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Mentre guardi nel buio

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La quarta sala del cinema aveva pochi posti e non si riempiva nemmeno mai tanto. Del velluto blu ricopriva poltrone e pareti di quell’unico ambiente dal pavimento leggermente inclinato. La sala era stata riaperta da qualche minuto per il secondo spettacolo pomeridiano.

La quarta sala del cinema aveva pochi posti e non si riempiva nemmeno mai tanto. Del velluto blu ricopriva poltrone e pareti di quell’unico ambiente dal pavimento leggermente inclinato. La sala era stata riaperta da qualche minuto per il secondo spettacolo pomeridiano. C’era qualche carta dimenticata per terra e faceva un po’ caldo. Non erano stati accesi i condizionatori. L’aria sapeva di pop corn schiacciati su stoffa sintetica e di tessuto sintetico si riempivano le narici coprendo il ricordo d’aria fredda della strada. Lo schermo non era ancora illuminato, c’erano però delle scritte rosse e blu sopra il telone. Alcune persone, tutte anziane a quell’ora, avevano preso posto tra le prime file e chiacchieravano fitto senza sosta. Giovanni era entrato insieme al suo compagno. Scostando la tenda all’ingresso, si era lentamente diretto verso il lato opposto della sala, poi si era girato verso Franco. Lo aveva guardato in quel modo tra il preoccupato e il morboso che ormai era divenuto il suo modo di guardarlo da qualche tempo.
“Vie’ qua, dai che poi comincia… spengono tutto e al buio non vediamo dove andiamo” diceva ansimando continuando sul lato sinistro della sala.
Franco seguiva sbuffando: “Mavalà, esagerato!”, ripeteva senza affrettarsi nel suo passo affaticato e indifferente. Si era tolto il cappello e, nonostante la calma del suo camminare, aveva la fronte e i capelli sudati. Era orgoglioso dei suoi capelli neri, ancora così rigogliosi alla sua età, che incorniciavano il suo faccione rosso con quel pizzetto, quello sì un po’ aiutato con una tinta. Raggiunto il compagno sul corridoio di sinistra, aggiunse in tono basso sogghignando “Ti dico io dove andiamo… al buio…”
“Certo al buio! Quarant’anni e sempre al buio” alzò un po’ la voce Giovanni che sembrava non aspettare che un’altra provocazione.
“Eh la peppa, siamo diventati esibizionisti! A settantacinque anni, Giovanni?” sussultando sul posto per una serie di risate trattenute.
“See, ora! Dico che in quarant’anni non mi hai mai baciato in pubblico. Dico un bacio bacio per strada. Un bacio innegabilmente bacio” sibilò Giovanni alzando sopracciglia e annuendo con la testa. Poi iniziò a controllare quale fosse la loro fila. Franco rimase lì, non se l’aspettava, aprì la bocca ma non replicò.
Giovanni si fermò alla fila M in attesa che il compagno si infilasse verso la poltrona e si mettesse comodo, per poi seguirlo. Lo fissava e si godeva la vittoria del piccolo diverbio, mentre lo sconfitto era ancora interdetto. Si sedette al posto numero otto, a due numeri dall’estremità di sinistra, seguendo il solito rituale. Gli era sempre piaciuto guardare i film a qualche metro dal centro della sala e chiedeva a Franco di sedere sempre alla sua destra. Non appena le luci della sala si spegnevano, cominciava a lanciare brevi sguardi con la coda dell’occhio al suo fianco senza mai voltarsi completamente. Partivano le pubblicità e qualche commento sui prossimi film da scegliere. Assicuratosi che il compagno fosse totalmente assorto dalle trame del film, si ritraeva leggermente di lato in modo da avere sotto controllo il viso illuminato dallo schermo. La magia iniziava quando scrutava gli occhi concentrati e senza difese. Quello stesso sguardo spalancato che Franco qualche giorno prima aveva sul lettino in ospedale, mentre il dottore cercava le parole giuste. Ascoltato il medico, si era poi girato verso Giovanni in cerca di spiegazioni, come sempre da quando avevano scoperto, qualche mese prima, che una lenta degenerazione neurologica gli stava divorando il corpo e la testa. Le malattie e i dottori paralizzavano Franco, il suo solito umore scanzonato scompariva e un’inquietudine rendeva l’espressione del suo viso particolarmente ebete. Giovanni quasi non lo riconosceva in quei momenti. La paura spianava tutte le emozioni e rendeva la sua faccia un deserto, un luogo abbandonato dall’intelligenza e dal buon senso.
Quella sera al cinema gli occhi neri di Franco dietro le ciglia folte restavano quelle di un uomo sano, indifeso come un bambino, ma presente e curioso. Più lo guardava e più tornavano davanti a lui storie e aneddoti di un tempo, che appagavano quella sua voglia di “nostalgia istantanea”, un gioco da lui inventato che prevedeva una interpretazione del presente per leggere un passato un po’ rimaneggiato, non propriamente inventato: un creare momenti mai vissuti da mischiare con quelli vissuti e goderseli lì, subito.
Era un rituale iniziato 40 anni prima, quando si erano conosciuti.
Un giorno dei primi anni Ottanta, si erano presentati a una festa, si erano guardati al tavolo delle bevande e con un commento sul vino rosso scadente avevano smesso di sorridersi e iniziato a parlare. Scoperta la comune passione per il cinema, si erano dati appuntamento il giorno successivo, dopo l’ufficio. Davano una commedia di qualche anno prima, entrambi ne avevano sentito parlare, ma non erano riusciti a vederla. “Oltre il giardino” era il titolo del film; era la storia di un mentecatto che col suo fare ambiguo e reticente conquistava tutti fino a diventare uno dei candidati alla Casa Bianca. Avevano discusso di matti e Basaglia, di società americana e tutti i luoghi comuni che condividevano, poi avevano preso a scherzare:
“Dovessi rincitrullirmi veramente me ne vado negli Stati Uniti, allora” aveva detto Giovanni
“È una buona opzione. In effetti, la vita da matto non deve essere male. Il problema è quando la malattia prende testa e fisico e non sei più indipendente. Meglio morire piuttosto che vivere così, no?” aveva detto Franco.
I discorsi si stavano facendo seri ma morirono lì, quella sera volevano semplicemente scoprire il motivo del successo di quella pellicola, e soprattutto volevano esplorare quella loro alchimia: dovevano trovare la formula magica per qualcosa di speciale che riguardava le loro vite senza usare parole o esporsi troppo. Finsero che era stato un caso quando le loro gambe si avvicinarono piano piano l’una verso l’altra.
Come per i quarant’anni successivi, in fondo a quella sala, seduti su poltrone leggermente spostate a sinistra dal centro, la parte esterna del loro ginocchio avrebbe incontrato sicura quella dell’altro come una calamita. Il contatto si sarebbe esteso ai polpacci e poi giù fino alle caviglie e al lato esterno delle scarpe.
Esattamente quarant’anni dopo, il ginocchio di Franco tentennò.
Aveva tentennato anche due mesi prima e Giovanni, preso dallo spavento, aveva forzato quel loro contatto, quasi non volesse capire se si fosse trattato di un brutto presagio e aveva preferito ignorarlo. Aveva strofinato la gamba su quella di Franco e poi gli aveva tastato l’avambraccio. Il compagno si era girato e aveva sorriso.
Quel pomeriggio invece, Giovanni aspettò, questa volta non voleva far finta di nulla, si era fatto forza, ma polpaccio, caviglia e scarpa non si presentarono all’appello. Giovanni si girò e vide il viso del suo compagno nel buio della sala, ancora una volta, ma quel suo gioco di nostalgia istantanea non partiva. Franco era improvvisamente diventato vecchio, spento, un muro senza intonaco. Inutile proiettarci storie di conoscenti, scorci di vite altrui o appropriarsi di ricordi mai vissuti, di perfezionare quelli veri e rubare di nascosto il gusto della vita o inventarsi ancora un amore. Tutto si fermava su quella poltrona. Giovanni non se n’era accorto prima, di come la bocca di Franco fosse storta. E non aveva mai visto quello sguardo socchiuso, così lontano dal sonno o dalla noia. Doveva essere successo tutto in pochi minuti: il bambino, che credeva a tutto quello che succedeva sullo schermo, non c’era più. Ripensò alle parole del dottore, a quella rara malattia che aveva invaso il corpo del suo compagno. Encefalopatia spongiforme, “una malattia neurodegenerativa rara, che conduce ad una forma di demenza progressiva fatale” aveva letto su wikipedia. Giovanni prese a tremare, gli batteva forte il cuore, non respirava. Non pensava che la malattia si sarebbe palesata così velocemente. Erano passati mesi dalla diagnosi ed era arrivato il momento di mettere in atto il progetto a cui aveva lavorato per tante notti.
Restò seduto ancora un po’ a godersi l’ultimo profilo di Franco, ancora addormentato e assente. Mentre scorrevano i titoli di coda del loro ultimo film, pensò a tutto il tempo passato a fantasticare sulla loro vita nell’oscurità di quella sala. Finirono anche i crediti degli autori degli effetti sonori e la luce del cinema si accese illuminando le poltrone vuote. Gli ultimi spettatori davano ormai le spalle e scomparivano uno a uno dietro le tende dell’uscita, posta in fondo a sinistra dello schermo. Franco dormiva dondolando un po’ con la testa. Giovanni gli accarezzò i cappelli e la fronte, poi gli diede un bacio per svegliarlo, ma il bello addormentato rimase tale. Non si allontanò dal suo viso. Lo guardò ancora per un po’ come per ricordarsi tutti i particolari di un quadro. Si avvicinò all’orecchio e gli sussurrò: “Ci prendiamo un lunga vacanza, Franco. Ora ti porto in un posto bellissimo”.

Il piano di Giovanni era semplice: un viaggio senza ritorno. Aveva predisposto la vendita dell’appartamento e messo a frutto un paio di vecchi investimenti. Aveva calcolato che tra risparmi e pensioni si potevano permettere ancora 40 anni di vita discreta e a loro ne sarebbero bastati molti meno. Aveva chiesto a un suo amico dottore della marjuana terapeutica e un derivato della morfina, più potente di quella normalmente somministrata in ospedale, per i giorni più critici. Aveva immaginato il viaggio come un film con tanto di scene a tappe.
La prima tappa sarebbe stata Porto; avrebbero passato due giorni nella città. La scena vedeva Franco sopra una sedia a rotelle perché troppo stanco per proseguire con le proprie gambe ed era meglio preservare ogni energia per praticare nuove tecniche di creazione di nostalgia istantanea: non ci sarebbe sempre stata una sala di cinema disponibile e dovevano prendere confidenza con le situazioni più disparate. Poi Giovanni si era immaginato una lenta crociera su per la valle del Douro tra vigneti a terrazza e villaggi di maiolica. Nella lista del viaggio aveva messo anche l’affitto di un appartamento in una casa isolata, a poche centinaia di metri dalla stazione di Tua, con un giardino vista fiume e un tramonto sempre incluso.
Si chiedeva cosa avrebbe fatto nel caso Franco avesse smesso di muoversi e magari anche di parlare. Si arrivava a un scena centrale della storia, una sequenza prima del definitivo punto di svolta, con Giovanni indaffarato nel somministrargli gli anestetici che era riuscito a raccattare, poi la situazione precipitava: era arrivato il momento. Scostava la sedia a rotelle, lasciava il compagno nel giardino con accanto il distributore di morfina legato al braccio e si allontanava per concentrarsi in disparte sul gran finale.
Rientrava in camera con una calma controllata e apriva la valigetta con la scatola dei medicinali. La paura lo avrebbe fatto tremare, ma poi, fattosi coraggio, avrebbe prelevato un tubetto di aspirina, al cui interno non c’erano pastiglie, ma una lunga fiala sigillata. Un’ultima zoomata sulla siringa che tirava su tutto il contenuto della fiala per poi incamminarsi verso il giardino. A quel punto immaginava Franco ormai assente, che respirava a fatica e, poi un qualcosa di brusco, un tuono, no, no: un rantolo, uno spasmo profondo della gola lo avrebbe spinto a infilare l’ago nella cannula del distributore e a riversare la sostanza in circolo.
Franco era riuscito ad arrivare sulle sponde del Douro, e a terminare il suo viaggio in pace circondato dalle sue attenzioni. Ma Giovanni doveva proseguire il proprio da solo, a caccia di nostalgia istantanea. Non più sguardi nel buio di una sala cinematografica, ma luoghi reali in piena luce. A poche scene dal finale si vedeva come un eroe hollywoodiano, abbastanza forte da poter orchestrare panorami e cieli a suo piacimento.
Organizzato il funerale del compagno, prima dei titoli di coda, Giovanni si vedeva immerso a pensare alla sua prossima vita. Sarebbe ancora rimasto qualche giorno nella casa dal giardino con tramonto incluso per raccogliere le forze e le idee. Si dedicò all’ultima inquadratura: la sera in cui si attardava in giardino e presa l’ultima canna terapeutica, l’avrebbe fumata lentamente guardando il cielo stellato. Da lì non si poteva vedere l’oceano ma era sicuro che lo avrebbe immaginato senza problemi sotto tutti quei puntini bianchi: vasto, immenso, profondo, con mille storie dentro.
“Signori, liberate la sala per favore” tuonò la maschera dall’entrata. Giovanni si riprese e mise la vista a fuoco sullo schermo. Allungò la mano alla sua destra. La poltrona era vuota. Le dita presero a seguire il bordo vellutato del sedile rialzato. Non realizzò subito, poi ricordò tutto quello che era successo nell’ultimo mese e si richiuse gli occhi. Il viaggio in Portogallo, i tramonti inclusi nell’affitto, le canne terapeutiche e la sua vita a caccia di storie marine erano rimasti solo desideri.
Il film che aveva immaginato era stato interrotto prima del ciak iniziale. Avrebbe potuto, con tutti i soldi che era riuscito a raccogliere, andare a caccia di storie sparse sull’oceano al di là delle coste portoghesi, ma non era riuscito a cambiare le regole del gioco. Ogni pomeriggio andava nel solito cinema e nell’oscurità della sala cercava il profilo dell’uomo che aveva osservato per più di quarant’anni al suo fianco immaginandone aneddoti e storie. Non era riuscito ad accettare la solitudine: quell’ospite invadente che lo aspettava fuori dalla sala e che proprio in quel momento lo stava nuovamente avvolgendo in un abbraccio stretto al petto per affondarlo in quel mare dove non c’erano storie, ma solo buio. Gli si rimpicciolì la gola fino a diventare una cannuccia e spalancò la bocca per prendere più aria possibile. Strinse forte i poggioli della poltrona e ci si aggrappò.
Giovanni si girò ancora una volta alla sua destra. Riusciva a vedere ancora in quella sala gli occhi di Franco, illuminati dal riverbero della proiezione di quel vecchio film su un candidato alla presidenza americana mezzo matto. Il profilo di Franco sbiadiva sempre più, finché il fondo di poltrone vuote, illuminate a giorno dalle luci della sala, emerse definitivamente e fece svanire tutto.
“Signor Giovanni” disse bonariamente la maschera in fondo alla fila M “è ora che vada. Ci vediamo domani. Le tengo il posto io”.
Giovanni annuì, si alzò e se ne andò, senza salutare né voltarsi. La sala era vuota, si accesero i condizionatori e un’aria fresca cancellò ogni traccia di pop corn schiacciato. Restava solo un odore di tessuto sintetico.

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