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Terra e gelato

di

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Illustrazione di Agrin Amedì
Esco dall’ufficio, faccio pochi passi per raggiungere la metropolitana e mi vengono incontro due bambini sorridenti che passeggiano spensierati con i nonni. Mi rubano un sorriso.

Questo racconto è stato scritto durante il laboratorio di “Dialoghi”
diretto da Enrico Valenzi

 

Esco dall’ufficio, faccio pochi passi per raggiungere la metropolitana e mi vengono incontro due bambini sorridenti che passeggiano spensierati con i nonni. Mi rubano un sorriso. Leccano soddisfatti un gelato che i nonni gli hanno appena comprato. Qualche istante e la mia lingua inizia a colpire ripetutamente il palato e i denti. Cerca disperatamente di scovare ogni angolo della bocca. La saliva insipida scende sempre più lentamente in gola. Non sa di niente. Trovo difficoltà a deglutire. Le terminazioni nervose bloccano la mandibola. Le labbra di colpo si seccano e affiora alla mente la voce di mio nonno che ripeteva: “Non dimenticare mai. Il gelato artigianale è un’arte. Deve essere cremoso, i cristalli di ghiaccio piccoli e ben diffusi, devi sentirli sulla lingua come un velluto, così le papille gustative danno il meglio e puoi sentire tutto il sapore con la giusta intensità”. Mio nonno mi afferrava la mano con la sua, ruvida e screpolata. Si avvicinava al banco dei gelati e guardandomi negli occhi ripeteva:
“Cono o coppetta, scegli tutti i gusti che vuoi.”
Quel gelato sapeva di pistacchio, di panna, di cioccolato, di nocciola, di vaniglia, di stracciatella, o di crema, di gianduia, di zabaione, di zuppa inglese, di caffè, oppure sapeva di amarena, di torrone, di malaga, di meringa, di limone, di fragola o di lampone. Si scioglieva sulle labbra, spesso gocciava sulla maglietta e sui pantaloncini corti, addolciva e segnava i pomeriggi, scandiva le serate estive quando c’era poco e sembrava esserci tutto.
Mentre le gocce di gelato scendevano lente, alcune sembravano restare sospese in aria per lasciare spazio alle sue storie epiche di guerra. Iniziava sempre così, “in tempo de guera…”, così la mia lingua si fermava, la bocca si spalancava e tutto assumeva dimensioni straordinarie.
“In tempo de guera” si era trasferito con tutta la famiglia nella casetta di campagna per sfuggire ai bombardamenti del centro abitato. Aveva nascosto il grano, l’olio e tutte le cose preziose in una botte nella stalla; in una buca giaceva la mucca per non farla trovare ai soldati tedeschi. Per aiutare e ospitare sfollati, costruiva capanne su pali di castagno e paglia accoppiati con salice e ginestra, sosteneva che le sue fossero legature più forti dell’acciaio. Aveva un cane che si chiamava Celestino, di colore nero, e nelle sue avventure aveva perso una decina di gambe e almeno sette code; non gli ho mai chiesto il perché di un colore così chiaro per un cane così scuro. Ebbene nelle lunghe giornate di attesa e di paura per i bombardamenti, riusciva a strappare un sorriso alle sue figlie promettendo una gita a Roma e soprattutto proprio un gelato nella gelateria più famosa, quella del “palazzo del freddo”. Lo aveva gustato in uno dei suoi rarissimi viaggi nella capitale e diceva che era una autentica prelibatezza. Ecco lui mi raccontava “il suo tempo de guera”, io lo ascoltavo e il gelato lentamente gocciava.
Mi avvio verso il bancone dei gelati che fiancheggia il marciapiede e lui sembra sia divertito accanto a me, mi accarezza le guance e mi bacia, sento tutti i solchi delle rughe contrastare con la mia faccia. Sento l’odore forte di sigarette impregnato sulla sua giacca, le immancabili Stop senza filtro. Indossa sorridente il suo immancabile cappello nero in feltro. Si ferma e si piega sulle ginocchia, si avvicina all’aiuola e raccoglie una manciata di terra, la scioglie lentamente fra le dita con delicatezza, la ammira come se fosse preziosa e l’avvicina per sentirne l’odore.
Qualche istante ed è di nuovo triste, come quando iniziò a ripetere a mia madre di non aver più nulla da chiedere alla vita.
Ricordo che mia madre mi chiedeva di andare a trovarlo, sapeva che ero in un certo senso la sua migliore medicina. Quando mi vedeva, riusciva persino a drizzare la schiena, trovava le forze per indossare il completo grigio per uscire, camminare fumando una sigaretta di nascosto e andare a sedersi su qualche panchina. Soltanto così riusciva a dare ancora un senso alla sua esistenza. Questo era un motivo valido per continuare a combattere.Purtroppo assalito dalle intemperie adolescenziali non lo capii. Toccava a me offrire il gelato e non l’ho fatto.
Ora la mia lingua continua a frugare disperatamente alla ricerca di quei cristalli e finalmente lo sento il sapore di quel gelato, delicato e profondo. Davanti ai miei occhi c’è quel gelato grande che copre tutto e disegna il volto di mio nonno, un uomo semplice dal cuore grande, che mi amava profondamente cui non sono stato capace di dare un po’ del mio tempo quando ne aveva bisogno. Forse desiderava soltanto raccontarmi qualche altra storia di guerra e starsene seduto a guardarmi, ma non sono stato capace di accontentarlo.
Adesso mi saluta mentre lascia sciogliere qualche lacrima che solca il viso come un aratro, i suoi occhi brillano di una luce particolare. Lo vedo sistemarsi il cappello, allontanarsi e sparire tra la gente che scende in metropolitana.
Finalmente sento quei cristalli sciogliersi come un velluto sulla lingua e riesco a deglutire. Mi lasciano il sapore di crema e cioccolato, i suoi gusti preferiti. Sento ancora il gelato scivolare sul viso, pian piano le gocce scendono, sembrano lacrime, cadono sulla giacca e sui pantaloni lunghi. Vorrei si fermassero ancora, ma ora cadono veloci. Resta solo il desiderio di raccogliere una manciata di terra e scioglierla come fossero cristalli di ghiaccio, per sentirne l’odore.
Le lacrime, la terra e il gelato ora si confondono.

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