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La rabbia e le parole per dirla

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Dieci anni fa mio padre ha avuto un ictus. Si è svegliato una mattina e non riusciva a parlare e a muovere il braccio destro. Mia madre lo ha portato al Pronto Soccorso e noi figli siamo accorsi quello stesso giorno.

Questo racconto è stato scritto durante il laboratorio di autobiografia
diretto da Rossana Campo per la Scuola Omero.

 

Dieci anni fa mio padre ha avuto un ictus. Si è svegliato una mattina e non riusciva a parlare e a muovere il braccio destro. Mia madre lo ha portato al Pronto Soccorso e noi figli siamo accorsi quello stesso giorno. Era spaventato, smarrito, nel letto dell’ospedale. Mi guardava e sentivo che non capiva cosa stesse succedendo. Nemmeno i medici erano sicuri. Vedevano una macchia nel cervello, ma poteva essere dovuta a un tumore. Quella prima sera del ricovero ricordo che ancora riusciva a sillabare qualche parola e ad alzare il braccio destro. Il giorno dopo invece era peggiorato. Non sentiva più la gamba destra, il braccio destro era immobile e se provava a parlare usciva solo un da-da-da confuso.
Il suo percorso da allora in poi è stato lento e doloroso. Ha perso il linguaggio in qualsiasi forma, non parla, non scrive e non legge più. Però è riuscito a rimettersi in piedi, e negli anni a recuperare qualche parola, poche, mai abbastanza. A volte lo guardo nel suo mutismo e penso che è sempre lui, che nulla è cambiato, per quanto ero abituata a vederlo stare in silenzio. I suoi occhi esprimevano tutto, la rabbia, o la concentrazione, o un momento di gioia. Non aveva bisogno di tante parole. E ora? Anche se le volesse le parole non le avrebbe a disposizione. E quando siamo in gruppo, se vuole intervenire in un discorso e dire la sua, ci prova, ma se non riesce subito a farsi capire, cede al silenzio e si incupisce. A volte si alza e se ne va. Oppure qualcuno afferra una parola, capisce, e lui si illumina, continua a comunicare, rompe la diga del silenzio.
Un giorno, pochi mesi dopo l’ictus, quando tutti noi in famiglia ci stavamo abituando a prenderci cura di mio padre, a farcela senza di lui, a sostituirlo, a supportarlo, a prendere in mano, chi in un modo chi in un altro le responsabilità che erano sempre state sue, mia sorella mi telefona e mi dice che ha scoperto che papà aveva comprato tre enciclopedie Treccani per noi figli. Una spesa assurda, che lui si poteva permettere, una piccola eredità.
I libri di arte, le enciclopedie di valore, i quadri e i francobolli erano il suo modo di spendere. E questa volta aveva destinato a noi e ai nipoti un suo lascito. Chissà. Una parte dell’importo era stato già pagato. Restava da pagare il saldo. E mia sorella non sapeva cosa decidere. Annulliamo tutto? Paghiamo noi e ci prendiamo questo regalo? Lei non riusciva a pensare di rimandare indietro l’ordine, perché sentiva che papà non avrebbe voluto. Le ho dato ragione. E così qualche mese dopo mi è arrivata a casa la Treccani integrale. Ha occupato un’intera parete dove ho fatto costruire una libreria apposta. Più un elemento di arredo, considerata l’evoluzione di Internet e di Wikipedia. I volumi sono lì. E quando papà ha cominciato a stare meglio ed è venuto la prima volta a trovarmi li ha visti e ha sorriso. Era felice di averci fatto questo regalo. Tutte le parole in regalo, le sue, quelle di altri, tutte quelle che lui non riusciva più a pronunciare.
All’inizio però il pensiero di quel regalo mi tormentava. Guardavo quei volumi e non sentivo la gratitudine ma solo il peso di un’imposizione. I libri allineati, densi di parole, mi sembravano una zavorra, qualcosa che non avrei scelto. Come la vita stanziale, dopo anni in cui avevo creduto nel viaggio, mi ero trasferita a New York, dove avevo trovato una mia dimensione e l’amore, e credevo che la mia missione fosse scrivere e continuare a fare ricerca, nella scienza ma anche nella vita umana, conoscendo posti, culture, persone diverse da me, dalla mia famiglia. E invece, a un certo punto del mio navigare, si era scatenata una tempesta. Le onde altissime mi avevano investita. Mio marito si era ammalato, mi ero sentita sola con due bambini piccoli. E avevo ceduto alla paura. Ero tornata in Italia, dove i miei ci avevano offerto di creare un progetto di vita e di lavoro nel casale in Umbria che mio nonno aveva lasciato a mia madre.
Mio padre mi ha guidata verso un porto sicuro, che però incarnava quello che lui avrebbe voluto fare nella sua vita. Era un imprenditore ma aveva un’attrazione per la vita in campagna, e dovendo scegliere tra un viaggio o trascorrere le ferie a occuparsi della vigna e delle piante d’olivo, aveva sempre seguito il suo pollice verde, oltre a preferire ricevere ospiti piuttosto che essere lui a muoversi. Voglio bene a mio padre e oggi gli sono immensamente grata. Ma ci ho messo anni a capire che il suo sogno non era il mio. Lo avevo fatto mio. E questa confusione ha nutrito qualcosa di oscuro dentro di me, un misto di rabbia e senso di colpa, difficile da affrontare e ben nascosto dalla maschera del compiacimento. Una vecchia conoscenza, che avevo dovuto indossare molto presto nella mia infanzia, come prima di cinque figli. E che è servita a occultare così bene le mie zone d’ombra, che mi dimentico persino di avercele: sorrido, vado avanti, subisco, ingoio, fino a che non sono piena piena.
E allora qualcosa salta, e il mostro che voglio nascondere a tutti mi assale, enorme, non guarda in faccia nessuno, fa male a chiunque se esce allo scoperto, si nutre di quel piccolo insignificante stimolo che l’ha svegliato e che non basterà mai a nutrirlo e cerca altro, confonde tutto, soprattutto se la prende con me stessa, con quella occultatrice che lo vuole tenere buono buono. Non importa in che modo, incatenandolo, rimproverandolo, seducendolo, sedandolo, privandolo del cibo o abbuffandolo, come ho fatto per anni da ragazza, vomitando e sottoponendomi a diete ferree, qualsiasi mezzo vale il fine di tenere occultata quella creatura ombrosa e cupa che sta lì acquattata.
Mio padre sapeva come fare a tenere sotto controllo la sua rabbia. Riusciva a non esprimerla perché appena la sentiva fare capolino si chiudeva nel mutismo. Che importava se chi gli stava a fianco non capiva e si chiedeva: “Che avrò fatto? Sarà stato qualcosa che ho detto? Sarà colpa mia?” Lui comunque si isolava nel suo silenzio e calmava la sua rabbia, la metteva lì buona buona, la accarezzava dimenticandosi del mondo, di chi gli era vicino, si isolava con lei e lentamente la faceva addormentare. Così da tornare a rivolgersi all’esterno senza di lei. E se nel frattempo aveva perso qualcuno per strada, voleva dire che doveva andare così, peggio per chi non capiva.
Non ricordo mio padre alzare la voce, né sgridare o urlare, ma i suoi silenzi erano così carichi di sofferenza, di oscurità, che era forse peggio non sapere, lasciati a immaginare cosa potesse essere successo. Di lavoro non parlava mai. Era qualcosa che doveva rimanere fuori casa. E quindi il suo silenzio poteva essere dovuto a una preoccupazione o un’arrabbiatura lavorativa. Oppure no. Poteva essere rivolto a mia madre. O a me che l’avevo fatto aspettare cinque minuti di troppo la mattina, quando mi accompagnava a scuola. O a mio fratello, che ne combinava sempre qualcuna. O al più piccolo di noi, l’ultimo arrivato, che magari non l’aveva fatto dormire la notte. O al nostro vicino di casa. O a chissà chi… Dei suoi silenzi ricordo poco, più che altro la sensazione di aver sbagliato, di essere sbagliata, di dover rimanere tutti immobili, in attesa di qualcosa, per rispetto o per paura.
Forse per questo per me la rabbia e la colpa sono due facce della stessa medaglia. Quando ne cado preda, vedo dentro di me solo uno spazio buio, sono accecata dall’oscurità, come quando bambina dormivo con tutte le cugine nella camera delle ragazze nel casale in Toscana dove passavamo tutte le vacanze, e mi rincantucciavo sotto le lenzuola e le coperte, ferma, rallentavo il respiro, perché se non muovevo nulla, il buio faceva meno male. Ci ho messo anni a capire che occultando la mia rabbia, trasformandola in senso di colpa, ho nascosto anche una parte vitale di me. Ho spento le luci e i riflettori sulle mie ambizioni, i miei desideri, a volte anche quelli realizzati.
Una volta a New York mi trovavo in un laboratorio di pittura a olio, con un vecchio maestro che mi ispirava molto. Volevo provare la sensazione del pennello e del colore a olio sulla tela, cercavo di capire qualcosa di un’arte che mi aveva sempre attirato, come la fotografia del resto. Il maestro si era avvicinato e guardando un mio disegno mi aveva detto: “Brava. Hai un bel tratto”. Dopo un po’ di tempo era tornato a guardare e mi aveva detto di seguirlo. “Penso che tu sia una di quelle persone che se viene lodata si blocca. L’hai notato altre volte?” Mi aveva chiesto.
Ho rimuginato per tanto tempo su questa domanda. Ho pensato a tutte le volte che avevo raggiunto un obiettivo importante, la Laurea, il Dottorato, un Master in Comunicazione, la pubblicazione del mio primo libro, e poi qualcosa mi aveva spinto ogni volta a cambiare direzione, fino ad arrivare ad aprire un Agriturismo in Umbria, qualcosa di davvero lontano dalle mie ambizioni di ragazza. Come se raggiungere gli obiettivi e sentirmi dire brava, continua così, mi spaventasse ogni volta e mi bloccasse. È stato per questo che ho lasciato la ricerca al Cern, la divulgazione scientifica, una collaborazione con il Museo di Storia Naturale di New York, o la Green Card che mi permetteva di risiedere negli Stati Uniti? O forse nel frattempo ero diventata moglie, madre e avevo spento le luci e i riflettori puntati su di me, li avevo orientati su mio marito e sui miei figli?
Con il tempo le mie rinunce hanno nutrito un risentimento e una sensazione oscura che si espandeva dentro di me. Ho cominciato a soffrire di questa zona buia, mi sentivo depressa e cercavo a tentoni, con le mani avanti, di guardare in faccia la mia rabbia, di parlare alla mia colpa, ma non ci riuscivo, non mi orientavo. Eppure erano lì, inermi, nude, ferme, congelate.
Il disgelo è cominciato con l’adolescenza del mio primo figlio che manifestava seri problemi a gestire la sua rabbia, specialmente negli scontri con mio marito. Da bambino era stato abituato a negoziare ogni cosa con noi. Crescendo, i contrasti con noi hanno cominciato a degenerare in scontri in cui la rabbia emergeva in modo distruttivo. Una volta, aveva 11 anni, una litigata per l’uso della playstation, l’ha portato a chiudersi in camera e distruggere tutto, quadri, giochi, qualche sedia. Sentivo il rumore di vetri rotti e la puzza di bruciato, e quando finalmente mi ha aperto la porta l’ho trovato in uno stato come di trance, sul pavimento vetri e carta bruciata, e un coltello in mano con il quale si era tagliato.
La sua rabbia è la mia, ho cominciato a ripetermi. E mi sentivo in colpa, ma questo non aiutava. Anche mio marito ha un problema con la rabbia. È nato a New York, da un padre irlandese emigrato di seconda generazione. Sia il nonno che il padre avevano avuto seri problemi con l’alcol che li rendeva violenti e lui era cresciuto bevendo e usando altre sostanze per soffocare la sua rabbia. Quando l’ho conosciuto aveva smesso di bere da molti anni e sapeva ascoltare, affrontare e gestire la sua rabbia. Ma il carattere di nostro figlio è diventato una mina per questo equilibrio. I loro scontri degeneravano spesso in litigate alla pari, in cui sentivo di dover proteggere mio figlio, che vedevo come la parte debole.
A quindici anni mio figlio ha incontrato le canne. Ha trovato un sistema per non sentire la sofferenza, la frustrazione, la rabbia, ha usato la marjuana per anestetizzarsi. Le conseguenze sulla sua vita, sul suo percorso scolastico, sui rapporti con noi, sono state devastanti. Più fumava meno riusciva a gestire le sue emozioni, e rivolgeva la sua rabbia contro di noi o contro se stesso. La tendenza all’autolesionismo è diventata una manipolazione per ottenere da noi l’approvazione anche quando non rispettava i confini che gli imponevamo. A sedici anni, durante una litigata perché voleva ottenere il permesso di non avere orario di rientro a casa il sabato sera, ha di nuovo preso un coltello per tagliarsi, anche se nello stato alterato in cui era diceva che si doveva proteggere da noi. Poi ha cominciato a minacciare di buttarsi dalla finestra, ci ha provato, e siamo stati costretti a chiamare un’ambulanza e a farlo ricoverare a neuropsichiatria infantile.
Il percorso come genitori, per aiutarlo a uscire dalla dipendenza, ci ha portati ad affrontare una terapia sia famigliare che individuale. Oltre a tutto il resto, ha smascherato la mia rabbia, l’ha fatta emergere in modo prorompente, mi ha permesso di dare voce a questa parte di me. Vieni fuori, ho cominciato a dire a questo sentimento represso, la mia mano è tesa, sto imparando a riconoscerti, percepirti, darti le parole e il diritto di esistere. Perché finché sei nascosta in questo spazio nero, che sembri occupare tutto, ti vedo gigantesca, straripante, come una macchia nera, che lascia un neo in tutto quello che faccio. Ma se esci allo scoperto vedo quanto sei piccola. Ma necessaria. Anche ad affrontare una colpa che non mi serve. Meglio essere arrabbiata che in colpa. L’ombra del senso di colpa di provare rabbia è ancora peggio della rabbia stessa. Diventa un’oscurità gigantesca che si posa su ogni mia ambizione realizzata. E vuole alimentarsi della rabbia di mio figlio facendola emergere a sua volta.
Penso a mio padre, a mio figlio, a mio marito, agli uomini che amo e che ho amato, quando ritorna a trovarmi un sogno ricorrente. Uno di loro mi guarda con la faccia cupa, arrabbiata, ma non parla. E io strillo, cerco di scuoterlo, ma non ci riesco, lui è distante, lontano, non mi vede. Sono forse io la prima a non ascoltare me stessa? A non darmi diritto di parola, di esistenza?
Le discussioni tra mio figlio e mio marito, i loro scontri verbali pieni di aggressività, gli insulti, la minaccia di passate alle mani, la confusione di ruoli tra padre e figlio, mi hanno messo a dura prova. E prima di loro gli scontri tra mio padre e mio fratello, quello più ribelle, o tra i miei fratelli maschi. La loro rabbia diventava la mia rabbia e poi la mia colpa, e stavo male, malissimo. Succede sempre meno da quando ho cominciato a riconoscere la legittimità della mia rabbia, da quando la ascolto e lascio che le parole mi aiutino ad esprimerla.

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