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Ciao Max

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Illustrazione di Agrin Amedì
Sono l’amico immaginario di Max e, da che ho memoria, siamo grandi amici. Litighiamo spesso ma ogni volta riusciamo a perdonarci, o per lo meno era così fino a tre mesi fa. Era settembre. Inizia la scuola, Max ha cominciato la terza elementare.

Sono l’amico immaginario di Max e, da che ho memoria, siamo grandi amici. Litighiamo spesso ma ogni volta riusciamo a perdonarci, o per lo meno era così fino a tre mesi fa. Era settembre. Inizia la scuola, Max ha cominciato la terza elementare. Dopo una settimana dall’inizio non mi considerava più. Prima passavamo interi pomeriggi insieme, guardando i cartoni o giocando con la sua collezione di supereroi; ci divertivamo molto. Da quel giorno, invece, non sembra più vedermi. Torna da scuola, mangia, studia per un paio di ore e poi riesce senza salutarmi. La sera torna a casa sempre verso le 19.00, dopo una doccia veloce e dopo aver cenato va a dormire. Non capisco, non capisco perché ma mi ignora; io gli parlo chiedendogli come va a scuola e cosa fa il pomeriggio quando esce. Niente. Non mi sente. Ho provato anche a urlare, pensavo che avessi qualche problema alla voce o magari lui all’udito, ma niente. Sapevo che Max non aveva molti amici, diceva che i suoi compagni di classe lo trattavano male e lo definivano uno stupido. Max non è stupido, lo conosco abbastanza bene da sapere che è molto intelligente, forse non è molto sveglio, ma di certo non è stupido. L’unica persona con cui Max potesse passare i suoi pomeriggi era Debby. Debby era una ragazza di cui Max era follemente innamorato. Mi parlava spesso di lei, me l’aveva descritta come una ragazzina molto carina, un po’ più bassa di lui, magra, con i capelli rossi ed il viso tempestato di lentiggini. Mi aveva detto che era una ragazza molto intelligente, era nella sua stessa classe e da un anno a questa parte erano diventati molto amici. Non so perché ma detestavo quella bambina, in qualche modo mi aveva rovinato la vita, rubandomi il mio unico e migliore amico.
Le settimane continuavano a passare e il rapporto con Max non cambiava; era sempre la solita routine: tornava da scuola, mangiava, studiava, usciva, doccia, cena e letto. Avrei voluto scrivergli una lettera, o un messaggio, ma purtroppo non so scrivere. Max non me lo ha mai voluto insegnare, diceva che era una rottura di scatole, preferiva giocare, a me invece avrebbe fatto piacere imparare.
La situazione non mutò fino al 2 dicembre. Ero seduto a terra in camera, come al solito, ad aspettare Max che tornasse a casa. Arrivò più tardi del solito. Erano le 14.35 quando sentii la porta sbattere violentemente e qualcuno salire pesantemente le scale: questi rumori erano accompagnati da gemiti e singhiozzi. Era Max. Entrò in camera con il volto ricoperto di lacrime, non osai aprire bocca, si gettò sul letto e mise la testa sotto il cuscino, senza smettere di piangere. Mi aveva visto. Dopo 5 minuti entrò la madre dicendo che era pronto il pranzo. La respinse indietro chiudendogli la porta in faccia. Mi avvicinai a lui, gli accarezzai i capelli e dolcemente gli chiesi cosa fosse successo. Mi urlò contro, dicendomi di stare zitto. Mi spaventai, non mi aveva mai trattato così. Passarono altri due minuti e, asciugatosi le lacrime, iniziò a parlare, ancora singhiozzante. Non gli parlava più. Debby adesso si era trovata un nuovo ragazzo e non gli rivolgeva più la parola, era un bambino della sua classe, uno di quei ragazzini che lo trattavano male. Adesso, appena si avvicinava a lei, loro lo bullizzavano. Non riuscì a dirmi altro. Rimise la testa sotto il cuscino e tornò a piangere. Non avevo modo di consolarlo. Dopo quei tre mesi di silenzio non sapevo più come comportarmi con lui. Era come se non lo conoscessi più.
Fortunatamente dopo un lungo silenzio mi riparlò, mi raccontò ogni cosa, di come tutto d’un tratto la loro amicizia si ruppe; e mi disse anche tutte le brutte parole che quei bulli gli dicevano per tenerlo lontano. Lo consolai. Gli disse che doveva fregarsene di quella ragazzina e, in tono ironico, che dopotutto da come me l’aveva descritta mi sembrava anche un po’ bruttina. Lui rise. Quel pomeriggio giocammo insieme con i suoi supereroi, come ai vecchi tempi. Finalmente era tornato il mio amico, pensavo che tutto si sarebbe risistemato. Mi sbagliavo. Non passò molto prima che Max si facesse un nuovo amico. Presto lo vidi tornare a casa con quel sorriso, quel sorriso che aveva ogni volta che vedeva Debby, quel sorriso che per me era come una condanna. Speravo mi sbagliassi. Pensai di essere un po’ paranoico e risi tra me e me. Salutai Max ancora sorridendo per la mia pazzia. Non ricambiò. Forse non mi aveva sentito. Lo salutai di nuovo. Niente. Posò lo zaino e scese a mangiare. Non ero paranoico. Capii che non era cambiato niente, quella settimana era solo un momento, un breve e ultimo momento.

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