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Il vescovo di Arcicozzo

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Illustrazione di Agrin Amedì
Niente più di una stanza, una sedia, un pezzo di carta, una finestra e un prete. La sedia di legno piuttosto robusto accoglie il prete concentrato nel leggere un foglio di carta sottile, a prima vista una pergamena antica o antichizzata,

Niente più di una stanza, una sedia, un pezzo di carta, una finestra e un prete.

La sedia di legno piuttosto robusto accoglie il prete concentrato nel leggere un foglio di carta sottile, a prima vista una pergamena antica o antichizzata, su cui scorrono parole scritte a mano che egli sussurra aggrottando la fronte sul viso rotondo, muovendo impercettibilmente le labbra, facendo su e giù con la testa, sistemandosi il manicotto di raso, tamburellando una mano sull’ampio bracciolo imbottito dell’ampia sedia imbottita, alquanto solida e ben piantata, ove il prete non è esattamente seduto, ma raccolto, raggomitolato, in posizione di estremo rilassamento, reggendo la pergamena con la mano adorna di un anello fregiato, come d’uso ampiamente noto in ambiente clericale ove vi sia un titolo quale prelato o monsignore che dir si voglia, e le cui frasi sovrascritte, il prete, prelato, monsignore con il dito inanellato, mormora sommessamente, mentre leviga il cuscino posto sotto il suo venerabile didietro e sopra la sedia, o meglio la poltrona, in quanto sì di pregiato legno ciliegio, ma altresì imbottita e avvolgente, con tutti i braccioli, e resa ancora più comoda dal cuscino fissato agli angoli da nastri in velluto.

Niente più, pertanto, di una sontuosa poltrona, sulla quale è accomodato un monsignore ingioiellato intento a leggere una pergamena in una stanza con una finestra.

Quattro puttini angelici sorreggono la poltrona più il peso del monsignore, o meglio, della sua pancia da esposizione nelle norcinerie, un carico piuttosto sostanzioso in quanto complessivamente novantatré virgola sette chili di grasso cui si sommano almeno un chilo e mezzo della larga tonaca che in parte ricopre i puttini inginocchiati con le ali rivolte esattamente verso la pappagorgia flaccida dell’eminentissimo monsignore, che a sua volta, è rivolto al papiro di cui il contenuto appare essere di elevato impatto personale o religioso o mediatico, verosimilmente l’ultima opzione poiché il monsignore indossa al polposo polso sinistro, che controlla continuamente, un orologio Frank Muller collezione Long Island 035 T QP sul quale è impostato un cronografo che scandisce un tempo determinato in un’ora, tre minuti e ventotto secondi da questo momento, e verosimilmente, il discorso dovrà essere letto proprio dai davanzali di questa finestra, trovandosi allestito sulla soglia di travertino un modesto leggìo.

Un drappo scivoloso penzola alle spalle del massiccio, corpulento, grasso monsignore e vescovo di Arcicozzo, un paramento speciale riservato alle occasioni speciali, per assolvere ad incarichi speciali che richiedono discorsi speciali quali lo scritto riportato sul papiro che il monsignore sorregge con la mano destra, quella recante al dito medio l’anello con lo zaffiro viola simile al colore della fascia talare stretta a mo’ di salsiccia sul buzzo del lardone eminentissimo prelato e avente impresso uno stemma araldico, ecclesiastico, episcopale, equinozio, solstizio d’inverno e d’inferno vivo e fiammante tal quale il zaffiro – un vero zaffiro gente – incastonato nell’alloggio ovale dell’anello che strizza la zampa di porco dell’eminentissimo monsignore e vescovo di Arcicazzo.

Nei corridoi si mormora che il reverendissimo bestione sugnoso sarebbe appena rientrato dal Vaticano ove sarebbe stato insignito con la croce di malta nientemeno che dal papa in persona, durante una celebrazione in suo onore, alla presenza dei nobili cardinali che lo avrebbero applaudito per la sua rapida, sfolgorante, ascetica ascesa, pur non avendo egli mai officiato una messa, distribuito una comunione, confessato qualcuno, né svolto alcuna evangelizzazione nel paese in cui è risiede, né si è prodigato per farsi conoscere dai suoi abitanti, né mai si è recato nella spoglia chiesa del posto, né è mai uscito dai suoi regali appartamenti o dai suoi nobili giardini, né altro.

Non è niente più di un lardone, supponente vescovo ingioiellato e spaparanzato sul suo cazzo di trono lucidato a colpi di lingua e sorretto da quattro puttane fameliche poggianti su un pavimento di marmo che a perdita d’occhio riveste il chilometrico salone vuoto, assolutamente vuoto, escluso il trono che accoglie le reverendissime chiappe di porco dell’eminentissimo vescovo di Ultracazzo, accoccolato, sdraiato mollemente, come una mortadella sudata, sul cuscino damascato che egli chiazza di sugna e accarezza con movimenti pacati del quarto di zampone sinistro sul cui salsicciotto medio strizza l’anello con inciso lo stemma equilatero, equipollente, equitalia mai pagata, uguale alla fascia che insacca la trippa dell’eminentissimo arcivescovo d’Ipercazzo e probabilmente maiale, vale a dire, cardinale, essendo il suo capo cappone coperto da uno zucchetto violaceo.

Il reverendo suino, re della sugna, è intento a ripetere a quaquaraquà il discorso certamente scritto da qualcun altro, dal suo disgraziato segretario probabilmente, che al contrario di lui ha frequentato la scuola d’obbligo e in seguito ha compiuto approfonditi studi calligrafici per permettere al maldestro prosciutto di montone detto er Trippa, di leggere, ovviamente non di comprendere, i coccodè che gli ha trascritto sulla carta igienica illuminata dal sole, una luce devastante che irrompe dalla smisurata finestra a tre archi e sei davanzali, attraversando il fesso leggìo, rimbalzando sul caprone imberloccato e sulla parete dell’infinito salone decorato da volute e ghirigori che molto riempiono e nulla esprimono, sbiadendo insignificanti alla luce frizzantina, naturale, di sole primaverile che tutto illumina, dai curati giardini, alla ghiaia bianca, al viottolo che conduce al di là dei lussuosi appartamenti dell’eminentissimo carnale e cardinale di Arcicozzo, Ultracazzo e Ipercacacazzi, continuandosi nel suo risplendente dovere a illuminare il creato oltre il muro di cinta, fuori, ove preme la vita, la verità e la via e di cui in lontananza si scorge traccia sulla rozza chiesa di paese, lì, ove domina, innalzandosi al cielo, una lunga croce nera e vuota il cui senso è in sé indicato.

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