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Le fiammelle di papà

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Illustrazione di Agrin Amedì
Entro nella stanza illuminata male. Fa freddo. La luce è incerta, quasi blu. Il cuore mi batte forte, ma non lo sente nessuno. La testa è come svuotata. Al centro della stanza c’è lui, mio padre. Mi tremano le gambe, gli vado incontro.

Entro nella stanza illuminata male. Fa freddo. La luce è incerta, quasi blu. Il cuore mi batte forte, ma non lo sente nessuno. La testa è come svuotata. Al centro della stanza c’è lui, mio padre. Mi tremano le gambe, gli vado incontro. Ha un volto composto, sereno. Tra noi c’è sempre stato dialogo.
“Ciao, papà” – le sue labbra sottili e un poco ironiche non si muovono – “ci sono alcune cose che vorrei dirti…”
Lui è elegantissimo, indossa il vestito blu notte. Ha una cravatta fuori moda, ma in ordine. Anche il colletto della camicia bianca è pulito e stirato. Ha le palpebre abbassate. L’ultimo saluto a mio padre si svolge in un modo che non ho scelto io. Ci ha pensato il personale dell’obitorio. Se fosse dipeso da me non avrei messo delle luci così smorte, tanto per cominciare. Risalgo con lo sguardo dalle scarpe ai pantaloni decisamente abbondanti. È stata mia madre a scegliere i vestiti. C’è il suo tocco dietro ogni piega. La giacca ha una misura di troppo. È larga per le sue spalle smunte, il suo torace incassato. La malattia gli ha portato via molto. Muovo qualche passo. Le mie dita si uniscono da sole in una preghiera. Osservo le sue mani appoggiate sul petto, una sull’altra. Sono bianchissime. Le unghie rugose e gialle. La luce fioca dell’obitorio ora illumina il suo volto. Le sue sopracciglia sembrano muoversi. E’ strano, ma è l’unica cosa che mi restituisce la sensazione che sia ancora vivo.
“Ecco” – ricomincio – “volevo raccontarti una cosa. Ricordi la spiaggia di Marina di Maratea dove andavamo a prendere il sole? Una volta eravamo distesi sulla riva. Condividevamo lo stesso asciugamano e io non smettevo di lanciare sassi in mare. Parlammo di tante cose, ma a un certo punto mi hai raccontato di quando eri giovane e avevi avuto una certa vocazione”.
Una brezza d’aria entra nella stanza. Le fiamme sui ceri tremolano.
“Avevi pensato di farti prete, o qualcosa del genere. Avevi più o meno l’età che adesso ho io. Eri andato ad Assisi per vedere se quella chiamata fosse sincera. Ci vuole fegato a trent’anni a lasciarsi tutto alle spalle per provare una strada completamente nuova. Accadde però una cosa inaspettata. Mentre eri sull’autobus che ti stava portando al convento dei frati, notasti una bella ragazza. Aveva una gonna corta che le scopriva le gambe. Tu la guardavi con desiderio e avvertisti un fuoco nella pancia. Il tuo cuore cominciò a battere all’impazzata. Sudavi e non vedevi l’ora di scendere dall’autobus, la testa ti girava troppo. Eri ossessionato da quel corpo. Tutto questo accadde nel tragitto verso il convento. E’ così che al ritorno dal tuo breve soggiorno ad Assisi hai preso la decisione di sposare mamma”.
Le mie labbra si fermano di colpo. Le fiammelle cominciano a oscillare con forza. Sento la mano di mio fratello sulla spalla. Lui, mia madre e le mie due sorelle sono entrati nella stanza. Sul volto di mio padre si allungano le ombre proiettate dai ceri. Una signora con un vistoso cappello entra nella stanza stringendo nelle mani un mazzo di fiori. Lo sistema ai piedi della bara. La cosa mi procura uno strano senso di disagio. La donna resta davanti a mio padre e lo osserva a lungo. Si commuove, poi si dirige verso mia madre.
“Sono una vecchia conoscenza di suo marito, mi dispiace tanto” – dice la signora, sfiorando le sue guance.
La donna raggiunge lentamente l’uscita della stanza. Da lì continua a guardare mio padre con occhi umidi. Poi scompare. Fisso il volto di papà come a cercare una qualche risposta tra le sue rughe. Ghirigori d’ombra si addensano sulla sua faccia come nuvole passeggere. Una delle fiammelle vortica su stessa, viene schiacciata dalla forza del vento. Gli resiste ancora un poco, infine cede e si spegne. Mia madre si avvicina al cero e con un fiammifero lo riaccende di nuovo.

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