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O Sol na Cabeça di Geovani Martins

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Anthony Cilurso scopre per noi il nuovo caso letterario che viene dal Brasile e che ha convinto migliaia di lettori con le sue storie di giovani periferici.
“Mi svegliai, ero legato alla fiamma ossidrica!”… con questo incipit un nuovo autore brasiliano sta incendiando l’attenzione nazionale del suo paese fino a distrarlo dalle partite della coppa del mondo della Seleção.

Geovani Martins, giovane autore carioca della favela Vidigal, è esploso sulla scena brasiliana pochi mesi fa (Marzo 2018) con un libro che molti suoi connazionali credono catturi al meglio le verità sociali dell’attuale Brasile. O Sol na Cabeça (Il sole in testa), piccola raccolta di 13 racconti, è indicato dalla stampa e dal mondo culturale brasiliano come meritevole della massima attenzione nazionale.
Martins racconta una società violenta, quotidianamente difficile e fortemente e volutamente segregata, dove gli individui cercano solo 
soluzioni temporanei e evasioni fugaci. Il libro apre con Rolézim, una narrativa in prima persona che racconta lo spensierato tentativo di un gruppo di ragazzi della favela di raggiungere la spiaggia sottostante in una giornata di caldo insopportabile. Saranno intercettati, provocati e rastrellati dalla polícia nacional. L’incipit riportato qui sopra è una sintesi folgorante di uno stato esistenziale permanente che è alla base di tutti i 13 racconti. Una semplice organizzazione familiare di ragazzi si intreccia con la necessità costante di droga (una botta per fare la giornata), incursioni gratuite della polizia, vicissitudini di membri di piccoli gang delle favelas e semplici bisogni quotidiani (soldi per il pane per la famiglia, comprare un biglietto dell’autobus). I meninos de rua di Martins assomigliano tanto ai ragazzi borgatari di Pasolini di Una vita violenta, ma a differenza di Pasolini l’autore di questi racconti è uno degli stessi ragazzi. L’immediatezza e divertente freschezza sta proprio in questa prospettiva e nel suo linguaggio.
Infatti l’innovazione di Martins risiede proprio nel suo uso del portoghese brasiliano colloquiale e il gergo delle favelas carioche.
Il giovane autore scrive con la scioltezza e il colore del gergo dei quartieri abbietti dei morros, le colline sopra Rio. Ma a differenza di Pasolini, Martins non fa un esercizio di osservazione dall’esterno. Le sue parole e la sua sintassi nascono da una prospettiva bassa, sia di ceto sociale sia di età (quelle dell’autore), senza intermediazione e senza troppe spiegazioni. Il ritmo è veloce. La curva di attenzione è breve.
Tuttavia i racconti de Il sole in testa sono incastonati in strutture 
narrative classiche. Come commenta “A Folha de S. Paulo”, questa combinazione di linguaggio estremo e struttura classica dà un inaspettato spessore e una particolare dignità ai suoi personaggi e alle loro vicende.

La stessa “Folha de S. Paulo” in seguito ha pubblicato un secondo articolo con un glossario dei termini più ricorrenti del gergo ‘favellaro’ nei racconti di Martins per assistere i lettori. Prova dell’ampia risonanza di questi racconti al di fuori della loro ambientazione. Martins sembra osservare e commentare dal basso la coscienza collettiva del paese.

 

Geovani Martins

Alcuni degli artisti e intellettuali più famosi del Brasile si sono scomodati per lodare questo ragazzo uscito dalle favelas con appena i titoli di studio della scuola d’obbligo. Caetano Veloso ha paragonato uno dei suoi racconti a un’opera del grande scrittore brasiliano João Guimarães Rosa. La rispettabile rivista culturale mensile “Piauìha” ha annunciato l’arrivo di una “nuova letteratura Brasiliana,” mentre un famoso blog di recensioni letterarie, “Resenhas à la Carte”, scrive, “specialmente in un momento come quello che stiamo vivendo ora in Brasile, direi che si tratta di un libro estremamente NECESSARIO.” (Grassetto e lettere maiuscole riportati del testo originale).
Ma ovviamente non tutti si sono arruolati come tifosi dell’autore. In una profonda recensione apparsa su “A Escotilha” dal titolo, “Il sole in testa; un fenomeno poco fenomenale,” Eder Alex scrive sulla mancanza di “spessore narrativo” e “livelli di interpretazione.”
Diffidente di un populismo letterario, Alex precisa come sia “difficile parlare di un nuovo fenomeno di letteratura brasiliana serio quando un autore mette metafore di farfalle e bruchi in mezzo al suo libro.” Eppure alla fine della sua recensione anche Alex deve concedere il riconosciuto punto di forza di quest’autore: “Ciò che Geovani Martins ha di meglio è la piena padronanza della lingua, specialmente le innumerevoli sfumature e i ritmi della lingua parlata”.
Da parte sua il giovane Martins alza le spalle. “E’ il mio primo tentativo. E’ un libro pieno di pretese estetiche… ma allo stesso tempo è un libro a contatto con la strada”.
Per gli studenti della Pontifícia Universidade Católica (PUC) di Rio non c’è partita. Anche dopo due ore di dibattito continuano a ignorare gli schermi che trasmettono il match mondiale del Brasile. Preferiscono fare la fila per conoscere e parlare con il loro eroe-autore coetaneo.  Il giornale inglese, “The Guardian”, riporta la scena di questi giorni e spiega come questa università esclusiva abbia anche un’importante sistema di ammissione a quota per gli studenti poveri e di colore. Sono proprio loro i più entusiasti della torcida di Martins. “Il sole in testa legittima le esperienze di vita di una gran parte della popolazione,” acclama uno studente ventunenne di cinema del PUC.
Forse solo il mitico Chico Buarque stava guardando la partita mentre leggeva Il sole in testa.
“Fiquei chapado” … “Sono rimasto placcato” ha scritto.

(Traduzioni dal portoghese di Anthony Cilurso)

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