7. Notizie dai giardini – Giardini veri e sognati

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Chi la vince, tra giardini veri e sognati? La vince il sogno, secondo Sandro Russo, che torna anni dopo a riconsiderare la questione.

Con l’arrivo della bella stagione ci piace riproporre ai nostri lettori alcuni articoli di una rubrica tra le più seguite del nostro Magazine, che tiene insieme Arte e Natura. Contando che saranno apprezzati anche dai nuovi lettori del Mag O. Chi vorrà godersi l’articolo fino in fondo scoprirà che l’autore ha aggiunto un aggiornamento attuale da non perdere.

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“Guardo i giardini. Ci sono molte notizie nei giardini,
però ci sono pochi giardinieri…”

[Da: Erri De Luca – Tre cavalli – Feltrinelli, pag. 74; 1999]

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Guardo i giardini. I piccoli spazi davanti alle case dove i proprietari più o meno consapevolmente, esprimono la loro idea del bello. In forme diverse: megalomania e banalità; appiattimento sul gusto comune e sprazzi di originalità, fino alla cura per i particolari minimi, agli accostamenti di colore audaci o inconsueti. Alcuni caratteri si possono riconoscere, con un po’ d’attenzione: dalla grandeur fuori scala delle magnolie o dalla fissazione per i prati rasati. Alcuni coltivano solo rose, di poche pretese e buone per ogni uso, o ingentiliscono con bordure fiorite lo spazio cementato dove è parcheggiata l’irrinunciabile automobile.
Trovo molta cura e attenzione per i giardini, dalle nostre parti – intorno a Roma, intendo – come dovunque ho visto in Provenza, in Svizzera, in Austria e in Germania, mentre l’incuria e il disinteresse prevalgono nelle zone contadine non toccate dal gusto e dall’edonismo di massa, come nell’alto reatino o nelle zone più rurali delle isole minori. Lì vige un diverso criterio di valutazione: – Ma questa pianta e buona o no da mangiare?
Anche se non si è mossi da un particolare interesse a guardare i giardini degli altri, alcune fioriture stagionali si impongono allo sguardo. Si passa veloci in macchina e non si può fare a meno di notarli… Dei fiori grossi, più grandi delle rose stradoppie, di colore rosa pallido con un centro rosa più carico: in questo periodo di fine marzo sono le presenze più appariscenti del giardino. Le peonie. Sono bastati pochi giorni di stabilizzazione delle temperature, dopo il freddo dei giorni scorsi, a farle esplodere. Nelle due varietà fondamentali, erbacee ed arboree.
Più comuni le prime, quasi invasive, che si riproducono da sole con tuberi profondi. Più ricercate le peonie arboree, la P. suffruticosa o rustica, nostrana, e gli ibridi giapponesi, di differenti colori.
C’è che le ama e chi le odia, più o meno per gli stessi motivi: per quei grossi fiori di una opulenza esagerata, come matrone un po’ in carne e in età, dell’alta borghesia spagnola.

Peonia erbacea. Sfoglia del tutto in inverno; ricaccia dai tuberi sotterranei. Le peonie fioriscono all’inizio della primavera
Peonia arborea. Una rustica nostrana (P. suffruticosa). Un suffrutice è una pianta perenne con fusto legnoso solo alla base, e rami erbacei. Sotto: particolare del fiore

Ibridi di peonia arborea. Le dimensioni del fiore e il colore sono variabili; generalmente molti grandi, nei colori bianco, giallo e rosso in diverse sfumature

Qualche volta, passando per strada davanti a un giardino, si è attratti da un particolare colore del fiore, o da una pianta dal portamento inusuale.
Notare la stranezza è quasi automatico, perché le fioriture si susseguono nel corso dei mesi e delle stagioni con regolarità assoluta e un elemento inconsueto richiama l’attenzione. Non che l’identificazione sia sempre facile. In campagna si usa fare quattro chiacchiere con i vicini, ma spesso vengono raccontate storie improbabili. A volte la pianta ‘strana’ deriva da non si sa quale scambio, o da una talea rubata, e lo stesso proprietario non sa indicarne il nome. Una certa conoscenza dei generi botanici e un colpo di fortuna a volte aiutano a sciogliere la curiosità. Sempre più spesso si trovano piante di provenienza straniera, diffuse attraverso le importazioni dei vivai e per l’aumentata frequenza dei viaggi.
E’ stato il caso di questo piccolo arbusto sempreverde, dalle foglie lanceolate verde glauco e con un fiore a spiga di colore celeste intenso. La pianta si chiama Echium fastuosum o viperina di Madeira e si è acclimatato anche alle nostre latitudini, ora che gli inverni sono diventati più miti; è abbastanza diffusa a Capri e nelle ponziane. Si riproduce per talea e chi se ne innamora può provare a tenerla in balcone.

Echium fastuosum o viperina di Madeira (Fam. Boraginacee), qui rigogliosamente fiorita a Capri
Particolare del fiore a spiga di Echium fastuosum nel mio giardino (Castelli romani); sfondo Cydonia. Il nome ‘viperina’ attribuito al genere Echium deriva della forma del singolo fiore, simile ad un serpente eretto con la bocca aperta

Altre scoperte sono collegate con il colore. Il momento magico della fioritura dura pochi giorni soltanto, ma ci si dà appuntamento, anno dopo anno, ad un punto della strada, o in un particolare giardino. Non ci si perde di vista, come tra vecchi amici.
Raramente è dato incontrare una esplosione di rosa antico, come in questi giorni le tamerici. L’alberello fa i fiori prima delle foglie ed è tutto una cascata di rosa. Impossibile non fermarsi. Ma attenzione a non frenare di botto! Mettere la freccia, accostare pian piano e prima guardare nello specchietto retrovisore.

Tamerice (Tamarix gallica. Fam. Tamaricaceae) fiorita sul bordo della strada
Tamerice, particolare della fioritura. I piccoli elementi fiorali, disposti in fitte spighe, danno all’intera pianta una colorazione rosa antico

C’è un’idea, in un libro di Ippolito Pizzetti [architetto di giardini e letterato, già curatore di una mitica collana di libri della Rizzoli, ormai introvabili: ‘L’Ornitorinco’ – N.d.r] – che mi ha fatto compagnia negli anni e in molti luoghi diversi. Dice Pizzetti:
“…M’è capitato, e ancora oggi mi capita, trovandomi tutto solo in un paese estraneo, di essere sopraffatto da un senso di disorientamento e d’angoscia. Così per trovare qualcosa di familiare a cui ancorarmi, nella grande anonimità circostante, ho cominciato a guardare le piante, che dovunque ci si trovi, parlano sempre lo stesso linguaggio…”
Questa, a parte la curiosità e la disposizione al bello, può essere una buona motivazione per guardare al mondo vegetale.
Sfogliando ancora il libricino di Pizzetti [‘Pollice Verde’ – B.U.R.; 1982] insieme alla data della prima lettura (luglio ’82); trovo altre righe sottolineate (pag. 25):
“..sempre più mi andavo convincendo come il giardino non potesse essere un fine per se stesso, ma soltanto un mezzo per quell’accesso al mondo che in altro modo non mi era riuscito di trovare…”.
Dunque siamo sempre nel vasto campo dell’“accesso al mondo”, di una chiave più globale di comprensione degli eventi. Che può passare attraverso le cose e i luoghi più disparati; figuriamoci se non attraverso un giardino, o una vecchia casa…
Ma c’è di più… Se si ripensa ai propri libri e scrittori preferiti, forse è possibile farsi un quadro abbastanza preciso dei propri riferimenti nello spazio e nella memoria. Una via originale, seppure obliqua e poco frequentata, per arrivare ad informazioni interessanti sul proprio conto.
Ci sono delle atmosfere, nei libri, ma anche in certi quadri e film, che inconsciamente attraggono. Immagini o frasi intere si incidono nella memoria e prendono a farne parte; alcuni paesaggi e colori sono così familiari da sembrare un dejà vu.
Da dove vengono queste tracce? Sono forse echi di un’altra vita? Li ritagliamo su misura per noi da un immaginario collettivo o sono ricordi del favoloso mondo dell’infanzia e delle sue fantasie?
Dopo aver tanto letto e guardato – si arriva a pensare – sarà prima o poi possibile riconoscere noi stessi e il significato del panorama intorno?
Dove ci vediamo, nei sogni? Siamo da soli o tra la gente? C’è un’immagine, un ambiente ricorrenti? Una casa, un vecchio rudere forse? O una radura tra gli alberi? Forse siamo su una spiaggia e guardiamo il mare aperto, o c’è un deserto sullo sfondo… E in quali discorsi e pensieri impegnati? Quali mai segni, o affinità riusciamo a distinguere nelle nostre fantasie?

Ho sempre amato Clifford Simak, un autore della cosiddetta “fantascienza degli anni d’oro” (1950 e segg.) [City (Anni senza fine), Destiny Doll (La bambola del destino), Here gather the stars (Qui si raccolgono le stelle)…e tanti altri].
Simak spesso fa cominciare le sue storie da un grande casolare in pietra tra le colline del Wyoming. Nel casolare o intorno ad esso, seguendo le orme di un procione o alla ricerca di una tana di volpi, con il cane che fiuta le tracce, nell’aria frizzante e un po’ nebbiosa del primo mattino.
Mi piacciono queste radici solide; riconosco i posti e i loro umori, i gesti semplici, pieni della saggezza nascosta e senza enfasi della gente di campagna.
Ma nelle storie di Simak, dopo un inizio lento e quasi usuale, cominciano presto a comparire segni, minime incongruenze che increspano la superficie a prima vista rassicurante della realtà. La scoperta degli indizi e l’aspettativa della sorpresa sono tra i piaceri di questa lettura…
Così pian piano il campo si allarga: il casolare [The Big Front Yard (L’aia grande)] diventa una stazione di passaggio per viaggiatori dello spazio-tempo o l’avamposto di una avventura che cominciata tra i boschi si allarga a Giove e ai pianeti esterni; il cane che scodinzolava eccitato durante la battuta di caccia è il capostipite di una razza di cani mutanti, in grado di parlare e più saggia degli uomini, che erediterà la terra. E anche le formiche possono riservare sorprese…

Questa particolare angolazione, del vivere in campagna – vivere un giardino – è ricca di implicazioni. L’attenzione alle cose minime crea formidabili connessioni e inneschi.
Una chiave… come ci può insegnare Monet, attraverso i particolari di un giardino ripetuti mille volte…

Claude Monet (Parigi 1840 – Giverny 1926). Giardino a Giverny
Claude Monet. Ninfee blu (1916-1919)
Claude Monet. Ninfee violacee (1914 – 1917)

7. Notizie dai giardini – Giardini veri e sognati. Revisited

di Sandro Russo  23 giugno 2018

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Qualche anno fa è capitata l’occasione di andare a visitare il giardino di Monet a Giverny. A meno di un’ora di treno da Parigi.
Naturalmente prima ci si era recati per “devozione” nelle due stanze ovali al pianoterra dell’Orangerie des Tuileries, dove sono collocate le dodici enormi tele raffiguranti Ninfee – donate nel 1920 da Monet allo Stato francese – lunghe almeno quattro metri ciascuna, formando globalmente un unico dipinto che circolarmente ritorna su se stesso.
Nel complesso della sterminata produzione pittorica di Monet, Les Nymphéas è una serie di circa duecentocinquanta dipinti: sicuramente il soggetto più ossessivamente ritratto da Monet negli ultimi 31 anni della sua vita.

Giverny. Fu il luogo dell’anima di Claude Monet (Parigi 1840 – Giverny 1926), che vi visse dal 1883 fino alla morte. Prima si stabilì nel villaggio, in una casa in affitto che poi comprò nel 1890. Ne modificò quindi la forma e trasformò completamente il frutteto in giardino fiorito. Farà scavare nel 1893, su un ramo dell’Epte, il bacino delle ninfee.
Monet lavora personalmente all’allestimento dello scenario dei suoi dipinti, ma – cosa mirabile – non porta mai il il cavalletto vicino allo stagno per dipingere dal vero, lui che era stato uno strenuo propugnatore dell’arte en plein air.

La casa e il giardino di Monet fotografati nell’ottobre del 2015

Ad una estremità della casa l’atelier di Monet, con ampie vetrate e un soffitto luminoso, è stato trasformato in sala esposizione e vendita di gadget vari
La casa, dipinta di un rosa tenue con le finestre verdi; i rampicanti cambiano di aspetto e colore con le stagioni

Si corrono dei rischi, quando si va a scomodare un sogno…
E ritorna la domanda immanente: “Quando muore il sognatore, che ne è del sogno?”.
La proprietà (casa e giardino) è tenuta molto bene, curata dalla “Fondazione Claude Monet”; le fioriture si avvicendano con le stagioni, curate da provetti giardinieri… Ma – è un’impressione personale – l’aura del genio si è dissolta.

Il corso d’acqua che attraversa la proprietà: ninfee, salici e pianti lacustri
Ninfee e papiri
Una rara ninfea fiorita. La fioritura massiva è agli inizi dell’estate
Uno dei ponticelli che collegano le due sponde
Sopra il ponte
Monet (a destra con la barba bianca) in una foto d’epoca esposta nell’atelier
Uno scorcio del giardino con archi
Nasturzi (Tropaeolum majus) (in basso, striscianti) e topinambur (Helianthus tuberosus) dai fiori gialli, come quinta
Il giardino è sempre un tripudio di colori, ma in autunno la gamma delle fioriture è limitata: qui topinambur e settembrini (Aster novae angliae; Aster frikartii)

Tra i giardini reali e quelli sognati, la vincono i secondi se, come pare, Monet nei lunghi anni del suo soggiorno di Giverny, progressivamente si allontana dal suo abituale stile di ritrarre dal vero. Vive durante la gran parte del giorno nel giardino, ma per dipingerlo si rintana nell’atelier e lo ricrea “a memoria”. Per questo le ninfee ritratte sembrano sospese nello spazio e nel tempo e  mostrano un punto di vista continuamente variabile. Come dipinte attraverso quello che qualcuno ha definito “lo sguardo di Dio”.

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