Condividi su facebook
Condividi su twitter

Passano i secoli

di

Data

Illustrazione di Agrin Amedì
Giornata di pioggia. Umido. Freschezza. Purezza. Poi il sole. La rugiada che scorre tra le foglie. Lascia un serpeggiante rivolo d’acqua. Un minuscolo torrente che viaggia tra le sinuose increspature dei miei rami.

Giornata di pioggia. Umido. Freschezza. Purezza. Poi il sole. La rugiada che scorre tra le foglie. Lascia un serpeggiante rivolo d’acqua. Un minuscolo torrente che viaggia tra le sinuose increspature dei miei rami. Un turbinio di percezioni. Fantastiche emozioni. Percezioni derivate da antiche entità. Passa un muflone. Il pelo umido. Lo sguardo stanco. Osserva un fringuello. L’uccellino svolazza allegramente. Va posando le delicate zampette tra le mie fronde. Si abbevera nelle umide cavità della corteccia. Passano i secoli. Ho compagnia. Un pastore. È coperto di pelle di pecora. Ha appena terminato il suo nuraghe. Tiene una spiga di grano tra le labbra. Ha la pelle bruciata dal sole. Il volto coperto di rughe. Noto una vaga somiglianza con la mia corteccia. L’età è indefinibile. Ma il tempo lo ha segnato. Il tempo. Un’inezia rapportato alla mia concezione del suo scorrere. Eppure ogni suo attimo è prezioso. Nessuno ne è esonerato. Il pastore appoggia la schiena tra le mie antiche radici. Con la sua presenza mi conforta. Passano i secoli. Un nuovo ospite. Osservo le sue fattezze. Pelle scura. Capelli scuri. Barba folta. Degli uomini lo inseguono. Tunica rossa. Elmo bronzeo. Adornato di un piumaggio rosso. Spade corte. Scudi rettangolari. L’hanno colpito. Ora è ferito. Si poggia sul mio tronco. Il viso contorto in una morsa di dolore. Piange. Geme. Il sangue cola sulla corteccia nodosa. Scorre sino alle mie radici. È diverso dalla sensazione che dona la rugiada. È caldo e denso. È corroborante anch’esso. Mi dona vita. Ma allo stesso tempo è emblema di morte. La calda e antica vita. La fredda e antica morte. Passano i secoli. Un’altra nuova presenza. Due individui indossano una tunica bianca e marrone. Sono diversi dagli uomini incontrati in precedenza. Hanno nuove fattezze. Pelle bruna. Il naso tende a proseguire in una linea unica con la fronte. Ciglia folte. Appartengono al nuovo ma pur sempre antico impero orientale. Sono portatori di un’antica cultura. Fieri del loro passato. Legati ai vecchi dei. Devoti al loro nuovo Dio. Passano i secoli. Un uomo è chino davanti a me. Porta un turbante bianco. Barba e baffi ben curati. La pelle è bruna. Lo sguardo è severo. In ginocchio su un tappeto. Prega un Dio arcaico. Divinità simile a quella di altri uomini che ho incontrato. Ma sembra prevalga la convinzione che questo Dio sia diverso. È portatore di un’antica cultura. Il moro prega. Perché il suo popolo esca vittorioso. La voce ferma. Pronuncia una specie di cantilena. Sembra non abbia mai fine. Ma tutto finisce prima o poi. Passano i secoli. Due uomini sono appoggiati al mio fusto. Pelle chiara. Ma non pallida. Lineamenti armoniosi. Visi curati. Ben rasati. Un elmetto in testa che somiglia a un cesto color ferro. Scudi ed armature colorati e decorati. Il colore giallo e rosso prevalgono. Folte capigliature. Lunghi bastoni con una punta di ferro. Pregano un unico e antico Dio. Pregano perché prevalgano in guerra. Sono fieri della loro etnia. Desiderano prevalere in battaglia. Passano i secoli. Si avvicina una lunga processione a cavallo. Uomini armati. Nuove tipologie di armi. Sempre più letali. Ancora una nuova etnia. Pelle chiara. Quasi pallida. Occhi chiari. Vestiti eleganti. Alcuni portano i capelli lunghi. Sembrano finti. Posticci. Il primo uomo dello schieramento ha uno strano cappello in testa. Capelli scuri. Il suo bianco cavallo è imponente. Forse per sopperire alla minuta stazza del cavaliere che lo monta. Lo sguardo del piccolo ometto è fiero. È cosciente di essere nato per comandare. Nella loro fierezza avanzano. Sono convinti di prevalere sugli autoctoni. Vantano una cultura secolare. Oserebbero definirla antica. Pensano di poterla esportare. Passa un secolo. Un gruppo di uomini passeggia. Gironzolano intorno al mio tronco. Sono ben vestiti. Capelli corti. Marrone scuro. Ben pettinati all’indietro. Camicia bianca. Giacca nera. Foulard nero. Tre di loro hanno occhialetti con montatura d’argento. Poggiati a metà strada tra la fronte e la punta del naso. I visi sono ben rasati. Tranne qualcuno che porta barba e pizzo perfettamente curati. Sono orgogliosi di appartenere al nuovo Regno. Un’antica casata li ha guidati. Hanno ottenuto l’unificazione. Porteranno trionfalmente in guerra il popolo unito. Sotto un’unica bandiera. Passa un secolo. Sono trascorse terribili guerre e dittature. Davanti a me degli uomini con un caschetto arancione. Tuta arancione. Sopra un ridicolo gilet blu. La sua funzione? Limitare incidenti sul lavoro. Scarponi progettati per arrampicarsi sui miei rami. Guidano delle enormi macchine. La loro funzione? Abbattere gli alberi.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'