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Griffin Dunne: “Vorrei che si fermassero in libreria a comprare uno dei suoi libri”

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“La vita cambia in fretta. La vita cambia in un istante. Una sera ti metti a tavola e la vita che conoscevi è finita.”  Il problema, quando leggi Joan Didion, è che ti entra sottopelle. L’incipit de L’anno del pensiero magico è uno di quei passaggi che non riesco a togliermi dalla mente.

“La vita cambia in fretta. La vita cambia in un istante. Una sera ti metti a tavola e la vita che conoscevi è finita.”

 Il problema, quando leggi Joan Didion, è che ti entra sottopelle.

L’incipit de L’anno del pensiero magico è uno di quei passaggi che non riesco a togliermi dalla mente. La vita di cui Didion sta parlando è quella sua e di suo marito, lo scrittore John Gregory Dunne. L’uomo con cui ha condiviso più di 40 anni, e un’intera carriera letteraria.

Una sera di dicembre del 2003, John e Joan si siedono a tavola per cenare. Sono appena tornati da una visita alla figlia Quintana Ro, in coma da mesi. John, improvvisamente, collassa.

Un infarto fulminante. Poche ore dopo, Joan torna dall’ospedale in una casa improvvisamente vuota. Le siringhe che i paramedici hanno abbandonato in fretta e furia sono ancora sul pavimento del salotto.

Nei giorni successivi Didion scrive quello che diventerà l’incipit di uno dei suoi libri più famosi, L’anno del pensiero magico. Uno spaccato tagliente e senza filtri sul dolore, che le varrà il National Booker Prize.

Negli ultimi anni, Griffin Dunne, autore cinematografico e attore – ma soprattutto nipote di Joan e John – ha ripreso in mano sia L’anno del pensiero magico che Notti blu (l’ultimo libro dell’autrice, che parla della perdita della figlia Quintana Ro, avvenuta a pochi mesi di distanza dalla morte di Dunne) per raccontare cosa vuol dire essere Joan Didion.

Il risultato, il documentario The centre will not hold (uscito nell’ottobre del 2017), è un ritratto intimo di una delle coppie più famose della letterature americana, realizzato mischiando ricordi personali e interviste ad amici e collaboratori di Didion. E con un accesso straordinario alla protagonista di questa storia.

 

Joan Didion è un gigante della letteratura americana. Barack Obama l’ha chiamata “la più grande scrittrice americana vivente”.  Ma cosa rappresenta per te?

Joan è casa, Joan è famiglia. Sono cresciuto con John e Joan. È la mia unica parente ancora in vita di quella generazione e io sono molto legato a lei, e penso che lei pensi lo stesso di me.

 

Nel documentario parli delle estati passate con John e Joan, in una casa in cui persone come Janis Joplin erano ospiti regolari. Pensi che aver respirato quell’aria abbia influito sulla tua scelta di diventare un attore e direttore cinematografico?

Non direttamente, ma Joan è stata la prima a leggere il copione del mio primissimo film, che era poi un pezzo autobiografico in cui raccontavo una festa a casa di Joan. Avevo 11 anni allora, giravo per casa, e mi ero imbattuto proprio in Janis Joplin… Da lì in poi,  Joan e John sono state le prime persone a leggere i copioni di tutti i film che ho fatto.

 

Non riesco a immaginare una situazione più stressante! Erano severi?

MOLTO severi. I loro feedback erano sempre molto dettagliati, tutti battuti a macchina. Entrambi ci tenevano molto, e ci mettevano molto impegno. Per quanto mi riguarda, quando chiedo un parere voglio avere un feedback utile. Per cui anche se i loro appunti erano spesso molto duri da digerire, erano anche molto specifici e costruttivi. Hanno sempre preso il mio lavoro molto seriamente, e di questo non posso che essere felice.

 

Da dove è nata l’idea di fare un documentario su Joan?

È stata lei a chiedermi di girare dei video per promuovere Notti Blu, il suo ultimo libro. Si trattava prevalentemente di filmarla mentre leggeva brani tratti dal libro. Ci siamo divertiti così tanto nel farlo, che mi sono permesso di chiederle se fosse interessata a fare girare un documentario intero su di lei. Lei ha risposto: “Ehm… ok”. Non ho osato chiedere di più e per un bel pezzo non sono più tornato sull’argomento (ride). Vedi, la gente pensa che Joan sia una persona molto schiva, ma la realtà è che le piace stare in compagnia, le piace stare dietro le quinte e si è divertita moltissimo a girare con la troupe.

 

E’ stato difficile per te fare un documentario su un argomento così personale? John era tua zio, e Quintana tua cugina.

Penso sia stato più difficile per me di quanto lo sia stato per lei. Joan ha scritto due libri e uno spettacolo teatrale sulla morte di John e Quintana, e ha fatto numerose interviste sull’argomento. Ma per me era la prima volta che le chiedevo di parlare della morte di John, e di altri dettagli della sua vita privata. Spesso mi sono sentito a disagio. Ma allo stesso tempo ero consapevole del fatto che stavo parlando con una giornalista molto esperta, e che sarei stato un documentarista di merda se non le avessi fatto quelle domande.

 

Così come per Joan è stato catartico scrivere quei due libri, immagino che girare il documentario sia stata un’esperienza liberatoria anche per te?

Si, in un certo senso, sì, soprattutto fare ricerca, guardare i vecchi filmati di famiglia, usare le foto che mio padre ci aveva fatto… Parlare della famiglia, insomma.

 

Qual è stata la reazione di Joan quando ha visto il prodotto finale?

Era molto toccata. Lo eravamo entrambi. Quando le ho fatto vedere la prima stesura, 3 ore di documentario, avevamo deciso di fare un intervallo circa a metà. Quando siamo arrivati a un’ora e mezza e ho fermato la proiezione, lei mi ha chiesto: “Ma che fai? Ovviamente continuiamo!” (ride). Alla fine ha detto semplicemente “grazie”. E mi ha fatto venire le lacrime agli occhi. È stato un momento indimenticabile.

 

Una delle scene più commoventi, secondo me, è quando Joan va in cucina a preparare un panino al cetriolo. Vederla così fragile, e così normale nella sua fragilità, mi ha commosso profondamente. Cosa vorresti che gli spettatori portassero a casa dopo aver visto questo documentario? 

Molti conoscono il lavoro di Joan ma non conoscono la persona. Pensano che lei sia come i i suoi scritti – fredda, distante, enigmatica e un po’ tenebrosa. Vorrei che vedessero il lato di lei che io vedo tutti i giorni. È una persona che ride molto, che è molto coinvolta negli affari di famiglia. E per chi non la conosce, vorrei che si fermassero in libreria a comprare uno dei suoi libri.

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