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A Quiet Passion di Terence Davies

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Terence Davies, con la sua macchina da presa, ci invita a prendere il tè a casa Dickinson.

Lunedì mattina di sole e nubi su Roma, un pigro inizio di settimana estiva: gli inservienti del cinema Moderno non hanno ancora preso servizio, in sala l’aria condizionata è spenta e i giornalisti, per un malinteso sull’orario di inizio, sono  ancora pochi.

Poi le luci si spengono, A quiet passion, racconto  della vita di Emily Dickinson, inizia e il mondo, dentro e fuori di noi, si trasforma: veniamo trasportati lontano, nell’America dell’800, facciamo un’ incursione nella scuola che Emily Dickinson per breve tempo ha frequentato e poi, non sopportando di vivere lontano dalla famiglia, chiediamo di essere riportati immediatamente a casa ad Amherst, nel Massachusetts da cui non usciremo se non alla fine, “con i piedi davanti” come si dice. Entriamo in casa, vediamo oggetti, stanze, incontriamo padre, madre, sorella e fratello, entriamo nei loro pensieri, ascoltiamo il ticchettio dell’orologio, il nostro sguardo si perde tra le fiamme del caminetto. I giornalisti, che arrivano alla chetichella, scompaiono inghiottiti nel vortice delle stanze e  c’è chi implora di accendere l’aria condizionata, sarà per la suggestione del caminetto o sarà davvero il caldo.

Quando Emily Dickinson scrive le sue poesie siamo noi che le scriviamo, quando lei le legge siamo noi che le leggiamo, tale è la suggestione delle immagini sullo schermo che ci ammaliano nelle loro spire.

Terence Davies, con la sua macchina da presa, ci ha trasformati in membri della famiglia Dickinson, come anni fa, nel suo originalissimo film di esordio, Voci lontane, sempre presenti, ci aveva catapultato tra le braccia della sua famiglia di Liverpool, durante  la guerra,  in un incantesimo a cui era impossibile sottrarsi.

Famiglie entrambe dai rapporti strettissimi, quasi claustrofobici, che qualcuno  non esiterebbe a definire patologici. Nel buio, ora fresco della sala ormai gremita, nel silenzio commosso che vi regna, i nostri pensieri imboccano tortuosi sentieri: come è possibile che famiglie così chiuse generino tanta vastità di orizzonte, tanta creativa visione? Come ne possedeva Emily Dickinson, ma anche il suo regista, Terence Davies che, ultimo di dieci figli, ha trovato terra fertile nella claustrofobia della sua famiglia dominata da un padre violento e… qualcuno ci sta tirando via, ci trascinano fuori dal salotto di casa Dickinson dove eravamo seduti  a prendere il tè con il reverendo e la moglie, immersi in una conversazione fatta di lunghi silenzi e del rumore delle tazzine poggiate sul piattino “So British, so British ….” dirà Terence più tardi tremando di orrore al ricordo “tremendi quei tè, terrificanti…”

Dal terrificante tè così British, dai nostri pensieri girovaghi siamo stati catapultati fuori nel vociare romano dell’area delle interviste, allestita tra due rampe di scale. Il sole batte sulle vetrate e noi siamo immobili a sudare e ad aspettare.

Terence Davies era qui un minuto fa, ma ora pare che qualcuno lo abbia portato a prendere un caffè, poveretto sotto quest’arsura romana, aspettiamo e, come sempre, ce lo immaginiamo, e all’immagine che abbiamo visto su YouTube aggiungiamo l’immagine interiore che la nostra mente ha creato vedendo il suo film, ma, come sempre, quando lui arriva è ancora un’altra cosa: sembra un peluche, bassino, capelli bianchi candidi,  la camminata da orsetto e due occhi che bruciano di curiosità dietro gli occhiali.

Indossa una camicia bianca, lunga fuori dai jeans chiari, e il suo viso tondo, dalla carnagione diafana degli inglesi, risplende di emozione e stupore.

Più tardi, in un sussurro, si definirà un osservatore esterno della vita, celibate, celibe, non single, con le implicazioni di astinenza che il termine comporta, ma ora, in piedi accanto al poster del suo film, dove campeggia il volto della straordinaria protagonista Cynthia Dixon, accoglie i giornalisti con calore e trasporto, sembra pregustare piaceri infiniti come se ogni contatto umano dovesse riservare solo diletto e gradite sorprese.

“Perché raccontare proprio la vita di Emily Dickinson? Cosa l’ha attratta di lei?” È la domanda più ovvia, la domanda di rigore. Emily Dickinson non usciva mai di casa, e in casa non è che facesse granché, non è esattamente la sua una vita che offra molto da raccontare.

“Oh ma è proprio per questo…” si accalora “Ho letto sei biografie su di lei… quante cose meravigliose si vivono restando in casa…”

Ride rovesciando la testa all’indietro, con un tremito del corpo che è esplosione di meraviglia e ammirazione per le bizzarrie dell’esistenza, squisita bizzarria è la vita di Emily Dickinson, e d’istinto, contagiati dal suo fervore, tutti, attorno a lui, ridiamo.

“Adoro la sua poesia tersa, meravigliosa che parla del tempo, della morte, del mondo” a tratti, preso da slancio, cita a memoria interi passaggi di cui assapora estasiato la musica. L’ha  scoperta da ragazzo, spiega, quando ha lasciato la scuola per dedicarsi alla conoscenza e al sapere e si è immerso nelle letture. “Tante cose mi  attraggono di lei: che la famiglia fosse tutto il suo mondo, e poi  la sua continua ricerca e l’indipendenza spirituale che ha sempre difeso con fierezza…” parla con foga, un divorare di sillabe, un bisogno di far capire, o meglio proiettare fuori di sé, l’intima  essenza della sua protagonista. “Non ha avuto successo, è riuscita a pubblicare in vita solo una decina delle sue poesie, che erano più di 1800. Una grande ingiustizia…” sorride e  sembra che parli di una sorella sfortunata. Neanche a lui il successo ha realmente arriso: in Italia i suoi film sono stati mal distribuiti e ora sono irreperibili, ma bando alle tristezze. “Emily Dickinson era estremamente spiritosa, una grande conversatrice piena di ironia. Era questo che volevo arrivasse di lei.”

Gli chiedono di Cinthya Nixon, la Miranda di Sex and the City, trasformata in mirabile  Emily sullo schermo.

“Ho conosciuto Cynthia in occasione di un film che non abbiamo mai girato, e non l’ho più dimenticata. Assomiglia all’unica foto di Emily che si è conservata. Ho visto solo una puntata di Sex and the city senza l’audio.” Ride timido di fronte alla sorpresa dell’interlocutore e si affretta a spiegare: “lo faccio spesso, vedo i film senza audio e in genere si riesce a seguire la trama, mi interessava studiare le reazioni di Cynthia e le sue erano sempre le più vere: non recitava, semplicemente ERA.”

La questione dell’essere è, per lui, fondamentale. Il lavoro con gli attori e tutto il suo cinema, le dissolvenze e ogni movimento di macchina, servono a catturare il tempo, ad afferrare un istante di vita.

“I miei film sono lenti” spiega “non tutti gli spettatori sono tagliati per questo tipo di lentezza, ma a me quel ritmo serve ad entrare nella vita, a riscattare un istante dall’oblio. Uno sguardo volto in alto o in basso può fare un’enorme differenza e non può sparire nel montaggio. Il montaggio veloce è come il fast food.”

Mentre il sole, che filtra dai vetri, arrossa i volti e ne inumidisce la pelle qualcuno gli chiede se, con questo film, Emily Dickinson potrà sentirsi compensata, lassù, dalla mancanza di riconoscimenti in vita e allora Terence si schermisce, gli  dispiace molto: lui non crede nell’aldilà, ma non vuole chiudere con una nota di malinconia e allora:

“Aspetti aspetti” si affretta “se ha visto il film da lassù sono sicuro che le avrà ispirato una nuova poesia.” Sorride contento di aver accomodato la questione con grazia, la stessa dei versi con cui si chiude il film, in cui Emily esprime la  sua  accettazione della vita e di un mondo che non ha potuto riconoscere il suo talento.

Questa è la mia lettera al mondo che mai non scrisse a me “ le parole risuonano ancora nell’aria mentre entriamo in sala, a proiezione finita, e ci sono occhi umidi e lacrime che rigano le guance.

Il passo leggero della donna che ha lasciato questa vita è lo stesso con cui il regista  si presenta al suo pubblico, e quante altre cose sembrano unirli, ci accorgiamo, a mano a mano che il discorso avanza, in un gioco di riflessi e rimandi sottili. Il pubblico ascolta attento mentre Terence Davies racconta e tale è la passione che lo anima che, per sfogarla, tutto il suo capo trema.

“Anche io, come Emily Dickinson, sono cresciuto in una famiglia cattolica, a Liverpool c’erano tanti irlandesi e il cattolicesimo si respirava in ogni cosa, ma anche adesso, che sono ateo, continuo a fare i conti con la mia coscienza ogni giorno, che teeeerrrriiiibile perdita di tempo…” dice con emozione e infinita ironia.

Emily Dickinson era una femminista ante litteram? Chiede qualcuno e lui sorridendo scuote la testa. Ha i suoi dubbi al riguardo: più che una femminista Emily Dickinson è stata un faro  di umanità, ed è la cosa più importante perché  senza umanità il mondo è in mano ai barbari.

I grandi rivoluzionari, spiega, in genere sono molto conservatori e ripete l’aneddoto di Ibsen che, insieme a Cechov, ha rivoluzionato il teatro ma non amava andare dal dottore perché trovava disdicevole spogliarsi davanti ad un estraneo, e, da come lo dice, ci viene il sospetto che forse neanche lui, Terence, dal dottore ci vada poi così spesso. Cresciuto a Liverpool non ha mai amato i Beatles, che anzi gli procuravano grande imbarazzo, lo stesso che ha provato vedendo Elvis Presley la prima volta sullo schermo.

Hanno girato gli interni in Belgio, ma ispirandosi fedelmente alla casa di Emily Dickinson, ora museo. Una casa bellissima, piena di una luce meravigliosa.

“Io la capisco Emily, capisco che non volesse lasciare la sua casa” ripete spesso “Da bambino ho avuto un’infezione ai polmoni e per un mese mi hanno mandato in Galles. Oh come l’ ho odiato” e di nuovo  quello spasmo del corpo “volevo disperatamente tornare a casa dalla mia famiglia.”

Voleva anche lui, come Emily,  che la sua famiglia vivesse per sempre, che nulla mai cambiasse, ma le persone invecchiano, muoiono o se ne vanno .

“Adoravo quando le mie sorelle tornavano a casa il venerdì sera, e ci sedevamo in cucina, oh il profumo dei venerdì sera…!!” Anche a noi, in sala, sembra di sentirlo il profumo di quei venerdì… ma del padre violento, che solo in punto di morte ha riconosciuto i suoi torti, lui non parla.

La famiglia la ricrea, talvolta, con gli attori.

“Non ho vissuto una vera vita, mi sono scoperto gay, quando in Inghilterra era ancora reato  e pregavo Dio ogni giorno che mi facesse essere come gli altri, mi inginocchiavo fino  a farmi sanguinare le ginocchia ma non ne veniva nessun conforto. Sono un osservatore della vita: lo svantaggio più grande è la solitudine, osservo le coppie dall’esterno e mi chiedo come affrontino i loro problemi.  La mia vita è con gli attori, è meraviglioso quando sul set non si recita, ma si crea la vita.   La scena della morte della madre per me è stata fortissima,  la seguivo dal monitor esterno e ho detto “fermi tutti, facciamo una pausa”. Ero così commosso,  provavo un’emozione INSOSTENIBILE. Pensavano che volessi rifarla ed, invece, era perfetta. Non recitavano, ERANO. Oddio mio…”

Forse, ci accorgiamo adesso, è la figura della madre il legame più profondo che unisce regista e poetessa: le due amatissime figure di madre ritratte nel loro dolore e nella loro capacità di empatia. Fari di umanità, anche quando, come quella di Terence, vengono selvaggiamente picchiate, o soffrono, come quella di Emily, di depressione e malinconia. Ecco in parte la risposta ai nostri iniziali girovaghi pensieri: che immensa capacità ha l’arte di dare dignità ai vinti, di trasformare la gabbia del dolore e lavorarla come morbida pasta che la luce può attraversare.

Ma il tempo è scaduto. Che incontro fugace!

Terence Davies, dai candidi capelli bianchi e il passo da orsetto, deve lasciarci: lo aspettano a Bari, il suo film esce in tutta Italia e ovunque vogliono incontrarlo,  come in una dissolvenza, la sua figura solitaria e appassionata è inghiottita dal buio della sala. Un’ uscita così brusca che, per un istante, ci sentiamo abbandonati, ma no…non ci ha lasciato da soli: ecco di nuovo il salotto, la casa piena di luce e, nel silenzio, il rumore delle tazzine: Reverendo e signora, seduti impettiti, aspettano che qualcuno di noi, in famiglia, serva loro altro tè e li intrattenga.

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