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Gelido

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Eravamo in pochi, molti meno del giorno in cui finì la guerra, cinquant’anni prima. Leggevamo i nomi dei caduti in battaglia lungo il muro di marmo nero del mausoleo, riconoscendone il suono, tornando all’istante immediatamente prima a quello in cui sapemmo che la guerra era finita.

Eravamo in pochi, molti meno del giorno in cui finì la guerra, cinquant’anni prima. Leggevamo i nomi dei caduti in battaglia lungo il muro di marmo nero del mausoleo, riconoscendone il suono, tornando all’istante immediatamente prima a quello in cui sapemmo che la guerra era finita. Tutti insieme, riuniti sotto le bandiere e i vessilli di eserciti ormai diventati amici.
Della mia compagnia ero l’unico presente, forse l’unico sopravvissuto dopo tutto quel tempo. In trincea non ero riuscito a crearmi delle amicizie vere e molti finirono la guerra così come l’avevano iniziata, senza molte speranze di sopravvivenza. Quanto a me, ero tornato alla mia vita di prima in campagna. Una vita solitaria, quella di un vecchio reduce circondato dai suoi fantasmi.
C’erano però molti anziani reduci “nemici”, la maggior parte dei quali accompagnati dalle loro famiglie. Ma c’erano anche reduci soli come me. Tutti però sembravano vivere quel momento con lo stesso stupore di essere sopravvissuti, qualcuno forse anche per essere riuscito ad andare oltre l’orrore e le paure che nel sonno continuavano a far loro visita, sono certo non solo a me.
Da sveglio cercavo semplicemente di dimenticare la guerra e non ne avevo più parlato con nessuno. Ma mi sembrò arrivato il giorno di guardarla, fosse solo con gli occhi di quel momento.

Verso l’inizio del 1918 l’esercito mi richiamò alle armi, 3 anni dopo avermi riformato per le conseguenze di una malattia che mi aveva lasciato malformato fin da bambino. La guerra infuriava in Europa e il numero dei morti aveva superato qualsiasi previsione. Lo scacchiere era rimasto quasi vuoto e bisognava riempire gli spazi intorno al re e alla regina, le capitali strategiche. Le riserve da mandare al fronte erano già partite da un pezzo. Quelli che come me non avevano mai tenuto un fucile in mano avrebbero fatto da “spaventapasseri” al fronte dell’est per mantenere la posizione del cosiddetto “fronte freddo”, ovvero quelle trincee lontane dagli obiettivi strategici per le quali non si potevano impiegare soldati abili per il fronte caldo, quello dove la guerra si combatteva davvero.
Dopo solo una settimana di addestramento in cui ci fecero sparare una manciata di colpi e ci insegnarono le regole d’ingaggio e della disciplina militare, fummo trasferiti alle trincee quasi disabitate del fronte freddo in montagna. La mia brigata era formata da circa 25 soldati, poco più che adolescenti con leggeri ritardi mentali, down, vagabondi e disadattati di ogni tipo. Mi fu affidato il comando, non tanto perché fossi l’unico alfabetizzato, ma probabilmente perché tra i pochi a non presentare alcuna invalidità mentale. Mi dissero che avrei dovuto organizzare turni e pattugliamenti per testimoniare che eravamo lì e scoraggiare il nemico da eventuali cariche di avanzamento, che tuttavia non sembrò intenzionato a fare.

Un giorno durante un pattugliamento di ricognizione ci imbattemmo in due soldati nemici, impauriti e male in arnese, all’apparenza un avanzo di una pattuglia nemica in avan-scoperta, dispersi nella foresta tra la nostra trincea e la loro. Erano i primi prigionieri che facevamo, probabilmente la neve caduta copiosa in quei giorni aveva fatto perdere loro l’orientamento. Riguardo i prigionieri gli ordini erano chiari, bisognava interrogarli e poi fare il resto. Pensai io a perquisirli, mi si strinse lo stomaco a sentirli tremare talmente forte che quasi vomitai. Nel mio equipaggiamento era compreso un piccolo vocabolario di tedesco con le parole base e le domande da fare in caso di cattura di prigionieri. Pensai che non avevo il coraggio di farlo da solo ed ebbi l’idea di portare con me due soldati, Bannoni e Curci. Il primo si era goffamente procurato una grossa cicatrice sulla faccia cercando di estrarre la baionetta dal fucile durante l’addestramento. Curci invece era stato ferito all’inizio della guerra, ed era tornato in trincea dopo mesi di ospedale. Non parlava più, e quando ascoltava qualcuno serrava le labbra e agitava la testa come se intendesse dire un “no” stizzito. Pensai che fossero due spaventapasseri perfetti, mi serviva qualcuno che potesse incutere più timore di quanto non ne avessi io.
Cominciai allora un penoso interrogatorio leggendo ai prigionieri le domande del vocabolario, a cui i due rispondevano a volte con dei si o dei no, ed altre con frasi articolate che chiaramente non riuscivo a comprendere vista la mia ignoranza del tedesco, non potendo poi neanche affidarmi ad alcuna gestualità delle mani dato che i due erano legati alla sedia. Inoltre la presenza di Bannoni, ma soprattutto di Curci che faceva di “no” con la testa quando i due rispondevano, ebbe soltanto l’effetto di rendere l’interrogatorio più drammatico, con i due prigionieri già sufficientemente terrorizzati che ripetevano più volte le stesse risposte pensando di non essere creduti.
Tagliai corto e passai direttamente all’ultima domanda, chiedendo loro se avevano dei prigionieri detenuti nei loro campi. Ci fu un lungo momento di stasi. Poi uno si girò verso l’altro a cercare la risposta con occhi colmi di speranza e disperazione, ma l’altro chinò soltanto la testa, rispondendo qualcosa che somigliava a un “non lo so”. Al contrario, sapevamo tutti che anche loro sarebbero finiti in una fossa. Li portammo nel bosco e gliela facemmo scavare, girandoli poi di spalle. Cominciai a tremare come loro, stavolta mi vomitai addosso. Trovai comunque la forza di portarmi il fucile alla spalla. Puntai il primo, quello a sinistra. Lo mancai e presi il secondo che stava alla sua destra, centrandogli la spalla. Ricaricai il fucile con la forza di una bambina. Puntai ancora il primo, stavolta più a sinistra e il colpo lo sentì solo fischiare. Ma non furono gli unici errori che commisi. Avevo fatto riportare i due praticamente nel punto dove li avevamo trovati. Gli spari attrassero l’attenzione della loro pattuglia che li cercava dal giorno prima. Ingaggiarono con noi un conflitto a fuoco. Scappammo senza rispondere.
Per fortuna la guerra non durò molto oltre, e da lì a poco tornammo tutti a casa.

La memoria mi riportò davanti per la prima volta dopo tutto quel tempo i tratti del viso dei protagonisti di quella storia. Successe qualcosa a cui sul momento non riuscii a credere, pensai che la testa mi stesse giocando uno scherzo. Proprio tra quei soldati che erano da soli ce n’era uno che era rimasto fermo davanti al muro di nomi. Più di una volta si era girato a guardarmi quando pensava di non esser visto. Mi resi conto che quel vecchio doveva essere uno dei due cui avevo sparato, forse l’unico che avevo colpito perché aveva la spalla bloccata. Mi sentii spinto verso di lui da una forza che sembrava sopita da 50 anni. Ma più mi avvicinavo e più lui rimaneva con lo sguardo fisso verso la stele, rimanendo davanti a me come pietrificato.
Quando fui abbastanza vicino gli afferrai il braccio. Lo sentii rigido e pensai che fosse per via di quella spalla bloccata. Allora lo girai verso di me e mi gettai verso di lui per abbracciarlo, così stretto che potei sentire che stava tremando proprio come quel giorno in cui lo perquisii quando lo catturammo. Me ne stetti attaccato a quel momento con la sensazione di stringere uno dei miei fantasmi nell’attesa di poterlo finalmente lasciare andare. Ma il tremore non accennava a fermarsi, come invece stava facendo il suo respiro, sospeso tra il suo petto e il mio. Mi staccai da lui, e corsi come può correre un vecchio verso il pulmino dell’Associazione Reduci che ci avrebbe riportato in albergo.
Me ne stetti seduto sui sedili dietro senza parlare più con nessuno. Non conoscevo più nessuno, ero solo un’anima dannata persa nel corpo gelido di un vecchio. La guerra era finita ma eravamo tutti morti. Non solo ci aveva trasformato in quello che non volevamo essere, ma anche in quello che non eravamo mai stati.

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