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Finché morte non ci separi

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Illustrazione di Agrin Amedì
‘Muovi queste maledette gambe. Altri dieci passi e sarai lì dentro. Attraversa questa strada con determinazione come dieci anni fa hai attraversato con incedere elegante la navata centrale della chiesa.’

Questo racconto è stato scritto durante il laboratorio di “Dialoghi”
diretto da Enrico Valenzi

 

 

‘Muovi queste maledette gambe. Altri dieci passi e sarai lì dentro. Attraversa questa strada con determinazione come dieci anni fa hai attraversato con incedere elegante la navata centrale della chiesa.’
Le note della marcia nuziale mi portavano all’altare dove lui mi aspettava emozionato. Con le mani affusolate e le nocche sporgenti, mi spogliava del velo bianco per baciarmi sulla fronte e, guardandomi fissa negli occhi, mi prometteva amore eterno. Finché morte non ci separi.
‘E allora fa’ ancora qualche passo, attraversa il marciapiede anche se le tue gambe sono doloranti e varca quel portone.’
Il primo schiaffo l’ho preso rientrando da una cena con le amiche. Ritardo, gonna corta e camicia a scollo lo hanno mandato fuori di testa. Scaglia un colpo a mano piena sulla mia guancia destra. Porto la mia mano sulla sua, stampata sul mio volto. Avverto un bruciore intenso. Non mi riconosco, non lo riconosco. Mi abbraccia, mi stringe, mi chiede scusa, mi bacia sulla fronte, mi trascina a terra, mi spoglia con la voluttà di sempre. Lo abbraccio perché ritrovo il suo profumo inebriante e facciamo l‘amore fino allo sfinimento. Lo perdono, i miei occhi gli sorridono, in fin dei conti è il mio uomo, è mio marito. E’ successo una volta, in fin dei conti. Suono. La porta si apre. Entro nel comando. Mi sento blindata. Un carabiniere mi chiede le generalità. Le lascio.
‘Approfitta, segui quell’uomo in divisa. Segui quella striscia rossa sul pantalone. Potrebbe essere la tua protezione, la tua emancipazione.’
Invece, il rosso che seguo è il sangue che, ieri sera, ha riempito la mia mano. L’ennesimo pugno in pieno viso mi ha buttato a terra. Un altro faccia a faccia con il pavimento che si colora di rosso. Mi trovo ad annaspare in quella pozza mentre tu mi tiri un calcio dietro la schiena. Rimango senza fiato, chiudendomi in posizione fetale, rientro nel grembo materno per trovare riparo e protezione.
‘Denuncialo, denuncialo adesso!.’
Sì, sì, lo denuncio. Denuncio lo smarrimento del mio portafogli. Il carabiniere mi scruta, fissa un non so che sulla mia faccia. Mette agli atti. Mi congeda. Vado. Mentre mi avvio mi sento osservata, anche un po’ giudicata. Non riesco a denunciare lo smarrimento della mia vita.
Finché morte non ci separi.

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