buon libro addio. Riposo da sfinimento impedito ancora da… pianto. Cacca abbondante e pipì sparsa. Pannolino. Racconto della favola della buona notte.
Amen

In poco meno di un paio di settimane avevo perso il sonno, più di cinque chili e il buon umore. Tanto era bastato per destabilizzare la mia sicura e tranquilla vita.
Non era uno scherzo. Era tutto vero una tale Irina del cazzo, che ora citavo nelle mie preghiere nichiliste, aveva abbandonato suo figlio tra le mie inesperte misantrope mani.
Non mi potevo permettere una tata. Non avevo i soldi per farlo. Inoltre avrei dovuto dare spiegazioni.
Chi avrebbe mai creduto alla storia del bimbo abbandonato? I miei vivevano in un’altra città quindi nessun aiuto da parte loro. Inoltre avevo mantenuto il segreto per non dare soddisfazione al bastardo fautore di quello che all’inizio pensavo fosse uno scherzo.
Bisognava però correre ai ripari. I miei follower iniziarono a diminuire. Non postavo più nulla, né la massima del buongiorno o la favola della sera. Ero impegnato in poppate, pannolini, pappe e ‘nghè ‘nghè.
Avevo raggiunto il climax del rincoglionimento da genitore alle prime armi in balia di un isterico cagatore randomico mangiapappe a tradimento.
Iniziai a pensare cose strane.
Lo lascio davanti un’altra porta di casa con un biglietto simile?
Lo lascio davanti un convento di suore carmelitane?
Lo lascio davanti allo Zoo?
Lo lancio dentro un camion con targa rumena?
Il bimbo disarmò ogni mia velleità fissandomi negli occhi e innescando un semplice onesto e divertito sorriso.
Mosse le manine verso di me muovendo all’unisono le microscopiche dita come per pretendere un abbraccio. In un attimo tutti quei pensieri fuggirono via come nuvole dopo un tornado estivo. Lo abbracciai forte forte e lo baciai pronunciando quegli imbecilli suoni gutturali da cerebroleso che ogni adulto con prole impara senza che nessuno glielo abbia mai insegnato. Deve essere un’attitudine innata tipo le uova delle tartarughe che schiudendosi aprono la rotta ai cuccioli verso il mare, senza averlo mai visto.
Nel frattempo il bebè rideva e scalciava contento con i suoi occhioni blu a mezzaluna che mi fissavano.
Mi accorsi presto che, per la prima volta nella mia vita, non iniziavo più un pensiero o un discorso con un “IO” ma con “LUI” o “NOI”.

Dopo alcuni giorni iniziai pian piano a prendere il ritmo e capire i tempi e i modi del bambolotto di ciccia.
Ormai ci eravamo sincronizzati e avevo trovato un metodo per recuperare anche il sonno perduto. Infatti mi ricordai di mio nonno Gennaro che raccontava spesso del cucchiaino di grappa nel biberon del latte caldo e miele che dava a mio padre prima di mandarlo a letto. Utilizzai lo stesso stratagemma e il piccolo dormiva otto ore filate come un Buddha in un tempio thailandese. Inoltre riuscivo anche scrivere nel mio blog sia la mattina che il pomeriggio per un paio di ore quando lo mettevo a fare il riposino.
Una cosa che ci piaceva fare insieme era andare al supermercato. Me lo mettevo a tracolla con uno zainetto fatto apposta per bambini. Rimorchiavo più di Brad Pitt sulla Croisette. Ogni ragazzina, ragazza, donna o signora non poteva far altro che rimanere ipnotizzate dalla paffuta e rotonda bellezza del piccoletto.
“È mio nipote!” Ripetevo fiero mentre attaccavo bottone con consumata audacia.
Insomma avevo trovato un discreto ritmo e, in fondo in fondo, mi ero un po’ affezionato a quella palletta di ciccia caccolosa e scagacciante.
Passarono così altri due mesi.
Una mattina mi alzai dal letto di buon’ora per andare ad aprire la porta. Il campanello suonava nervoso. Ancora in pigiama e con i capelli arruffati guardai dallo spioncino per capire chi fosse. Vidi una donna bionda con un foulard in testa e grossi occhiali da sole. Aprii la porta dicendo “guardi non abbiamo bisogno di niente”.
La donna iniziò ad interrogarmi “Come sta Dimitri? Lo ha trattato bene, voglio vederlo! Sono Irina la mamma”.
Ero ancora insonnolito e l’inquieta intraprendenza della donna mi prese alla sprovvista.
Era una donna sulla quarantina, corpulenta, dai lineamenti decisi e regolari. La somiglianza era evidente.
La portai nella mia camera da letto dove c’era il lettino con il bimbo immerso in un sonno profondo impreziosito da bavetta alla bocca. La madre lo riabbracciò e lo strinse forte intorno al suo petto pronunciando parole d’amore a me incomprensibili.
Poi all’improvviso si girò verso di me scusandosi per averlo abbandonato. La donna era straziata dai sensi di colpa. In quel periodo aveva perso il lavoro e a malapena riusciva a sfamare gli altri tre figli.
Ora aveva trovato un posto fisso come badante.
Era venuta per riprenderlo con se.
Cosa avrei potuto fare? Cosa avrei potuto dirgli?
Qualche parolaccia ce l’avevo bene in testa ma… non riuscii a pronunciarla quando vidi che Irina scoppiò a piangere, ad abbracciarmi e baciarmi affettuosamente sulle guance.
Mi ringraziò per tutto quello che avevo fatto per lei e il piccolo, soprattutto per non aver chiamato la polizia o affidatari vari. Poi così come era venuta prese il tenero fagottello dormiente e andò via…

Succede.
Succede così.
Una mattina grigia e uggiosa di fine marzo, di sentire la casa vuota, silente, senza il fetore di cacca di neonato.
Non era più presente la carta degli imprevisti che mi teneva vivo e vigile.
Mentre ero davanti alla finestra, fissando Irina e il bambino diventare sempre più piccoli come un puntino di matita su un foglio bianco, le loro figure opache iniziarono a sdoppiarsi.
Dopo tanti anni che non accadeva, iniziai a piangere di un pianto intenso. Inarrestabile. Purificatore.

Ero di nuovo solo.
Senza nessuno da accudire.
Senza uno scopo.
Senza nessuno a cui pensare che non fosse “IO”.

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