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Pane e lacrime

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Illustrazione di Agrin Amedì
Mi svegliavo per la luce forte del giorno. Era il sole che a luglio penetrava nelle grotte e le faceva sembrare ospitali come in realtà non lo erano. Ci dormivo dentro da tre mesi con i miei genitori e le mie sorelle.

Questo racconto è stato scritto durante il laboratorio di Scrittura Creativa per gli anziani,
diretto da Enrico Valenzi presso il Municipio I di Roma.

 

 

Mi svegliavo per la luce forte del giorno. Era il sole che a luglio penetrava nelle grotte e le faceva sembrare ospitali come in realtà non lo erano. Ci dormivo dentro da tre mesi con i miei genitori e le mie sorelle. Da quando ad aprile di quell’anno gli aerei alleati avevano bombardato e quasi raso al suolo il centro abitato di Ribera. Le grotte ai confini del paese erano il rifugio di tante famiglie costrette ad abbandonare la propria casa perché distrutta o, più semplicemente, perché più al sicuro, fuori dal centro abitato.
Uscivo fuori dal rifugio la mattina e mi assalivano tutti gli odori della campagna: la gramigna secca, bruciata dal sole; la citronella, in quell’angolo vicino al rigagnolo dell’acqua sorgiva, e a “ondate”, con lo stesso ritmo dell’onda del mare, il profumo dei fiori di gelsomino, inizialmente delicato e poi così intenso e invadente il pomeriggio perché aveva catturato tutto il calore del sole d’estate.
Con le mie sorelline più piccole e con gli altri bambini ci rincorrevamo e ci nascondevamo tra le grotte. E il divertimento cresceva se c’era qualche giocattolo, come la pupazzetta confezionata da nonna o altri piccoli oggetti da gioco costruiti da noi stessi.
Ci avrebbe dato tregua l’allarme aereo?
“Curri, curri, ammucciati nella grotta!”
Con quelle grida smettevamo di giocare perché l’ululare delle sirene preannunciava un’incursione aerea e poi arrivava puntuale un rombo, cupo, enorme, minaccioso. E poi ancora un fracasso infernale, le bombe qua e là. Capivi che arrivavano perché si intravedeva prima una fiammata e poi colonne di fumo.
Ma, quella mattina, il sole e la campagna sembravano più belli e io sentivo più fame del solito. Come tanti, mi sarei accontentato di un pezzo di pane “schittu”, cioè senza l’ombra di companatico. Farina in giro ce n’era poca. Bisognava saperla razionare e non era facile riuscire a preparare il forno per il pane tra un allarme e l’altro. Ma che stava succedendo? Guardavo mio padre e mia madre che si parlavano con gli occhi, prima fra di loro, poi con gli altri adulti e poi un mormorare sempre più intenso, un vociare e un gridare.
“Finìu, finìu!”.
E’ finita. La guerra è finita. Mia madre e mio padre ci prendono per mano.
“Andiamo a casa, presto,” ci dicono, “andiamo a impastare e prepariamo il forno. Finalmente, facciamo il pane!”.
Già immaginavo l’odore di quel pane fatto in casa e il sapore, il sapore così buono, quando, ancora caldo, lo condisci con l’olio, quello vero, quello di oliva, un po’ di sale e … tìnchete, ti ritrovi sazio di tutto, di pancia, di odore, di gusto e anche di vista, perché è bello pure a guardarlo quel pane. Percorremmo il tratto di “tràzzera” che portava a casa nostra quasi senza accorgercene. Passammo attraverso un vigneto dove l’uva bianca “nzòlia” mostrava i grappoli del suo frutto che sembravano gemme.
Tornavo a casa dopo mesi e mi vennero incontro gli odori familiari delle stanze, degli oggetti, il miscuglio di odori e spezie della cucina, non la puzza del chiuso, perché, mio padre, quasi ogni giorno andava a controllare se tutto era a posto e così scoraggiava l’intrusione di eventuali sciacalli.
A casa, a casa, finalmente!
Mio padre tirò fuori da un nascondiglio un sacchetto di farina, gialla: “Rimàcino di grano duro”, disse, mostrandolo trionfante.
Preparammo il pane da infornare e, nello stretto tempo necessario dei tempi di lievitazione, dovevamo solo aspettare che il calore del forno ce lo restituisse già pronto per consumarlo.
Fu un attimo, rombi di aerei, suoni di sirene, frastuono infernale.
Ci trovammo, io e le mie sorelle, in braccio a papà e mamma che ci avevano portato al riparo in una specie di cantina di un casolare poco distante.
Aspettammo che trascorresse un’ora buona e poi ci riavviammo verso casa.
Era tornato il silenzio. Entrammo, diretti tutti insieme verso il forno, noi bambini per primi sgomitando a chi arrivava prima.
Un fumo nero, intenso ci venne incontro. Usciva dallo sportellone del forno. Il pane, tutto bruciato. Non mi rassegnai e, quando tutti si allontanarono, provai ad assaggiarne un mozzicone. Lo sputai, sentivo in bocca il sapore del carbone, ammesso che il carbone abbia un sapore. Mi fermai e immaginai il sapore giusto.
Il calore di quel mozzicone di pane bruciato bastò a ricordarmelo. E in mezzo al mio viso annerito dal fumo si fecero spazio le lacrime.

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