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Perché mi guardi con quegli occhi? Ci scorgo la dolcezza della tua mamma argentina e la fierezza di tuo padre nobile di campagna. Per poco tempo, per sbaglio ti ho chiamato con un altro nome, poi sei stata tu e solo tu sempre tu.

Perché mi guardi con quegli occhi? Ci scorgo la dolcezza della tua mamma argentina e la fierezza di tuo padre nobile di campagna. Per poco tempo, per sbaglio ti ho chiamato con un altro nome, poi sei stata tu e solo tu sempre tu.
Il mare, come ti piace nuotare, io sto in acqua e mi raggiungi e ti stringo, e il sole scende tra le onde rosse, sempre più rosse, e tu che ci vai dentro e non ti giri e nuoti e nuoti e vai avanti e ti chiamo e non ritorni e mi trascini nel sole con te. Senza paura, mai.
Perché mi guardi con quegli occhi? Perché mi stai dicendo che mi ami più di ogni altra cosa? Vedi quello che non posso vedere, vedi i pensieri, vedi la cattiveria e la bontà, vedi i vivi e vedi i morti, vedi il passato e vedi il futuro. Vedi il mio cuore straziato.
Non guardarmi così ti prego. Tu testimone di ogni debolezza, di ogni tradimento, di ogni miseria. Tu che mi hai visto morire e risorgere, cadere e rialzarmi, tu che mi hai visto piangere e hai pianto con me. Gli scarponi, la montagna, il gelo dei torrenti, i viaggi in macchina, felice perché si va da qualche parte, le foto tra i papaveri, i prati la neve la sabbia. Quanto abbiamo camminato eh? Chilometri e chilometri senza stancarci mai. Il cibo che divori e il cibo che non ti va. Mangiamo insieme, boccone dopo boccone. Tu sotto l’apparecchio dei raggi e io con la corazza di piombo. La puzza di disinfettante, il camice verde, le bende, le iniezioni, il sole troppo tiepido, la gente che ti guarda e mi guarda. Stai male e incoraggi chi sta bene. Ma rieccolo il frisbee arancione. Voli! Come voli per prenderlo!
Ancora insieme, ti ricordi? Certo che ti ricordi. I fuochi d’artificio e ti avvicini a me, in giro per il quartiere, le soste alle fontanelle, le conosciamo tutte, quella ha l’acqua più fresca, quella con il pulsante fa schifo, lo scrittore che dice di voler fare un racconto su noi due, il giornalaio che parla a vanvera, il tuo amico dal ciclista, grande bello e timido, e le scalette che non vuoi mai scendere, voglio restare qui, qui si sta bene perché dobbiamo tornare? e dormi accanto a me con gli occhi aperti, mi controlli mi osservi mi proteggi non mi fai sentire solo. Mai.
Anche tu mi domandi perché mi guardi con quegli occhi? Sono gli occhi della riconoscenza. Mi hai insegnato ad amare, mi hai fatto vedere come si fa ad amare, a non accontentarsi mai di amare, ce l’hai messa tutta ma non credo di aver imparato la lezione. So che hai amato con la stessa intensità anche Paola non togliendo niente a me, anche quando io e Paola non ci siamo amati più. Ma tu non hai fatto spezzare quel filo misterioso. Un po’ qua e un po’ là, capisci tutto e non ti lamenti mai. Che pazienza! L’ordinario diventa straordinario, la normalità diventa un miracolo quotidiano.
E anche ieri è andata così. Siamo andati sulla spiaggia a vedere il tramonto, ci siamo seduti sulla sabbia e siamo rimasti un po’ lì in silenzio. Si stava bene anche se tutti stavamo malissimo. Siamo tornati alla macchina e ti ho preso in braccio per farti salire. Poi siamo rientrati a casa e ti sei sdraiata sul terrazzo. Noi abbiamo mangiato spaghetti al pomodoro. Tu non avevi fame. Anche io non avevo fame ma ho detto che erano buoni. Si è fatto tardi, nessuno voleva andare a letto. Poi ci siamo decisi. Paola di là io nell’altra stanza. Sei rimasta fino alle due da lei. Ti sentivo respirare. Poi sei venuta da me. Ma non hai dormito. Neanche io ho dormito. Ci siamo detti tante cose, anche quelle che non ti avevo detto mai, ma tu già le sapevi è vero? Ci siamo alzati presto, come una giornata qualsiasi, è il 24 luglio del 2017. Non ce la fai a scendere le scalette. Ma non chiedi di restare. Ti prendo in braccio e ti porto giù. Quanto pesi poco. Camminiamo piano piano, tutti e tre insieme, attraversiamo la strada, lì c’è un piccolo prato che conosci bene, ti fermi un attimo a sentire l’odore dell’erba. Proseguiamo, una cinquantina di metri ancora. La dottoressa è in ritardo, arriva, si scusa, ti fa un’iniezione. Questa serve per addormentarti. Ti prendo in braccio per l’ultima volta e ti adagio su un lettino bianco.
Perché mi guardi cosi? Perché mi guardi così? Sei ancora sveglia, respiri regolarmente, sei serena. Paola ti accarezza come mai aveva fatto, io strofino il mio naso contro il tuo, mi lecchi. Guardami ancora ti prego. Ti accarezzo la testa. Ti addormenti. La dottoressa ti fa un’altra iniezione, ti sente il cuore, non batte più. Hai gli occhi aperti. Come prima. Come sempre.
Guardami ancora. Paola singhiozzando in silenzio te li chiude con dolcezza.

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