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Chiudere il naso a volte è sbagliato

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Illustrazione di Agrin Amedì
Avevo quattordici anni, poca voglia di studiare e pensavo che non fosse così importante farlo, ma che era più importante, invece, imparare un mestiere. Così mio padre, ormai rassegnato,

Avevo quattordici anni, poca voglia di studiare e pensavo che non fosse così importante farlo, ma che era più importante, invece, imparare un mestiere.
Così mio padre, ormai rassegnato, mi portò da un suo amico calzolaio che aveva un laboratorio a piazza dei Ponziani, vicino a Via dei Vascellari.
Dopo aver camminato a lungo in silenzio a fianco di mio padre che aveva un’aria serissima, mi trovai davanti a un locale assai piccolo, poco illuminato, con un portoncino d’ingresso paragonabile a un’anta di armadio. Sul pavimento c’erano sparse decine e decine di vecchie scarpe tutte spaiate, mescolate a strisce di vari tipi di pelle: daino, coccodrillo, camoscio. Dentro una vaschetta piena d’acqua c’erano diversi pezzi di cuoio che, uniti a tutto il resto, emanavano un puzzo ripugnante, senza parlare poi del forte odore di mastice. Anche l’aspetto fisico del calzolaio rispecchiava l’ambiente: indossava una parannanza rigida come una lamiera per lo spessore dello sporco; le dita grasse e callose delle sue mani erano piene di tagli così profondi e aperti da sembrare sandwich farciti di sporcizia.
Colpito duramente da tutto quello che avevo visto, rivolsi lo sguardo verso mio padre sperando di cogliere in lui il mio stesso stato d’animo. Ma non intravidi nulla che potesse confortarmi. Mia meraviglia, invece, fu quando vidi in un angolo, separate da tutto quel vecchiume, un paio di scarpe nuove di zecca. Erano così eleganti, belle, lucidissime, tanto lucide da illuminare quell’angolo dove erano state poste. Mi domandai cosa ci facessero in quel locale dove tutto era brutto, tetro, puzzolente e povero. Chiesi allora al calzolaio se vendesse scarpe di nuova confezione. Lui, senza neanche alzare la testa dal suo lavoro, mi rispose: “Qui le scarpe si riparano soltanto e una volta riparate escono così, come le vedi.”
Ecco, l’unica cosa apprezzabile di quel locale sudicio e maleodorante era che da esso potesse scaturire un’elegante, raffinata manualità.
Mentre mio padre trattava con il calzolaio il giorno in cui avrei dovuto iniziare a lavorare, io continuavo a guardare quelle mani così tormentate chiedendomi come facessero a muoversi così abilmente. Al solo pensiero che anche le mie mani potessero un giorno ridursi in quelle condizioni mi sentii così male al punto d’avere conati di vomito. Allora presi coraggio e dissi apertamente a mio padre che non intendevo intraprendere quel tipo di lavoro.
Dopo questa mia affermazione mi sembrò di notare uno scambio di sguardi d’intesa tra mio padre e il calzolaio. Durante il ritorno a casa, a differenza di quello dell’andata, io e mio padre parlammo in continuazione, facemmo un sacco di progetti per la prossima stagione estiva per quando saremmo andati al mare. Volete sapere se poi ho ripreso a studiare? Non ve lo dico.

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