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L’odore di Firenze

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Parte della mia adolescenza profuma di Firenze. Marmo bianco, poroso, che ricopre scale ampie e androni con alti soffitti. I corrimano, le porte, gli infissi, sono di legno spesso e scuro. Il legno e il marmo d’inverno dormono di profumi barricati, ma d’estate respirano insieme emanando un fiato aspro e fresco, maschile, erba e sale.

Questo racconto è stato scritto durante il laboratorio di autobiografia
diretto da Rossana Campo per la Scuola Omero.

 

Parte della mia adolescenza profuma di Firenze. Marmo bianco, poroso, che ricopre scale ampie e androni con alti soffitti. I corrimano, le porte, gli infissi, sono di legno spesso e scuro. Il legno e il marmo d’inverno dormono di profumi barricati, ma d’estate respirano insieme emanando un fiato aspro e fresco, maschile, erba e sale.
Questo, almeno, il ricordo che ho io dei palazzi intorno a Campo di Marte, quaranta anni fa. Entravo nell’androne di via Mannelli 25 accaldata dalla corsa in bicicletta e dal sole delle due dei pomeriggi estivi. L’odore muschiato mi investiva le narici e mi preparava ai piaceri del terzo piano.
Avevo quindici anni, seconda liceo scientifico appena terminata, promossa per un pelo. Un pelo che mi aveva aiutato a scappare dalla mia casa romana, inventando per mia madre una perfetta storiella familiare. Sarei andata a trovare la vecchia Rosita, cugina di secondo grado del babbo, e i suoi nipoti Beba e Carlo, miei coetanei. Loro, dicevo a mamma, mi aspettavano a braccia aperte.

Nonna Rosita mi reggeva bordone al telefono. Crocchia bianca racchiusa in una finissima retina nera, Rosita era una toscana già ultra-settantenne che in passato mi aveva accudita per un paio di estati nel suo casale in Casentino, dove nutriva tutti noi ragazzini a pane burro e zucchero. Il pane ovviamente lo faceva lei e fuori dalle nostre finestre c’era solo campagna e campagna, luce spietata e un altro casale a cinquecento metri dove abitava Fabrizio, uno che mi piaceva. Anche perché in giro c’era solo lui. Carlo, il mio pseudo cugino di terzo grado, era più piccolo di me e quindi lo snobbavo. Ma ci spiavamo a vicenda prima di buttarci nudi nel ruscello gelato dietro la collina.
Rosita mi trattava come una dei suoi tanti nipoti e, da cristiana seguace di Enzo Mazzi, lasciava che i suoi giovani parenti crescessero un po’ bradi, senza tanti divieti.

Quando quell’estate d’amore le telefonai per pregarla di reggere il gioco, non mi fece penare: .
Mi aveva messo, Rosita, nella camera degli ospiti della grande casa di Campo di Marte che della campagna casentina aveva l’odore campagnolo dei due materassi, quello sotto di paglia e quello in cima di lana grossa.
Di primo pomeriggio, Rosita pennicava e mi invitava a fare altrettanto. Ma io preferivo prendere in prestito la bicicletta di Carlo, attraversare il ponticello di Fortezza da Basso e sbarcare accaldata ed eccitata a Via Mannelli dove, al terzo piano di un bel palazzo lungo la ferrovia abitava lui, la più bella statua vivente di Michelangelo, il mio Giuseppe.

L’avevo conosciuto qualche estate prima su una spiaggia della profonda Calabria. Quella volta io avevo forse dodici anni e lui quasi diciannove, una distanza incolmabile. Ma ora che mi erano cresciute due tette tante e che avevo io quindici anni e lui ventuno, beh, le cose erano cambiate.
Con un’aria di sufficienza e un sorriso dai denti piccoli e aguzzi, Giuseppe ogni pomeriggio mi apriva la porta urlando: <Eccola, è arrivata la mia romanina>!
Mamma e papà Perruccio erano abituati a vedere le signorine entrare e subito sparire dietro la porta della “stanza del maschio”. Ma io ero quasi una di famiglia, ero la figlia del Doddoli e della Bibi che loro avevano conosciuto, e poi ero una , bellina però, insomma… . Dalla mia parte avevo le sorelle Stella e Caterina, conosciute anche loro al mare e complici per alleanza generazionale dei nostri affari.
Giuseppe mi prendeva per mano e mi tirava nella sua stanza senza nemmeno farmi passare per i saluti alla famiglia. Lanciavo un “ciao a tutti” prima di chiudermi la porta alle spalle, giusto il tempo di dare una sbirciatina e vedere il padre e la madre che si riunivano in cucina, forse per domandarsi cosa ci facesse il figlio, già iscritto al secondo anno di filosofia, con quella bambina della seconda ginnasio. Che avesse qualche perversione? E quella ragazzina, chi l’aveva messa in giro così sfacciata?
Intanto, io e Giò in camera ci sdraiavamo sul suo letto e ci baciavamo piano, lui con la bocca semichiusa e la lingua che appena spuntava, serpentina. Io adorante, tremante, febbricitante e soprattutto mestruata, come per emozione ero sempre, quando andavo da lui. Lui non si lasciava sconvolgere, chiudeva gli occhi e continuava a baciarmi gli angoli della bocca. Con una mano mi toccava leggero i seni traboccanti e poi, quasi sempre, si addormentava, soffiandomi dietro il collo al ritmo del sonno. Anch’io cercavo di dormire, ma l’eccitazione era troppa e avevo desiderio solo di riempirmi gli occhi di quella preda tutta mia. Ogni tanto, quando ero certa che lui dormisse, osavo sbirciare verso la zona delle sue mutande. O forse erano calzoncini, lenti. Di lato lo vedevo, il suo pisello, lateralmente accasciato, con lo scroto che il caldo vi aveva liquefatto sopra. Mi sembrò piccolo, inconsistente e magnifico. Le misure allora davvero non contavano.
Ricordo un pomeriggio in cui l’emozione che mi trasudava dalla pelle fu così intensa da svegliarlo. Allora mi prese la mano e me la appoggiò sul suo membro morto e sudato. Non mi sembra che ci feci nulla, forse lo accarezzai come fosse un gattino. Dell’amore fisico ancora non sapevo nulla, né mi interessava. Quello che avevo mi bastava e avanzava così. E in fondo, anche a lui.
Nelle sere calde, mi riaccompagnava a casa in bicicletta, io quella di Carlo, lui la sua da maschio grande con il sellino stretto. Facevamo lunghi giri prima di approdare a Campo di Marte. Correvamo tra Santa Croce e il Duomo, lui senza mani e la maglietta nera sudata addosso. Le turiste inglesi strabuzzavano gli occhi, mentre io mi impegnavo in pedalate velocissime per mettermi tronfia al suo fianco. Sentivo la puzza del suo sudore salirmi per le cosce nude, fino al collo e ai capelli e me ne riempivo i polmoni.
Il giorno dopo e gli altri ancora mi fermai nell’atrio di Via Mannelli qualche secondo in più. L’odore della pietra e del legno era ormai il mio antipasto.

Quelle scale le ho risalite per l’ultima volta pochi anni fa, già cinquantenne. Il mio Giuseppe là sopra ne aveva cinquantasette e un cancro alle ossa lo aveva mangiato vivo e poi sputato morto. Lo guardai, sdraiato nel nostro letto dei baci, magro, scavato dal dolore, calmo e composto come non era stato mai. Andando via, mi fermai nell’androne. La pietra e il legno respiravano insieme. Firenze sapeva ancora d’amore, di biciclette, di lui.

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