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Una domenica mattina

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Stamattina sono uscito presto di casa, buttato come sempre giù dal letto dai pensieri che inseguono me come tutti al risveglio. Solito bar, solito caffè, soliti giornali da sfogliare, con l’occhio puntato fuori dalla porta dove staziona la mia preziosa bici rigorosamente aperta.

Stamattina sono uscito presto di casa, buttato come sempre giù dal letto dai pensieri che inseguono me come tutti al risveglio.
Solito bar, solito caffè, soliti giornali da sfogliare, con l’occhio puntato fuori dalla porta dove staziona la mia preziosa bici rigorosamente aperta.
Offro il caffè a Cristina, a Giuseppe: non sono un seguace della nuova tendenza che prevede di non offrire a nessuno e di non accettare da nessuno. Ci sono usanze che vanno preservate, custodite gelosamente, per non perdere quel senso di comunità fatto di piccole cose, di gesti, atteggiamenti, comportamenti, cui non dobbiamo rinunciare a cuor leggero. Due chiacchiere col titolare, commenti sulle notizie del giorno, come quella che parla di quel nostro conterraneo, Marcello Fonte, che vince a Cannes. Niente governi, omicidi, ‘ndrangheta. Almeno la domenica, evitiamo di dare importanza alle cose “importanti”.
Parto con la bici, e in un baleno sono sul Corso. Saluti a destra e a manca, mentre il sole comincia a puntare il centro di un cielo azzurro come un manto di Madonna nel disegno di un bambino.
Quindi in via Marina, davanti a un mare azzurro come il cielo che viene voglia di buttarcisi dentro, di farvi affogare pensieri e preoccupazioni.
Ciao G., come va? Sì, io tutto bene. Mia figlia, il lavoro, i libri, le poesie. Sì, tutto bene. Grazie, anche a te, buona domenica.
Il secondo caffè, nel consueto bar della domenica mattina. Quasi dall’altra parte della città, così tentiamo di dare una levigata alla pancia che non ne vuol sapere di rientrare nei ranghi.
Poi da mia mamma. È a letto, non sta bene oggi, non ha voglia di alzarsi. Per cosa, mi dice, per sedermi sul divano? Sì, mamma, prendiamo un caffè, decaffeinato però! Buono quello che prepara la donna georgiana, che ha un bel viso sorridente ed è soddisfatta per avere imparato a farlo come noi italiani. Mia mamma guarda fuori, il sole e il cielo azzurro rimbalzano sul suo volto bianco e sui suoi occhi luminosi. Poi vado, non prima di averla accarezzata e baciata, come faccio da quando è stata male e come non facevo da quando ero bambino.
Un altro giro, tra via Marina bassa e lungomare, e dopo una puntata a piazza Carmine per cercare una persona che non trovo. Trovo invece la sindacalista, il mio amico G., i miei amici di Catona che stanno insieme da 51 anni e ancora ridono e si stuzzicano come 51 anni fa.
E poi il mio amico barista che oggi ha un banchetto con arance, patate, ortaggi vari. Ha fatto il turno di notte. Ha una moglie e tre figli, e non è facile. Vado al bar più vicino, compro le sigarette. Porto un caffè al mio amico al banchetto. Ci abbracciamo e vado via, verso casa, mentre lui rimane lì, sotto il sole e il cielo azzurro, a vendere i suoi prodotti genuini, figli di questa terra come le nostre belle tradizioni, i nostri amici, le nostre mamme anziane e sofferenti.

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