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L’omino entra nel bar con lo sguardo fisso sul pavimento. Il suo “buongiorno” detto con un tono di voce troppo basso per essere sentito, si perde tra le chiacchiere dei clienti. Il paltò marrone che indossa è troppo grande per lui e pesante per le temperature di questi giorni.

L’omino entra nel bar con lo sguardo fisso sul pavimento. Il suo “buongiorno” detto con un tono di voce troppo basso per essere sentito, si perde tra le chiacchiere dei clienti.
Il paltò marrone che indossa è troppo grande per lui e pesante per le temperature di questi giorni.
I pantaloni larghi e lunghi sono portati con disinvoltura, anche se stonano con le Nike bianche col baffo verde fluorescente.
L’omino appoggia la borsa di plastica della Coop sulla sedia del tavolo più lontano.
La puzza di tutti i pacchetti di sigarette vuoti che sono ammucchiati lì dentro, mi costringe a cambiare posto.
Lo vedo aggiustarsi con le mani i pochi capelli rimasti e sistemarsi il collo di una camicia stropicciata, prima di dirigersi a passo lento verso il bancone.
“Fabrì come va stamani? Hai portato tutto, si? Non è che ti sei dimenticato qualcosa?”
Il ragazzo e la ragazza dietro il bancone si scambiano un’occhiata complice e sorridono nello stesso istante.
L’omino alza un attimo lo sguardo e risponde con un “si” sussurrato. Fa un sorriso timido e gli occhi tornano di nuovo a guardare per terra.
“Fabrì ti dico solo questo: 17 giugno 2001.”
“Domenica!”, risponde lui.
“Certo che era domenica! L’ultimo scudetto della Roma! Ma te che ne sai della Roma, eh?”
Io appoggio i gomiti sul mio tavolo e mi allungo perchè non riesco più a vederlo.
Ha le mani incrociate all’altezza della pancia e con un movimento lento ma continuo, sposta il peso da una gamba all’altra, in un ballo triste e perfetto.
“Il caffè per Fabrizio è pronto! Ti do pure la ciambellina fritta, vero?”
L’omino fa segno di sì con la testa. Senza alcuna fretta però, si è già diretto al suo tavolo dove ha appoggiato la tazzina del caffè.
Torna indietro a prendere la ciambella.
Una donna sui quaranta e una bambina, sono entrate nel bar: la donna lo guarda arrivare poi mette un braccio sulla spalla della bambina per avvicinarla a sé.
Lui non se ne accorge.
“Mamma quel signore puzza!”, dice la bambina.
“Shhh! Queste cose non si dicono.”
“Mamma ma quel signore è povero?”
“Adesso smettila! Sta zitta!”
La donna consuma velocemente il ginseng che ha ordinato, paga ed esce tirando la bambina per la mano.
L’uomo ora è seduto. Apre tre bustine di zucchero in una tazzina di caffè.
Poi prende il cucchiaino: lo gira una volta in un verso e una volta nell’altro, e ripete quel rituale per tre volte, con estrema concentrazione.
Si alza di nuovo, e va a buttare le bustine vuote, torna al tavolo, prende la ciambella, e con un fazzolettino di carta inizia a togliere tutto lo zucchero che c’è sopra.
A lavoro finito la ciambella è liscia come fosse di plastica.
“Salve!”
“Buongiorno dottò!”
Mi giro verso la porta.
Un signore anziano ha appoggiato i gomiti sul bancone e rivolto al barista indica l’uomo con un cenno del volto.
“Fabrì buongiorno! Ma me lo dici che giorno era il 3 ottobre del 1983?”
“Lunedi!” risponde lui, come se gli avessero gettato un secchio d’acqua gelata addosso per svegliarlo da un sonno profondo.
“Sei un genio ragazzo mio! Stamani te la offro io la colazione, capito?”, dice l’anziano signore che tracanna un cappuccino, paga, saluta il barista e prima di andarsene lascia entrare una giovane donna, con un cagnolino al guinzaglio, tenendole la porta aperta.
“Buongiorno!”
L’uomo, che non aveva ringraziato l’altro signore, ora è fermo, immobile, con la ciambella in mano.
Mi guardo intorno. Nel bar non c’è nessuno a parte la giovane ragazza. Il cane è zoppo, gli manca la zampa destra e saltella come se il pavimento scottasse.
“Fabrì hai visto chi è arrivata? C’è Laura tua e c’è pure Filetto! Non vieni qua a salutarla?”
Mi volto a guardarlo, Fissa ancora la ciambella che tiene in mano, guarda il caffè nella tazzina, ma sta sorridendo.
La voce della ragazza lo ha bloccato in una posizione innaturale.
“Dai ti prego non ti ci mettere pure tu!”, dice la ragazza al barista, “ho già Filetto che non mi aiuta! Ecco vedi?”
Il cagnolino abbaia con insistenza e tira il guinzaglio.
“Ho capito Filetto!”
La ragazza sgancia il guinzaglio dal collare e il cagnolino saltella scodinzolando in direzione di Fabrizio. Fa un salto e gli si accoccola sulle gambe.
Lui non sembra affatto sorpreso.
Mi infilo la giacca, prendo la borsa e tiro fuori le chiavi della macchina, che mi cadono dalle mani.
Mi inginocchio vicino al tavolo per riprenderle e li vedo: Fabrizio accarezza il cane sul moncone della zampa mancante.
Ricado seduta sul bordo della sedia.
“Ciao!”
Nel bar è entrato un ragazzo.
“Un pacchetto di Camel Blu morbide”, chiede al barista.
Sta per uscire, ma torna indietro. Tira fuori dalla tasca il cellulare e viene verso di noi.
“Fabrì ti faccio il video così diventi famoso! Pronto? 11 aprile 1957!”
“Giovedi”, risponde lui, senza voltarsi verso il ragazzo, che si mette a ridere, poi se ne va senza salutare nessuno.
Ora è la ragazza ad avvicinarsi, ha finito di fare colazione.
“Io devo andare, riprendo Filetto! Ma ci vediamo domani ok?”, e gli fa una carezza sulla guancia.
Nel tempo veloce di quella carezza, Fabrizio appoggia la ciambella sul tavolo, chiude gli occhi, si stringe nella spalle, e le labbra sottili si piegano all’insù in un sorriso che dura un’eternità.
“Saluta Laura tua, dai!”, dice il barista.
Ma lui già non lo sente più.
Tira fuori qualcosa dalla tasca sinistra del cappotto.
È un borsello. Di quelli vecchi, stondati, di pelle. E’ un borsello da donna. Lo apre, lo rigira e lo svuota sul tavolo: una piccola montagna di bigliettini ripiegati si forma vicino al caffè e alla ciambella. Ne sceglie uno a caso: lo apre, lo guarda per qualche secondo, e lo richiude. Ne prende un altro. Lo apre, legge qualcosa, lo richiude con più cura, e lo stringe nella mano. Sposta la sedia, si alza in piedi, sistema di nuovo i capelli e il collo della camicia, e si dirige piano verso la porta del bar.
“Eccolo La’! Dicevo io che oggi non ti regalava niente!”
Lui alza gli occhi per un attimo, guarda la ragazza col cane, le porge il bigliettino, poi le volta le spalle e ciondolando torna al suo tavolo.
La ragazza lo ringrazia con un sorriso.
“Laura che c’è scritto oggi?”, chiede il barista.
“Non lo so dai, te lo dico domani che stamani scappo, ho da fare!”
La ragazza col cane si mette il bigliettino nella tasca dei jeans, paga, saluta il barista, apre la porta e se ne va.
La vedo passare dalla vetrina del bar. Si ferma proprio davanti a me.
Si accende una sigaretta e butta per terra un pezzo di carta.
Mi giro verso Fabrizio. Non l’ha vista. E’ intento a rimettere via tutti i bigliettini che aveva rovesciato sul tavolo.
Mi alzo di fretta, saluto ed esco anch’io.
Trovo subito il bigliettino.
Lo raccolgo, lo apro e leggo: “Veloce. Lenta. Aspettami. Domani.”
Appoggio una mano sulla vetrata del bar per guardare dentro.
Fabrizio sta bevendo il suo caffè.

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