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Vetiver

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Illustrazione di Agrin Amedì
Al mio funerale, Maria la prego, che non ci sia nessuno. Nemmeno il dolore. Niente lacrime. Solo uno spazio impregnato di buon odore. Come il suo, odore di violetta, vero? Grazie Maria, sì, il cuscino un po’ più in alto. Ma io preferisco il vetiver, sì.

Questo racconto è stato scritto durante il laboratorio di “Dialoghi”
diretto da Enrico Valenzi

 

Al mio funerale, Maria la prego, che non ci sia nessuno. Nemmeno il dolore. Niente lacrime. Solo uno spazio impregnato di buon odore. Come il suo, odore di violetta, vero? Grazie Maria, sì, il cuscino un po’ più in alto. Ma io preferisco il vetiver, sì. Qualche goccia sul lenzuolo che mi accoglierà. Per favore. Che non sappia di varechina, come l’odore che avvolse il corpo di mia madre. Lo sa che i semi del vetiver sono sterili? Di mia madre ricordo l’odore di buono della sua camicia da notte. Vi prego, cambiatela. Sono giorni che nessuno si degna. Non c’erano buoni infermieri come lei, Maria. Ci penso io a te mamma, scusa se ora ti scopro. Ecco, volevo solo guardare il tuo seno. Lo riconosco, sei proprio la mamma, sai, mi era venuto un dubbio. Non era tuo lo sguardo vuoto e la bocca muta del mio nome. Non mi hai mai voluto dire del perché mi chiamo così. C’era una ferita da rimarginare, da nascondere? Se era una cosa bella, non me l’avresti nascosta. Per il fatto che i semi del vetiver sono sterili non viene considerata una pianta infestante. Maria, non trova delizioso non essere considerato infestante? Nessun dolore. A nessuno. Vero, mamma? Ti sei fatta scrigno del dolore, l’ho seppellito insieme a te. Abbiamo ripulito il mondo da questa pestilenza immonda. E scusa se l’ho capito troppo tardi. Domani ‘tardi’ non avrà più significato. Ti chiederò se ho fatto bene, mi trafiggerai con il tuo sguardo buono, allargherai le braccia a dirmi che non lo sai nemmeno tu cosa è giusto o sbagliato. Così ho deciso. Nessun dolore, a nessuno. E tu papà, non guardarmi con quell’occhio severo. Non lo sopporto. Una carezza, una sola mi sarebbe bastata. Te l’ho data io. Clandestina richiesta di perdono naufragata nell’odore di disinfettante e la maschera d’ossigeno. Ti faceva le rughe, uniche sul tuo volto novantenne. Anche in quel giorno ho letto il mio destino, del figlio più giovane e con una lunga vita. Il vetiver, Maria, diversamente dalla gran parte delle graminacee, non sviluppa radici orizzontalmente. Il suo apparato radicale si sviluppa in profondità, capisce? Avrei dovuto seppellirli tutti e così è stato, il mio destino già scritto. Maria, per favore un altro cuscino. Sì, sono sposato ma anche lei non c’è più. Come sarebbe bello respirare l’odore di lei nel cuscino che abbracciavo nel nostro letto. L’odore della solitudine, sono stato bravo, sa Maria? È il dolore che ho saputo nascondere meglio al mondo, con cosa? Due gocce di vetiver. Brava! Svelarlo non sarebbe bastato a testimoniare quanto l’ho amata. È un odore solo mio, da non condividere. Nessun dolore. A nessuno. Un ultimo favore. Li chiami solo a cose fatte. I due libri per loro sono nel comodino. Gli basteranno, Maria, non si preoccupi. Gli ho dato già tutto quello che avevo. Se chiedono per la chiesa? Il Dio in cui credo, se esiste, ed è amore, mi salverà a prescindere. E poi non sopporto l’odore delle candele. Due gocce di vetiver, si ricordi. Può spegnere la luce? Grazie.

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