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La volpe e l’uva

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Illustrazione di Agrin Amedì
Li avevo già trovati lì. Chissà in quale stazione erano saliti. Lei era ansiosa, temeva che il ritardo facesse saltare il loro appuntamento. Lui la rassicurò. Avevano tutto il tempo.

Li avevo già trovati lì. Chissà in quale stazione erano saliti. Lei era ansiosa, temeva che il ritardo facesse saltare il loro appuntamento. Lui la rassicurò. Avevano tutto il tempo. Le voci erano garbate, pacate, poco più di un sussurro. Lei si acquietò. Si fidava. Si affidava. Approfittando della fermata successiva aprì la vecchia borsa da cui vidi sporgere fogli di cartelle mediche. Ne tirò fuori una caramella, una di quelle alla frutta. La scartocciò con cura e gliela porse. Lui, prima avvicinò il viso, poi, un attimo prima di aprire la bocca, si ritrasse. “E tu?” chiese. Lei annuì e sorrise, come se se l’aspettasse. Riaprì la borsa e gliene mostrò un’altra, avvolta in una carta rossa con la scritta dorata. Lui, soddisfatto, l’accettò. Lei scartocciò anche la sua e la mangiò. Con le caramelle che ruotavano tra i loro denti, si guardarono negli occhi, come due bambini dopo una marachella. Si sorrisero. Lei cercò appiglio al sostegno alle spalle di lui. Appoggiò la mano su quella di lui. Che, immediatamente, aprì le dita per accoglierla.

La stazione, la mia fermata. Appena fuori dal treno mi guardai intorno a cercarli. Ma non li vidi. Per quanto mi guardassi intorno, per quanto li cercassi, niente. Li avevo persi.

In ufficio non riuscivo a togliermi dalla mente quei due. Avevano stuzzicato la mia curiosità. Vista l’età avanzata c’era da pensare che fossero una coppia di vecchia data. Ma ancora così affiatati? Ancora con quella tenerezza, quella cura? Quell’attenzione? Quell’amore? No, non era possibile. Forse erano due vedovi, che si erano incontrati in tarda età. O magari erano stati fidanzati, da giovani, e si erano ritrovati da poco. Anche se questa versione tradiva un certo romanticismo, in fondo mi convinceva, mi piaceva. Doveva essere così. Doveva. Perché l’amore non può sopravvivere così a lungo. Perché, si sa, l’amore è sopravvalutato. Le mie esperienze in materia lo provavano.

Qualche tempo dopo li rividi. Questa volta però erano in tre. Si tenevano tutti e tre per mano. Tra loro c’era una ragazza down con una benda sull’occhio sinistro. Era adagiata su di lui. Gli poggiava la testa proprio in quella curva che fa il collo tra la mandibola e la spalla. Lui, con la mano libera, le accarezzava il viso e i capelli. La donna le disse qualcosa piano, non riuscii a sentire cosa. La voce era tenera, dolce. Poi le parlò all’orecchio. Doveva essere un gioco tra loro perché la ragazza rise. Alla fine fece di sì con la testa, meritandosi un’altra dose di coccole. Scesi insieme alla gran parte dei pendolari. Stavolta però non mi voltai indietro a cercarli. Camminai concentrandomi sui sanpietrini. E cocciuta mi ripetei che l’amore è sopravvalutato. Eppure mi sentivo come la volpe che non arriva all’uva. Già.

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